Storia della musica #60
L’ondata del new rock
L’inizio del nuovo millennio è salutato in tutto il mondo da una lunga serie di revival: mentre l’elettronica già comincia a guardare agli anni ’80 il popolo alternativo improvvisamente riscopre i suoni del garage, anche se in realtà parlare di garage è molto approssimativo e in parte pure inesatto: per essere precisi c’è una riscoperta di tutte quelle sonorità che tra la metà dei ’60 e la fine dei ’70 anticipano (o accompagnano) la nascita del punk: il garage rock americano dei Sonics e dei Wailers, il proto-punk detroitiano di Stooges ed Mc5 e quello australiano di Saints e Radio Bridman e la New York di Velvet Underground e Television sono i punti principali di riferimento.
Bisogna considerare che il revival di questi suoni è un fenomeno che, anche se a sprazzi, prosegue da più di due decenni: negli anni ’80 la penisola scandinava e l’America erano stati attraversati, come noto, da un massiccio revival garage-rock portato avanti da gruppi come Nomads, Fleshtones e Hanoi Rocks. La tradizione di quei suoni negli anni ’90 era passata poi per la rilettura noise del blues da parte di gruppi di New York come Pussy Galore prima, Jon Spencer Blues Explosion e Royal Trux poi, per il lavoro instancabile di etichette underground come Estrus, Crypt, Bomp! e Sympathy for the Record e infine per fertili scene come quella di Detroit e di Memphis, dove la rilettura del garage veniva filtrata attraverso il blues, come nella musica dei Gories di Detroit, ed il rock’n’roll, come nei dischi degli Oblivians di Memphis.
Altrettanto seminale era stato quel filone che, partendo dalla Seattle dei Mudhoney e arrivando alla fine degli anni’90 in Svezia combinava hard rock e garage: punto d’approdo ma anche di partenza per l’esplosione rock se si considera che proprio con l’invasione dei gruppi Scandinavi si ricomincia a parlare ufficialmente di glam hard rock stradaiolo e di garage, mentre gruppi come Hellacopters, Gluecifer e Backyard Babies catalizzano l’attenzione del mondo indie: niente a che vedere col successo di massa che toccherà ai loro connazionali Hives di lì a poco ma comunque un primo, importante ritorno di fiamma per quei suoni e allo stesso tempo un cambio di rotta inaspettato per la penisola scandinavia, fino ad allora nota a livello internazionale principalmente come patria del death metal.
E proprio da una costola del gruppo death Entombed nascono gli Hellacopters, gruppo il cui esordio del 1998 “Super Shitty to the Max!” è una perfetta dichiarazione d’intenti musicale per l’intera scena: il gruppo ripropone quella miscela di proto-punk (Stooges, Saints ed Mc5) e proto-metal (Black Sabbath e Deep Purple) che aveva reso celebri i Motorhead, gruppo di cui gli Hellacopters sono gli eredi ideali, con suoni affini a quelli di un gruppo come i Gluecifer, e imparentati con l’incrocio tra garage ed hard rock stradaiolo (sulle orme di Motley Crue e Guns’n’roses) di Backyard Babies e Turbonegro, questi ultimi eredi della tradizione glam metal di Alice Cooper e Kiss.
Tutti fenomeni importantissimi per capire quello che succede dal 2001 in poi e per capire come gran parte dei gruppi emersi e divenuti popolari grazie al momento propizio siano in realtà spesso l’ultima catena di scene ultradecennali: una consapevolezza che diviene importante soprattutto per orientarsi in mezzo alla giungla di formazioni etichettate riunite sotto il termine (piuttosto risibile) di new rock.
Gruppi spesso affini nel nome più che nelle sonorità, con quell’uso dell’articolo “The” che è omaggio ad una tradizione, quella del garage-rock dei The Sonics e The Wailers, a sua volta mutuata dai gruppi inglesi della british invasion che erano spesso fatti esordire con un disco omonimo di presentazione (The Beatles, The Rolling Stones, The Kinks, ecc…); diventa, però difficile, nel momento in cui il fenomeno del new rock esplode commercialmente, distinguere tra l’omaggio sincero e l’abile mossa di marketing per saltare sul carro del movimento.
