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Visualizzazione dei post da febbraio, 2026

Lipstick Sunset - John Hiatt (1987)

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 John Hiatt è l'uomo che balla coi lupi, dopo aver conosciuto la devastazione e i dolori che lo hanno lasciato vuoto come una zucca di Halloween. La morte in casa, la bottiglia come prima amica, dischi registrati e poco venduti, la sensazione che il treno sia passato e non ci sia alcuna stazione in lontananza. Gli unici a crederci sono John Chelew, proprietario del McCabes Guitar Shop, un negozio di chitarre su Pico Boulevard a Santa Monica, e i discografici della Demon, convinti che Hiatt sia un genio, nonostante i fallimenti. Chelew ascolta quattro canzoni di John e quasi lo obbliga a registrarle, la Demon dice che è disposta a pubblicarle anche se facessero schifo e se lui le cantasse sotto la doccia. Hiatt si convince. Entra in studio (gli Ocean Way Studios) con un budget così ridotto che è costretto a dividere una stanza all'Holiday Inn con Nick Lowe, vecchio amico che accetta di lavorare gratis, così come Ry Cooder, In quattro giorni l'album, Bring the Family, è finit...

Calexico - Edge Of The Sun (2015)

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di Tommaso Iannini Chi aveva salutato con interesse e curiosità la comparsa dei Calexico e della loro musica borderline alla fine degli anni ’90 apprezzava una mescolanza di stili piuttosto nuova, almeno per il contesto del rock indipendente; sì, l’alt country, le atmosfere western, Morricone e tex-mex, le suggestioni latineggianti, ma a qualcuno – leggi, il sottoscritto – piaceva pure fissarsi su quel pelo nell’uovo, il piccolo accenno di post-rock (penso per esempio alla title-track di The Black Light, tra jazz e slow core) che contribuiva a rendere l’alchimia ancora più misteriosa e intrigante. Trovarlo il pelo in Edge of the Sun, che pure è un tripudio, una fiesta dello stile Calexico. Convertino e Burns hanno mantenuto negli anni il concept del sound di frontiera – musicale e geografica, per l’occasione hanno sciacquato ancora di più i panni in Messico prima di ritornare a Tucson – e dell’immaginario desertico, spostandolo sempre più verso un pop elegante; almeno da Feast...

Billie Holiday

I giovani mi domandano sempre da dove viene il mio stile, come si è formato e tutto quanto; cosa posso dire? Se scopri un pezzo che ha qualcosa a che fare con te, non devi costruirci niente. Semplicemente ti procura emozione, e quando lo canti anche altra gente proverà qualcosa. Billie nacque da una notte d'amore tra il sedicenne Clarence Holiday, un suonatore di banjo, e la tredicenne Sadie Fagan, ballerina di fila. Il padre non si occupò quasi mai di lei: lasciò presto la figlia per seguire le orchestre itineranti con cui suonava. Billie ebbe un'infanzia travagliata e dolorosa. Trascorse i primi anni a Baltimora (spesso indicata come città di nascita, ma recenti ricerche hanno indicato che era nata in realtà a Filadelfia, dove sua madre Sadie lavorava come domestica.) trattata duramente dalla cugina della madre alla quale quest'ultima l'aveva affidata mentre lavorava come domestica a New York. Subì uno stupro a dieci anni e in seguito dovette evitare diver...

Peter Gabriel - Scratch my back (2010)

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di Silvano Bottaro E' noto che Peter Gabriel sia piuttosto parco nella produzione musicale, infatti l'ultima sua incisione risale a otto anni fa. Dopo quattro album intitolati con i numeri: 1, 2, 3 e 4 e altri tre con le sillabe: So, Us e Up, questo è il primo disco che ha un nome più comune: Scratch My Back che, non a caso, è un album di cover, quindi canzoni di altri musicisti. Gli stessi musicisti sono stati chiamati poi in causa per contraccambiare “il progetto" incidendo delle canzoni sue. Un album di cover fatto da Gabriel è però cosa diversa. I dodici brani presenti nel disco vengono completamente stravolti e arrangiati in maniera quasi irriconoscibile; pianoforte e archi sono il comun denominatore. Il disco che necessità di un ascolto non superficiale, fa però sentire subito la sua profondità. Ogni brano che Gabriel prende in considerazione viene sviscerato, scarnificato, pulito fino all’osso. Con attenzione ad ogni minimo particolare, ogni canzone vi...

