Il blues selvaggio di Howlin’ Wolf

di Gianni Lucini

La voce che si arrampica sulle note

Figlio di piantatori di cotone, impara a suonare blues da un grande vecchio come Charley Patton e alterna l’attività di musicista con quella di bracciante nelle zone rurali del Delta del Mississippi dove è nato. Alla fine della seconda guerra mondiale se ne va a cercar fortuna a Memphis dove lavora saltuariamente come disk jockey e suona quando può. I suoi più fedeli compagni d’avventura sono l’armonicista James Cotton, il pianista Ike Turner e l’altro armonicista Little Jr. Parker. È in questo periodo che prende forma il suo stile unico con la voce che si arrampica sulle note scolpendole e colorandole di suoni torbidi, aspri e selvaggi. Nel 1951 con How many more years e Moaning at midnight la sua vocalità accoppiata alla tecnica chitarristica di Willie Johnson definisce quelle che in seguito verranno considerate le regole fondamentali del dialogo tra canto e strumento nell’era elettronica.

Una musica che vola fuori dal ghetto

Come quasi tutti i grandi bluesmen della sua epoca corre il rischio di restare confinato nella ristretta cerchia del “ghetto musicale” destinato alla popolazione nera degli Stati Uniti, anche perché la carica sessuale esplicita del suo modo di cantare e delle sue storie scandalizza il music business bianco che preferisce dare spazio a un rock and roll addomesticato e tranquillizzante. L’opera di marginalizzazione, però, non funziona. L’eco del suono nero non si lascia contenere. Vola in alto, attraversa l’oceano e arriva in Gran Bretagna, dove i giovani esponenti bianchi del rock blues, a partire dai Rolling Stones, recuperano il lavoro di Howlin’ Wolf e degli altri innovatori. Lui si lascia coinvolgere con entusiasmo anche se confessa di essere un po’ stupito dall’attenzione suscitata. Lo stupore quasi si trasforma in panico quando, nel 1970 si esibisce di fronte a una folla incredibile in compagnia di Charlie Watts, Bill Wyman, Ian Stewart ed Eric Clapton in un concerto che viene poi pubblicato nell’album London sessions. Nel 1972 partecipa alla realizzazione di “Wolf” un film sulla sua vita diretto da Len Sauer. Verso la metà degli anni Settanta scopre di avere un nemico invincibile. È un tumore al cervello. Cerca di non farsi troppo condizionare, tira avanti fin che può ma poi deve arrendersi. Il 10 gennaio 1976 muore nel Veteran Administration Hospital di Los Angeles. Ha sessantacinque anni e avrebbe ancora molto da regalare.


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