Jethro Tull - Stand Up (1969)

I dischi di Luglio sono tutti figli di un anno straordinario del rock, il 1969 (anno eccezionale anche in molti altri ambiti) che in quelle classifiche simpatiche (ma del tutto arbitrarie, come ogni perfetta classifica basata sull’estetica che si rispetti) sul migliore anno della Musica sta nelle posizioni che contano. Il disco disco è il primo capolavoro di uno dei gruppi più longevi e originali del rock inglese, anche tra le band più influenti e le più longeve. Ian Anderson (canto, chitarra e flauto) e Glen Cornick (basso) nel 1967 escono dal John’s Evans Smash e insieme a Mick Abrahams (chitarre) e Clive Bunker (batteria), che provengono dai McGregor’s Engine, formano un nuovo gruppo, che in maniera molto originale prende il nome Jethro Tull, nome di un famoso inventore e agronomo inglese, che nel XVIII inventò la seminatrice meccanica. Il gruppo si impone subito come una delle nuove sensazioni del rock blues, innestando nella struttura di base folk, jazz, e quell’idea di una musica nuova e sperimentale che diventerà il progressive (che “nasce” proprio nel 1969 con il disco di cui parlerò la prossima settimana). La grande particolarità del gruppo è il flauto traverso di Anderson, uno strumento del tutto nuovo nel panorama del rock, che Anderson usa in maniera istrionica, in omaggio al grande jazzista Roland Kirk, a cui dedicherà un brano nel primo disco della band. This Was, del 1968, dal titolo evocativo di Serenade To A Cuckoo. Nel disco, che già incuriosisce per la miscela innovativa di stili ed idee, si ricordano i primi due grandi brani, Song For Jeffrey e My Sunday Feeling. Nel 1969 c’è un cambio di formazione, fondamentale: Abrahams si chiama fuori, iniziando una minore carriera solista, e viene sostituito da Martin Lancelot Barre, dopo che per un periodo furono provati Toni Iommi (futuro Black Sabbath) e perfino Jeff Beck. Si forma così il pilastro fondamentale della musica dei Jethro Tull: l’istrionico Anderson ha adesso come spalla un chitarrista straordinario, meno famoso rispetto alle sue doti, e che ha regalato alcune delle cose più belle del periodo agli appassionati del rock. Stand Up esce nel luglio 1969, prodotto per la neonata Island di Chris Blackwell da Terry Ellis, geniale produttore, fondatore di una famosissima casa discografica (la Chrysalis, che pubblicherà i successivi dischi dei Jethro Tull) e creatore del Classical Gas, una spettacolare sezione orchestrale, che è il suo marchio di fabbrica. Stand Up si chiama così perchè aprendo l’album un pop up di figurine della band appariva proprio al centro del cartonato (almeno fino al 1973, quando la prima ristampa eliminò il giochino, che fu ripreso in una spettacolare versione celebrativa del 2016). Dal punto di vista musicale, è da standing ovation: si parte con il blues lento e ipnotico, con il tempo ritmico dispari, di A New Day Yesterday, per poi passare al mondo incantato, quasi da ballata medioevale, di Jeffrey Goes To Leicester Square, incantevole e fiabesca. Si impongono come gioielli Nothing Is Easy, con le sue brusche accelerazioni e frenate scandite dalla batteria, For A Thousand Mothers, che gioca da vicino con sonorità hard ed ha una struttura affascinante e complicata. Fat Man, giocosa storia che racconta di come un “uomo grasso” può battere chiunque solo rotolando da una collina ha sonorità orientaleggianti, con grande lavoro delle percussioni e Anderson suona qui perfino una balalaika. Anche We Used To Know è una stupenda ballata acustica, sulla quale poi Ian Anderson ricama i suoi raffinati disegni flautistici, e non meno interessanti sono Look In The Sun, Reasons For Waiting, dal bellissimo intro, e Back To The Family che invece ha uno straordinario assolo di Barre sul finale. Ma il colpo di genio, e uno dei loro brani più celeberrimi, è uno dei primi tentativi di riunione “sacro e profano”: Bourée deriva dalla Bourrée (si con 2 “r”, la versione trulliana è con una sola) dalla Suite per liuto BWV 996 di Johann Sebastian Bach. Spesso la si utilizzava per variazioni con la chitarra, invece Anderson usa il suo flauto fatato. La grandezza di questa versione è la sua idea di variazione in stile jazzistico: dall’inciso bachiano si parte per fantasiose e intelligenti variazioni, dove Anderson giganteggia con il suo traverso, per poi ritornare al tema di Bach, in maniera elegante, senza scopiazzare e dando un tocco personale, e di gran classe, all’idea (c’è pure un mini assolo di basso suggestivo). Il grande impegno e la maestria elevatissima dei musicisti furono premiati (come spesso accadeva all’epoca) dal pubblico: primo posto nelle classifiche inglesi, e altissimo successo anche negli Stati Uniti, dove la band organizzò un seguitissimo tour nello stesso anno. Stand Up è oggi considerato uno dei grandi capolavori di quell’anno magico e uno dei dischi più particolari e influenti di quel periodo: ancora oggi è considerato uno dei migliori di tutti i tempi da molti musicisti, come Eddie Vedder, Joe Satriani, il grande bluesman Joe Bonamassa, che ha suonato una cover entusiasmante di A New Day Yesterday. Lascio alla vostra curiosità la scoperta dei suoni magici ed intriganti del flauto di Anderson, della chitarra di Barre e dalla magia di questa band originale e fantastica.

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