Un caleidoscopio di emozioni e sonorità - Pennellate di vita popolare nella voce di Milton Nascimento

Intanto, la voce. Quella voce. Una delle voci più inconfondibili di tutto il panorama internazionale, non importa il genere. «Se Dio avesse una voce, sarebbe quella di Milton», ha detto Elis Regina, la più grande interprete brasiliana, sua amica e musa.

Una voce altissima, come quella di un angelo che si affaccia sul mondo, e lo canta dalle alte sfere. Una voce purissima, eterea e melodiosa, estensione mirabile, con un falsetto che sale fino in cielo.

Ma tutt’altro che sottile, o fragile: è una voce che ha corpo, e timbro, che può gonfiarsi fino a diventare potente, concreta come un fiume in piena. La voce di Milton è un dono celeste, e si intona perfettamente alla sua natura, così spirituale e allo stesso tempo così terrena: è così la sua Regione, che celebra in questi due dischi, i due lati di una sola medaglia.

Il Minas Gerais è una Regione nel sud-est del Brasile senza sbocco sul mare, quindi senza quella frivolezza gioiosa che caratterizza la musica della costa poco lontana, da San Paolo a Rio. La gente è più chiusa, ma accogliente e generosa. Prende il nome dalle grandi miniere d’oro che in tempi passati punteggiavano la regione, in cui lavoravano gli schiavi afroamericani.

Milton, figlio di Maria do Nascimento, ci arriva a due anni con la sua famiglia adottiva. Nato nel 1942 nella favela di Tijuca a Rio, senza un padre riconosciuto, Maria ha il coraggio di metterlo comunque al mondo, ma ammalata di turbercolosi lo lascia orfano a soli due anni.

È la figlia di una signora da cui Maria andava a servizio che chiede di adottarlo. Lilia de Brito Campos ama la musica, la suona e la insegna, e insieme al marito Josino, che lavora alla radio, presto si trasferiscono a Tres Pontas nel Minas Gerais, una piccola città da cui poi Milton si muove per andare a studiare economia a Belo Horizonte, la capitale dello Stato, dove incontra musicisti che rimarranno con lui negli anni.

È con loro che crea il gruppo artistico del Clube De Esquina, che darà il titolo a due dei suoi album più celebrati. Il primo esce nel 1972, ed è il lavoro – in coppia con Lo Borges – con cui Milton, già molto promettente, si impone come uno dei nuovi protagonisti della musica Mpb, sigla piuttosto elastica che raggruppa la nuova “musica popolare”, in altre parole il pop brasileiro. In verità, grazie alla ecletticità delle sue influenze, ne allarga e ne arricchisce lo spettro.

L’anno successivo esce “Milagre dos Peixes”, forzatamente quasi esclusivamente strumentale: in Brasile la dittatura, al potere dal 1964 (e ci rimarrà un ventennio) ha cominciato stringere la morsa della censura sugli autori. Caetano e Gil sono stati esiliati già nel 1970, gli artisti sono tenuti sotto osservazione.

Il regime vuole incrementare la produzione discografica, settore vivissimo anche economicamente, ma non vuole opposizione manifesta, e i testi dell’album non passano le maglie della censura: «Non sapevamo se avrebbe funzionato, ma tutti hanno capito perché non c’erano testi. Ho usato la voce come strumento e le canzoni continuavano a trasmettere i messaggi».

Ma nei due album successivi, Milton ritorna alla parola (generalmente affidate al poeta e amico Fernando Brandt), usando metafore religiose o naturali per raccontare – in modo poeticamente velato – le altrettanto distinguibili vicende del suo paese. E ‘ quello che in fondo hanno fatto i primi spirituals e blues, che usavano metafore per nascondere i messaggi sociali, o sessuali. O come diceva John Lennon di “Imagine”, mettere la glassa per far passare idee “sovversive”.

Riprende da dove aveva lasciato “Nada Serà Como Ante” dal Clube de Esquina: lì scriveva «ho già il mio piede su quella strada/ogni giorno che ci vediamo/so che niente sarà come prima, domani», ora è più aggressivo, appena velato da una metafora religiosa.

Le prime parole di “Minas”, quella di “Fè Cega, Faca Amolada” sono «ora non chiedo più dove sta andando la strada/ora non aspetto più quell’alba/Sarà, dovrà essere, un coltello affilato/Il bagliore cieco della passione e fede, e il coltello affilato», per squarciare le barriere verso il futuro.

Il riferimento continuo alla situazione politica del Paese però viene perduto se non parli portoghese o traduci i testi, ed è questo il milagre dei due Lp: è tale e tanta la ricchezza di strumentazione e arrangiamenti, così assoluta e lussuriosa la voce, così evidente e contagiosa l’emozione, che ci si può lasciare ammaliare e rapire dal suono, dalla ecletticità di questi due album, e lasciare la parte testuale come un secondo livello che arricchisce e dà senso ancor più profondo a una prima esperienza sensoriale già di suo clamorosa.