Il giorno che Bob Dylan suonò elettrico

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Il 25 luglio del 1965 Dylan iniziò al Newport Folk Festival la sua rivoluzione elettrica: non tutti la presero bene Il Newport Folk Festival è un festival di musica folk organizzato ogni anno a Rhode Island, negli Stati Uniti, ed esiste dal 1959. Oggi il festival attira meno pubblico di molti altri eventi musicali, ma negli anni Sessanta è stato il più importante punto di riferimento per la musica folk, che in quel periodo andava molto forte. Cinquant’anni fa su un palco di Newport ci fu uno dei più noti, importanti e discussi eventi nella storia della musica contemporanea. Il 25 luglio del 1965 iniziò la svolta elettrica di Bob Dylan, nome d’arte di Robert Allen Zimmerman. Quel giorno Dylan, allora il più importante esponente della musica folk tradizionale, andò sul palco accompagnato da un complesso che si chiamava Paul Butterfield Blues Band. Invece che presentarsi con la consueta chitarra acustica, Dylan si presentò con chitarre elettriche e amplificatori, sorprendendo tutti ...

Punch Brothers - The Phosphorescent Blues (2015)

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di Francesco Nunziata Fin dal loro primo disco (“Punch”, targato 2008), gli americani Punch Brothers si sono imposti come una delle realtà più intriganti del cosiddetto “progressive bluegrass”, un modo “aperto” di intendere (per il tramite di elementi che fanno riferimento al jazz, alla musica classica e al pop) uno dei generi più importanti della tradizione musicale statunitense. Con “The Phosphorescent Blues” (quarto parto della loro carriera), il mandolinista Chris Thile, il chitarrista Chris Eldridge, il banjoista Noam Pikelny, il violinista Gabe Witcher e il bassista Paul Kowert rinnovano la graziosa magia di un sound che, a questo giro, la produzione di T Bone Burnett rende ancora più cristallino e “caldo”. Posto proprio all’inizio, “Familiarity” è, con i suoi oltre dieci minuti di durata, il brano più complesso del disco. Attorno al frenetico mandolino di Thile, si polarizzano poco alla volta tutti gli strumenti. Ci si trova, quindi, nel bel mezzo di un eroico fragore d...

Damien Rice - B-Side (2005)

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La Cienega Just Smiled - Ryan Adams (2001)

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 Ryan Adams ha un'adorazione per la Band di Robbie Robertson e per Gram Parsons, per Bob Dylan, Neil Young e Warren Zevon, ama quindi il rock 'n' roll che prima ti spezza la vita e poi te la salva, perché non c'è niente di più bello di una canzone per rimetterti in piedi dopo una caduta. Ha debuttato alla guida dei Whiskeytown, una band di alternative-country di Raleigh, nella Carolina del Nord, una sorta di versione punk degli Uncle Tupelo. Poi, ha seguito una carriera solista a volte schizofrenica, ma che merita comunque stima. «La Cienega» che sorride in questa canzone è una strada che si estende da El Segundo Boulevard, nella cittadina di Hawthorne, fino al Santa Monica Boulevard di Los Angeles. La zona centrale nella Città degli Angeli è deliziosa, tranquilla di giorno e luminosa dopo il crepuscolo. A sorridere non è invece l'io narrante, distrutto da una ragazza che è entrata nella sua vita come un fulmine, lasciando dietro di sé solo pioggia. Ryan Adams canta...

Sufjan Stevens - Carrie & Lowell (2015)

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di Gabriele Benzing “I don’t know where to begin”. Difficile immaginare una confessione più disarmata, per uno che di mestiere fa il cantastorie. Scoprirsi così sopraffatti da aver perso le parole. Da aver paura persino di affrontare il silenzio. Difficile immaginarlo soprattutto per uno come Sufjan l’eclettico, quello del giro dell’America in cinquanta album e delle lettere aperte a Miley Cyrus su Tumblr. Ma in “Carrie & Lowell” le cose sono diverse: “Questo non è il mio progetto artistico. Questa è la mia vita”. E il gioco dei trasformismi lascia il posto alla carne e al sangue dell’esperienza. Niente architetture barocche, niente trovate spiazzanti. A Sufjan Stevens stavolta non interessa stupire. Gli basta un rincorrersi cristallino di arpeggi, ad accompagnare la fragilità di una voce più indifesa che mai. Una voce pronta a sdoppiarsi come nel riflesso di uno specchio, trasformando all’improvviso la solitudine in coro. Lo si sente sin dalle prime note di “Death With D...