Movimento che esplode nel 2001, sotto la sapiente regia della macchina mediatica inglese: è il solito N.m.e che, folgorato da Is This It, esordio dei newyorchesi Strokes si accorge improvvisamente di una scena e di un suono che esiste da anni; accantonato e dimenticato nel giro di ventiquattr’ore l’effimero (e fittizio) New Acoustic Movement la stampa inglese si volge improvvisamente a guardare tra gli scantinati del garage e dell’hard rock internazionale. C’è anche da dire che, accanto all’hype mediatico c’è anche una sorprendente coincidenza di uscite discografiche eccezionali e gruppi esordienti sorprendenti: si ripete, insomma, quello che già era avvenuto col brit pop, dove accanto a gruppi insulsi e derivativi ve ne sono altri che sono in grado di fondere in modo nuovo le influenze del passato generando magicamente miscele e sonorità (parzialmente) inedite: gli Strokes per primi, e poi White stripes, Libertines, Kings Of Leon e Yeah Yeah Yeahs, giusto per citarne qualcuno a caso. Alcuni di essi sono attivi da anni, come i White Stripes, che per pura coincidenza arrivano proprio nel 2001 al capolavoro (“White Blood Cells”) , altri sono esordienti totali, come i Libertines.
Questi ultimi, in particolare, sono tra i pochissimi apporti di rilievo della scena inglese al new rock, il che non stupisce tenendo conto che il movimento in questione, come già detto, è fermamente radicato nelle tradizioni e nelle scene, nazionali e cittadine: naturale quindi che ad emergere siano paesi come l’Australia dell’aussie rock hard degli Ac/dc, la penisola scandinava del garage revival anni ‘80 e, soprattutto, l’America: quella di Detroit e New York, prima di tutto, ma più in generale tutte le sue province musicali (tra cui la California, l’Ohio ed il Sud).
Ma se c’è un punto giusto da cui partire, probabilmente è la New York degli Strokes, prima causa scatenante del fenomeno, con il già menzionato esordio del 2001 “Is This It”: onorando la tradizione musicale della loro città natale il gruppo esce con una miscela di Velvet Underground e Television, filtrata però attraverso l’abrasività e la carica adrenalinica del garage e le dinamiche e le melodie della tradizione pop: sembra un ossimoro ma funziona incredibilmente bene, facendo da subito del gruppo e delle sue sonorità uno degli assi centrali intorno a cui si snoda il fenomeno.
Da subito si parla di revival garage, ma la verità è che il gruppo e con esso la città di New York, è da subito legato più che altro alle sonorità new wave. Sonorità che sono ancor più marcate nel successivo “Room on Fire” (2003) e attorno alle quali gravitano la maggior parte dei gruppi cittadini di rilievo, come Liars ed Interpol: non è un caso quindi che da New York parta un ulteriore revival, teso questa volta a rielaborare le sonorità dei primi anni ’80, che segnerà la metà del decennio (e di cui si parlerà più tardi).
Con le dovute proporzioni, sembra ripetersi la storia di venti e passa anni prima, quando la città che aveva inventato il punk con New York Dolls e Ramones negli stessi anni volgeva le sue attenzioni altrove ponendo contemporaneamente le basi per la new wave con gruppi come Television e Suicide: non una coincidenza ma semplicemente un’altra testimonianza della ricchezza di questa città. Città che in ogni modo, anche in questi anni, non manca di sparare le sue cartucce rock’n’roll: dal garage punk vintage, tra New York Dolls, Sonics e Mc 5 dei Modey Lemon di “People Get Ready”(2003) al flirt con power pop e punk ’76 degli Star Spangles di “Bazooka !!!” (2003) passando per “Fever to Tell” (2003) delle Yeah Yeah Yeahs,oscura e travolgente miscela tra il rock riottoso di Bikini Kill e Sleater Kinney , la new wave di Blondie ed il garage-noise del decano Jon Spencer.
Se New York è la città che accende la miccia, fin da subito è Detroit il vero epicentro per la rinascita del garage (specie di quello virato blues): la città non solo è una delle patrie spirituali dell’intero movimento, avendo dato i natali a gruppi come Mc5 e Stooges, ma è anche quella che può vantare la scena più florida. Una scena sviluppatasi fin dalla metà degli anni’80 attorno alla figura carismatica di Mick Collins: Collins è il primo a dare, con i Gories prima, con i Dirtbombs poi, una lettura minimale del garage, riducendone il suono all’osso ed eliminando il basso, incrociandolo contemporaneamente con altri generi, specie di matrice nera, blues, rhythm‘n‘blues, funk e soul su tutti.