“Minas” e “Geraes” sono di fatto due album gemelli – la busta interna di “Minas”, le tres pontas delle montagne della sua cittadina di origine – diventa la copertina di “Geraes”, i musicisti sono in massima parte gli stessi (alcuni dal Clube, come Lo Borges, Toniho Horta e Nelson Angelo alle chitarre, Wagner Tiso alle tastiere), poi Novelli e Robertinho Silva alla ritmica, e il produttore, Ronaldo Bastos.

Più che un seguito “Geraes” è un’integrazione, il compendio che rende maestoso il concept iniziale, il cui spunto viene dall’ osservazione di un ragazzino, Rubio, che gli indica la coincidenza: le lettere iniziali del suo nome sono le stesse di Minas. Una predestinazione.

Questa presenza infantile si spande e in filigrana diventa una presenza ricorrente in “Minas”: è un coro di bambini che apre l’album, versione a cappella di una canzone scritta con Caetano Veloso, “Paula e Bebeto”, che emerge come un fiume carsico durante altri brani, e poi arriva compiuta in chiusura.

La gioia, l’innocenza ricorrente di queste voci è così insolita per un disco pop, può sembrare anche intrusiva, ma nelle mani di Milton è evidente che è perfettamente allineata non solo con la sua voce – che su quei cori si appoggia, si intreccia, e vola via – ma anche con la sua anima.

Il legame con i bambini, lui doppiamente orfano, è evidentemente fortissimo, speciale, commovente. Quando sarà già un uomo maturo, e dopo aver dichiaratamente evitato i legami del matrimonio («Il mio destino è di zingaro sognatore/il mio stivale pieno di paura e, silenzio e polvere/segue il sentiero, lo segue da solo») conoscerà nel 2005 il tredicenne Augusto, lo adotterà, e dirà che quell’arrivo è stata il regalo più grande di tutta la sua vita.

In verità c’è tanto di insolito per l’orecchio occidentale abituato ai suoni anglo-americani degli anni ‘70: la musica di Milton è davvero senza frontiere, influenzata dalla miriade di cose che ascoltava da ragazzo alla radio (da Ray Charles alla musica classica al pop italiano), attinge a piene mani dalla tradizione brasiliana, sia quella colta di Villa Lobos (che insegnò a suonare il piano a mamma Lilia) che quella folklorica popolare: più ancora della musica urbana come bossa o samba, ricorrono le sue influenze di musica rurale mineira, e i canti dell’Amazzonia.

Un elemento onnipresente ed emotivamente imprescindibile è il sentimento religioso, di cui sono imbevuti i testi ma spesso anche le musiche, che hanno quel senso della liturgia, della sacralità, quegli accenni di canto gregoriano che suggeriscono tradizione e innalzamento.

Ci sono, sempre, i Beatles: a Lennon e McCartney maestri di melodie e arrangiamenti ha dedicato una canzone sul suo quarto album. Ma c’è anche tanto jazz, la musica modale, cromatismi, le strutture a quattro accordi di McCoy Tyner. Non a caso, da Montreal a Montreaux a Umbria Jazz, i suoi palcoscenici abituali all’estero sono i Festival Jazz.

“Minas/Geraes” è un caleidoscopio di emozioni e sonorità. La varietà delle tonalità, e degli scenari che si lasciano immaginare se solo ti lasci portare, è grande. Una serie di pennellate – spesso più simboliche che esplicite – di vita reale, come fossero i quadri di un grande racconto popolare. Non a caso, il suo amore per il cinema, musical, balletto, teatro l’ha portato, proprio per la capacità evocativa della sua musica, a scrivere anche per rappresentazioni teatrali.

È canzone d’autore raffinatissima, come da noi son stati Dalla e De Andrè, nella quale le categorie saltano, e il risultato è un affresco poetico che sazia l’anima e riempie il cuore. E, se serve, muove il corpo.

Gli scenari di “Minas” cambiano continuamente: in “Saudade Do Panair” siamo in volo con Milton bambino usando la nostalgia, la saudade, di un’epoca lontana: «Ho scoperto che le cose cambiano e che tutto è piccolo sulle ali di Panair/ La paura nella mia vita è nata molto più tardi/ Ho scoperto che la mia arma è ciò che la memoria conserva dei tempi di Panair».

Attraverso la narrazione fiabesca in realtà racconta un grande caso di corruzione nazionale, la forzata chiusura della Panair, linea aerea regionale che ben funzionava, a favore della Varig, che aveva manipolato la Giunta militare.