Peter Gabriel

La musica, al di là di ogni barriera linguistica, è il più formidabile mezzo di comunicazione tra gli uomini. Dopo aver raggiunto il successo nel celebre gruppo progressive rock dei Genesis come cantante, flautista e percussionista, ha intrapreso la carriera solista, imponendosi come musicista capace di coniugare brillantemente sperimentazione e successo commerciale.[1] Recentemente è stato impegnato nella promozione della world music, nella ricerca di moderne tecniche di incisione e nello studio di nuovi metodi di distribuzione della musica online. È anche noto per il suo costante impegno umanitario. ( Wikipedia ) Sono uno che crede fermamente nell'educazione, perché penso che trasformi la gente e che le dia potere. Peter Brian Gabriel, l'artista multimediale più discusso del pianeta, è nato a Cobham nel Surrey, Inghilterra, il 13 febbraio 1950. Malgrado la sua immagine di uomo rotto a tutte le diavolerie e uso a maneggiare tutti i marchingegni offerti dalla t...

Mary Chapin Carpenter – The Dirt And The Stars (2020)

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di Silvano Bottaro Questo ultimo album, di Mary Chapin Carpenter, The Dirt and the Stars, registrato nel Real World Studio di Peter Gabriel, può sicuramente unirsi alla lista dei dischi del 2020 che funzionano perfettamente per la nostra comune crisi "mentale" dovuta ai fatti epidemici mondiali. Il disco della Carpenter funziona particolarmente bene come balsamo calmante, con le sue parole di saggezza scelte con cura che si fanno strada verso di te attraverso una musica assolutamente priva di ansia. Con un sacco di esperienza di vita e di carriera alle spalle: quindici dischi, quindici milioni di copie vendute, 5 Grammy Award, di cui ben quattro consecutivi, su un totale di 15 nomination, Mary Chapin Carpenter è adeguatamente attrezzata per dispensare lezioni di vita e, in un certo senso, è quello che fa in The Dirt and the Stars. Infatti, questo album caldo e pieno di cuore, la vede spesso invocare l'idea del tempo che passa; e come quel tempo possa sia darti...

L’afrobeat di Fela Kuti è ancora un’arma contro il potere

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di Alberto Piccinini A differenza di Bob Marley o James Brown, Fela Anikulapo Kuti non ha lasciato canzoni che possano tramandare una memoria distratta o banalmente popolare della sua opera. Non c’è un no woman no cry e neppure un sex machine dentro i molti dischi usciti a suo nome tra gli anni sessanta e ottanta, i quali invece sono costruiti tutti allo stesso modo: un solo pezzo per ogni facciata lungo tra i venti e i trenta minuti. Cioè un tempo eccessivo per l’epoca – e in generale per la musica pop internazionale – che prediligeva i 3-4 minuti della facciata di un 45 giri (lo stesso James Brown aggirò il problema dividendo in due parti uguali – pt.1, pt. 2 – alcuni dei suoi pezzi più lunghi e più celebri). Ci fu chi – da ultimo l’etichetta discografica Motown – provò con intenzione sincera a chiedere a Fela Kuti di suonare qualcosa di più radiofonico e meno “rituale”. Quella volta il musicista nigeriano consultò capi spirituali e spiriti arcani, ci pensò sopra insom...

Ryley Walker - Primrose Green (2015)

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di Ricardo Martillos Il secondo disco dell'uomo di Chicago, Ryley Walker, era uno dei lavori più attesi di questo 2015, dopo il suo bellissimo album d'esordio, "All kinds of you". Walker ha un passato, nemmeno troppo lontano, di chitarrista acustico, sulle tracce dei vari Fahey, Basho e di tutta la Takoma family. Nel 2011 erano uscite, in copie limitatissime, 2 cassette, una delle quali in compagnia di Daniel Bachman, altro virtuoso della sei corde acustica. Il suo primo album raccontava di un musicista ancorato ad un suono prettamente acustico, debitore di un suono recuperato da un grande come Bert Jansch, sia strumentalmente che vocalmente. Per il nuovo disco, "Primrose green" il giovane chitarrista ha arricchito in diverse tracce l'impasto musicale, facendosi accompagnare da uno stuolo di strumentisti fra i migliori in circolazione. Una operazione che ricorda da vicino quella effettuata quasi 50 anni prima da Van Morrison ai tempi della pietr...

Laurie Anderson - Big Science (1982)

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Locomotive Breath - Jethro Tull (1971)

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 Nacquero a Blackpool, nel 1967, nell'estate dell'amore. Mentre in California si scaldavano al sole psichedelico con la crema abbronzante lisergica, in Inghilterra Ian Anderson e alcuni amici disegnavano un'affascinante area irregolare delimitata da quattro lati (rock, folk, blues, progressive). Per il nome si ispirarono a un agronomo inglese del xvii secolo, come segno distintivo adottarono il flauto (trattato alla maniera del grande jazzista Roland Kirk, che omaggiarono in Serenade to a Cockoo), come tessera centrale del loro mosaico sfruttarono le lucide follie di un cantante che suonava il suo strumento su una gamba sola. Locomotive Breath (pubblicata sull'epocale Aqua lung del 1971) è il treno della vita, metafora chiara del suo lento e inesorabile scorrere. Il nostro tempo sulla terra è paragonato a un treno che non si può arrestare perché il vecchio Charlie ha rubato la leva dei freni. Molto si è disquisito su chi sia quell'Old Charlie. Tre le ipotesi accredi...