La sua lezione si rivela fondamentale per i White Stripes che ne riprendono il suono minimale fin dalla line up essenziale: a comporre il gruppo sono solo in due, Jack White, chitarra e voce e Meg White, batteria; ne ereditano anche l’eclettismo: garage punk, l’hard rock, il country,il rock’n’roll, il blues, ma anche il pop di Beatles e Velvet Underground sono solo alcuni dei generi toccati dai due nell’arco di quattro dischi.
All’esordio nel 1999 per la seminale Simpathy For The Records quando ancora di rock’n’roll nessuno vuole sentir parlare il gruppo esplode nel pieno dell’isteria collettiva per gli Strokes con “White Blood Cells” (2001): disco che, insieme al successivo Elephant (2003) testimonia la definitiva maturazione del gruppo, con la voce e la chitarra di Jack White a fare da collante tra i salti mortali tra i generi del gruppo e Meg che contribuisce con un drumming scheletrico e meccanico, che porta alcuni pezzi del gruppo (prima fra tutti la celebre “Seven Nation Army”), a suonare come la risposta del rock alle ritmiche robotiche della musica elettronica.
L’exploit di “White Blood Cells” fa sì che il gruppo fin da subito assuma un posto centrale nella scena, unico in grado di rivaleggiare per influenza e carisma con gli Strokes e allo stesso tempo attiri l’attenzione pubblica sulla scena da cui proviene; ad esempio sui Von Bondies, il cui esordio del 2000, “Lack Of Communication”, è prodotto proprio da Jack White: un disco in cui il gruppo brilla con un suono che è l’esatta via di mezzo tra Mc5 e Sonics, un garage punk sporco in cui il cantato risente non poco dell’influenza dello stesso White. Veterani della scena sono invece formazioni come Detroit Cobras, Demolition Doll Rods e Sights, tre gruppi cui corrispondono altrettante declinazioni del paradigma garage: R&B (attraverso cover deraglianti di oscuri pezzi di genere) per le Detroit Cobras di “Mink Rat or Rabbit” (1998), in salsa rock’n’roll per le Demolition Doll Rods di “Tasty “(1997), virato verso il suono della british invasion di Stones, Who e Beatles quello dei Sights di “Are You Green?” (1999).
La matrice blues è invece sviluppata da altri gruppi disseminati per gli sconfinati territori americani: Soledad Brothers, Immortal Lee County killers, Mr Airplane Man, Black Keys, Kills e i già citati Modey Lemon sono solo alcuni dei gruppi che rivisitano in chiave garage il suono della tradizione, tutti caratterizzati peraltro dalla minimale line up a due: dalle Mr Airplane Man di “Red Lite” (2001) agli Immortal Lee County Killers di “Love Is a Charm of Powerful Trouble” (2003), gruppi alle prese con una rilettura piuttosto fedele del genere passando per i Black Keys di “Thickfreakness” (2002) veri eredi della tradizione meticcia dei Gories, imbevuti di negritudine fino al midollo, dotati della stessa carica groovy e dediti allo stesso blues lancinante e abrasivo che avevano reso Mick Collins un personaggio di culto. Anche i californiani Bellrays, con “Let It Blast” (1999), tentano l’ibridazione tra garage e musica nera, anche se su coordinate e presupposti radicalmente differenti: il gruppo, infatti, guidato dalla vocalist di colore Lisa Kekaula gioca a fondere il rhythm’n blues di Ike&Tina Turner con gli Mc5, con un suono che del soul riprende la vena più sanguigna ed incendiaria.
Un caso a parte sono i Kills di “Keep on Your Mean Side” (2003) gruppo in cui la matrice blues rivive sotto l’ascendente del noise-rock newyorchese di dieci anni prima, con sonorità che ricordano a tratti i Royal Trux e che li rendono cugini alla lontana del garage degli Yeah Yeah Yeahs, seppur in forma più minimale e controllata. A far rivivere i suoni della tradizione ci pensano anche i Kings Of Leon di “Youth & Young Manhood” (2003), gruppo che traghetta la tradizione southern rock, tra boogie, country e blues, nell’era del rock revival, riadattando il suono di Lynyrd Skynyrd e Creedence Clearwater Revival alle strutture e alle dinamiche del garage: l’ennesimo esperimento coronato dal successo.