C’è il “Gran Circo” della vita, in cui la musica apre con toni circensi, ma poi viene scandita e a ogni strofa si apre in cori celestiali che scendono nel blues e risalgono, lasciando passaggi di rock che ogni tanto impazziscono.

La baraonda confusa del circo si apre sulla splendida “Ponte De Areia”, la città sulla punta della sabbia che è il terminale della vecchia ferrovia “da Bahia a Minas”. È il brano che ha aperto la strada alla collaborazione con Wayne Shorter (in quel momento in piena era Weather Report) su “Native Dancer”, 1974, il suo lasciapassare negli ambienti jazz americani.

C’è un omaggio simbolico al caos della città, niente meno che “Trastevere” (!), in cui free jazz e una jam scomposta evocano stress e disorientamento, come quello che intercorre fra un padre e un figlio che non possono comunicare: «La città è moderna/Il cieco disse al figlio…Pensò che il figlio ascoltasse, che sorridesse/Ed era sordo, e muto». “Paula e Bebeto”, melodia irresistibile, racconta con gioia – e senso dell’arrendersi alle cose della vita – di due amici che, quando la canzone è stata finita, si erano già lasciati.

“Idolatrada” è una sorta di funk psichedelico (ovviamente alla brasiliana), al centro si inserisce un accenno di “Paula e Bebeto” con passaggio strumentale – archi e violoncello – che è puro Beatles, ma poi riesplode in un psych-rock puro 60s, rientra il coro dei bambini, continua il ritmo sotto, arrivano cori e flauti. Un gigantesco pastiche sonoro che sposta ancora più in là la sua frontiera del suono.

Musica in totale libertà – come un disco di Tim Buckley, o David Crosby – quando Milton vola alto nel cielo, aprendo di continuo porte che conducono altrove. Non c’è un brano che sia prevedibile dall’inizio alla fine, arrivano sempre cambi di ritmo, di direzione, di tonalità, di armonie, di arrangiamento. Come è stato scritto: «Le linee melodiche sono apparentemente semplici, ma le armonie sotto sono molto complesse, e rivelano sentimenti profondi, primordiali, viscerali».

A volte cantautore intimista, a volte capo di una band di rock psichedelico che potrebbe essere californiana, o di Liverpool, ma non c’è un attimo in cui non pensi che questa musica non potrebbe essere che brasiliana. I generi possono assomigliarsi, le radici no. C’è una leggerezza di fondo, una libertà di soluzioni, una poesia fatta di nuances e non necessariamente di tratti decisi, c’è una malinconia/allegria che non si impara, sta nel dna. E che non può che essere brasiliana.

Appena “Minas” ti lascia con la sensazione di un sorprendente percorso, tipo “già finito?”, arriva il seguito, l’integrazione naturale. La migliore che uno possa immaginare, perché “Geraes” è un album stratosferico. Vario e in continuo movimento, come in un circo giramondo in cui giocolieri e trapezisti lasciano a bocca aperta per la maestria, la ricchezza, la fantasia delle canzoni e degli arrangiamenti che rivestono questi 40’ di musica di livello superiore.

Un viaggio, come il trenino disegnato da Milton che va, con un filo di fumo, di fronte alle tre punte della sua Tres Pontas, il sole pieno sullo sfondo. Un viaggio in luoghi e con sentimenti diversissimi, a mente ed occhi ben aperti: Milton si apre ad altri suoni, per esempio quelli andini del cileno Grupo Acqua, e invita la più grande cantante argentina, Mercedes Sosa, la “voce dei senza voce”, esiliata dal suo Paese durante la dittatura, a condividere “Volver a 17”, canzone di Violeta Parra, cilena, a sua volta la “madre del folk sudamericano”.

È una lunga struggente canzone che celebra l’innocenza e la forza dell’amore: «Tornare a 17 anni, dopo aver vissuto un secolo/è come decifrare segni senza essere abbastanza saggio/Tornare ad essere fragili come un secondo, a sentire profondamente come un bimbo di fronte a Dio…L’amore con la sua grandezza rende il vecchio bambino/ solo l’amore può rendere l’uomo cattivo puro e sincero».

Mercedes e Milton si scambiano una strofa, la voce melodiosa e perfettamente scandita, lei in spagnolo lui in portoghese, ti entrano nel cuore e quando cantano all’unisono, è bellezza infinita.