Lower Dens - Escape From Evil (2015)

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di Riccardo Zagaglia Hanno giocato bene le loro carte, i Lower Dens di Jana Hunter, alimentando mese dopo mese le attese per quello che è a tutti gli effetti il terzo album in studio, Escape From Evil. Accantonata l’ormai decennale esperienza solista/freak-folk iniziata a metà anni Zero, con l’appoggio di un Devendra Banhart all’epoca all’apice della popolarità, la Hunter è riuscita a reinventarsi icona – a suo modo – cool attraverso le trame di un dream pop chitarristico che ha trovato sfogo prima in Twin-Hand Movement e poi, in una veste ancora più appetibile, nel Nootropics del 2012. Un timbro particolare, spesso accostato a quello di Victoria Legrand dei Beach House (ma dalle venature ancora più androgine), sorretto dalle metriche mai banali dei compagni di viaggio Geoff Graham (basso) e Nate Nelson (batteria). I Lower Dens sono storicamente una band di difficile definizione, priva di quegli spessi tratti caratteristici che rendono un suono facilmente identificabile. In qu...

Pierangelo Bertoli

«Canterò le mie canzoni per la strada / ed affronterò la vita a muso duro un guerriero senza patria e senza spada / con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.»  (da A muso duro) Nato da una famiglia operaia, a tre anni fu colpito da una grave forma di poliomielite che lo privò della funzionalità degli arti inferiori e lo costrinse a vivere muovendosi su una sedia a rotelle. Malgrado l'ingombrante presenza della carrozzella visse un'infanzia regolare, ma priva di ogni genere di bene superfluo; secondo quanto raccontato dallo stesso Bertoli, in casa non c'era neppure la radio e per questo motivo la passione musicale del giovanissimo Pierangelo venne essenzialmente dall'esterno, anche se non va dimenticato il ruolo decisivo ricoperto dal fratello e dal complesso di quest'ultimo, che all'inizio degli anni sessanta si riuniva proprio in casa Bertoli per suonare insieme. Pierangelo conosceva già la discografia di alcuni cantanti famos...

Neil Young - On the beach (1974)

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di Silvano Bottaro Se si escludono le estemporanee night-session di Tonight's the night , On the beach è il lavoro più drammatico, triste e doloroso di Young, ma anche quello meno negativo. Neil Young mette a nudo le sue esperienze facendone un punto di forza realizzando sei incubi agghiaccianti, tetri ed impenetrabili e due rifugi malinconici per il cuore. Storie di morte raccontate da chi è sopravvissuto, ricordi vicini e lontani che vengono rivisti con significati rivelatori. On the beach è una introspezione esistenziale con evidenti sottintesi psicoanalitici in un misto di irreale e quotidiano, di bisogno-abbandono, dove per la prima volta Neil Young vive la sua vita e le sue esperienze in prima persona. E' l'impronta esasperata e vera del suo personale modo di intendere il blues: una musica cruda, chitarre sporche e lancinanti, ritmiche squadrate ed essenziali e su tutto la voce cruda di Neil che tesse frenetiche immagini surreali, suonate e interpretate esclus...

Alcuni buoni motivi per amare Robert Wyatt

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di Alberto Piccinini Robert Wyatt ha compiuto settant’anni a gennaio duemilaquindici. Il mese scorso ha annunciato in un’intervista di avere smesso con la musica. “Ho pensato che i macchinisti di treno vanno in pensione a 65 anni. Lo farò anch’io. Cinquant’anni passati al posto di guida non sono una cosa da poco e in questo momento a essere onesto sono più interessato alla politica che alla musica”. Lo ha detto con la consueta ironia, macchinista della sedia a rotelle dove sta seduto da quando aveva 28 anni. “Se Dio avesse creato le sedie a rotelle”, recita un’altra sua battuta “le avrebbe presentate come una naturale alternativa alle gambe, nel caso qualcuno avesse voluto scegliere”. A 28 anni Wyatt cadde completamente ubriaco dalla finestra di un primo piano, durante un party londinese (“ho rovinato la festa a tutti”). L’incidente passò agli atti della storia minore del rock. Nella storia maggiore si moriva e ciao, come Jimi Hendrix. Si sorvola spesso sulle circostanze: dep...

E T I C H E T T E

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