Il superclassico “O Que Serà” di Chico Buarque si apre con un volo vocale che l’orchestra raddoppia e non si sa più chi sia l’orchestra e chi il solista, ma quando comincia il testo le parole sono cambiate, non sono più quelle seduttive a ritmo di bossa nova che Ivano Fossati aveva tradotto con amore e immedesimazione. Non parlano di alcove e di poeti ubriachi, ma di esistenza e di Dio. Sono più lente, intime, riflessive:

«O che sarà che mi dà questo bruciore dentro,

Che disturba il mio sonno, che mi dà

Tutti i tremori che vengono a scuotermi

Tutti gli ardori che salgono

Tutti i sudori che mi bagnano

Che tutti i miei nervi stanno implorando

Che tutti i miei organi stanno gridando

E un terribile dolore che mi fa supplicare

Ciò che non si vergogna, né lo farà mai

Ciò che non ha governo, né lo avrà mai

Ciò che non ha giudizio».

Sono due highlights dell’album, che di perle però ne contiene una collana intera, fin dal suo inizio, con quell’ “agua de beber” di “Fazenda” che è lontana da quella resa celebre da Antonio Carlos Jobim. Là era la metafora del nutrimento del fiore/amore, qui è la “sete di tutto” di un ragazzo, acqua che esce dalla fontana nella fattoria, dove giovani e anziani si incontrano quando cala la sera, «ero un bimbo, oggi sei tu/e domani, noi».

“Menino”, ragazzo, è in memoria Edson Luìs, colpito al cuore dalla polizia nel ristorante Calabouco, che forniva pasti agli studenti svantaggiati, e punto di concentrazione giovanile. Il funerale è stato il primo momento di ribellione e di lotta studentesca contro la dittatura. Per lui Milton scriverà anche “Coracao de Estudiante”, che diventerà un inno politico, e sarà suonata ai funerali del Presidente Neves e di Ayrton Senna.

C’è la orecchiabilissima “Calix Bento”, adattamento di un “traditional”: «O Dio, salva l’oratorio/dove Dio ha fatto dimora/dove vive il calice benedetto, e l’ostia consacrata/ Oià, meu Deus».

C’è la maestosa “Promessas Do Sol”, che nasce come una folk song, e lentamente si trasforma in una corale immensa, lo spirito evocato è quello di una tribù indigena, il coro lontano che si avvicina sempre di più e sorregge una voce meno dolce del solito, ora è tragica, come se un sacrificio o un evento stesse per accadere: «Mi vuoi forte, e forte non lo sono più/Sono al fine della corsa, il vecchio che se n’è andato/Chiedo che la luna d’argento mi salvi, prego che gli dei della foresta mi uccidano…Le promesse del sole non mi bruciano più il cuore/Che tragedia è questa che cade su tutti noi?».

Ci sono attimi di pura poesia come “Lua Girau”, lo strumentale chitarristico pan-sudamericano di “Caldeira”, il berimbau che detta il ritmo sul “Circo Marimbondo”, la voglia di partire in “Carro De Boi” («Che voglia di partire, in un carro trainato dai buoi/ Strada sterrata, prendimi e basta, non riportarmi mai indietro»). E si chiude con lo struggente mandolino prima, e orchestra poi, di “Minas Geraes”: «Con il cuore aperto al vento, per tutta l’eternità/Con un cuore dolorante di tanta felicità». Quel “coraçao” ripetuto ad lib sfuma via insieme alla musica, come a rimarcare ancora una volta che questa è musica che viene dal cuore, e al cuore inevitabilmente parla.

“Minas” e “Geraes” sono il settimo e ottavo album brasiliano di Milton. Nel 1976, sulla scia della notorietà guadagnata con “Native Dancer”, c’è anche il primo e non ultimo tentativo di lanciarlo sul mercato americano con “Milton”, un mix di cose nuove e vecchie ri-registrate (peraltro album eccellente, quello con cui l’ho scoperto).

Milton alimenterà questo ponte fra due culture molte volte negli anni, collaborando – oltre a tutti gli artisti brasiliani – con una infinità di artisti anglo-americani: da Sarah Vaughan a Esperanza Spalding, da Santana agli Earth Wind and Fire, da James Taylor a River Phoenix, da Herbie Hancock a Pat Metheny, da Peter Gabriel ai Duran Duran (!). No frontiers, come si diceva.

Ma possiamo anche dire che oggi, dopo una quarantina di album e infinite collaborazioni, il suo caschetto di treccine sempre a incorniciare il volto gentile, Milton Nascimento è sì una star internazionale, ma non ha perso nulla della sua essenza nativa.

Quel bambino timidissimo che ascoltava di tutto alla radio e che sognava di fare anche lui un giorno una musica così bella è ancora dentro il grande artista, ed è andato molto lontano: se pensiamo alla musica e al canto non come a un genere, ma come a un’emozione che commuove e diverte, che fa pensare e riflettere, che trasporta lontano, e che soprattutto è un mix di tutto quello che uno può immaginare, Milton è lì. Sulla frontiera senza frontiere, ed è uno dei doni più luminosi che gli dei della musica ci abbiano fatto.

Carlo Massarini - Fonte | linkiesta

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