Se l’America è il centro del musicale del movimento, la Scandinavia di Nomads, Hanoi Rocks ed Hellacopters resta uno straordinario serbatoio musicale di gruppi e a veterani come Hives ed International Noise Conspiracy, si affiancano nei primi anni del decennio gruppi come Division Of Laura Lee, Raveonettes e Mando Diao. Gli Hives, in particolare, sono, con White Stripes e Strokes tra i principali protagonisti dell’esplosione del movimento all’inizio del nuovo millennio.
Il gruppo, all’esordio nel 1997 con “Barely Legal” fa il botto con “Veni Vidi Vicious” (2000): un suono che fonde il cantato e l’attacco hardcore e lo fonde con riff che uniscono il meglio del rock chitarristico degli anni’60 (dai Rolling stones al garage rock) con l’abrasività del garage di Detroit e il groove dei Nation Of Ulysses di Ian Svenonius. Un nome cui viene istintivo associare anche gli International Noise Conspiracy di “Survival Sickness” (2000) dove l’accento’60s è ancora più spiccato, tra organetti vintage e melodie che ammiccano (anche) ai primi Kinks, mentre dagli Mc5 il gruppo eredita più che altro la spiccata vena politica.
Radicalmente diverse sono le sonorità dei Raveonettes, all’esordio nel 2002 con “Whip It On”, gruppo che prosegue lungo la strada degli esperimenti bizzarri fondendo il garage rock con il dream pop dei My Bloody Valentine e il noise-pop degli Jesus & Mary Chain: muri di suono si frappongono tra l’ascoltatore e le melodie vocali, che paiono scappate da un album inglese di fine anni ’80, e si innestano su ritmiche e riff inconfondibilmente garage. Un esperimento sonoro che li avvicina idealmente agli americani Black Rebel Motorcycle Club, gruppo che fin dall’esordio omonimo del 2000 eredita da quelle band inglesi la cortina di rumore, la struttura mantrica ed una certa visione psichedelica, cui una vena eclettica alterna, più che unire, garage-punk, velvet Underground e blues-rock.
Lo stesso anno in cui in Danimarca esordiscono i raveonettes, in Inghilterra esplode un gruppo che costituisce la risposta inglese agli Strokes: i Libertines. E’, infatti, del 2002 “Up the Bracket”, disco che nella migliore tradizione inglese ha il dono di fondere insieme quattro decadi di pop-rock: l’influenza degli Strokes c’è, certo, ma è inserita in un calderone sonoro che include il tono strascicato dei Clash (produce Mick Jones), il glam abrasivo dei Supergrass, il lirismo degli Smiths e la vena da dance hall dei Kinks, creando un disco che è pietra miliare del (nuovo) rock, nonché uno dei rarissimi apporti della scena inglese al movimento.
Un contributo importante al fenomeno viene dato anche dai The Music, all’esordio nel 2002 col disco omonimo, matrimonio di hard rock e psichedelia, di Led Zeppelin e Verve, che prosegue per molti versi sui solchi di quel rock tradizionale inglese che avanza incessantemente da metà anni ’90, arricchendo il tutto di sporadici inserti di elettronica: è un gruppo che incarna la componente hardpsichedelica del movimento, la stessa dei Black Rebel Motorcycle Club e degli Australiani Datsuns.
Se in Inghilterra la tradizione hard rock nasce con i Led Zeppelin, in Australia lo stesso termine non può che essere associato agli Ac/Dc, influenza principale per i Datsuns, all’esordio omonimo nel 2002 (ma attivo da anni) che sposando quell’influenza con i suoni del garage giunge a risultati non molto dissimili da quelli ascoltati nei dischi di Hellacopters e Gluecifer. Dove i Datsuns citano gli Ac/dc, ai D4 al debutto nel 2003 con “6Twenty “ spetta tributare altri due gruppi storici del rock australiano come Radio Birdman e Saints, sposandone le sonorità con riff degni del miglior garage rock anni ’60 e con il tiro dell’hardcore, arrivando a tratti a ricordare gli Hives. Australiani sono anche i Jet, al debutto con “Get Born” (2003), che sposano i suoni della tradizione hard rock e garage nazionale con ballate pop Beatlesiane e attacchi degni degli Stones: un caleidoscopio sonoro con cui , per varietà delle influenze, rivaleggiano i Vines di “Highly Evolved” (2002), gruppo che conquista la stampa inglese citando Nirvana, Beach Boys, Beatles, Oasis e Pink Floyd. Suoni interessanti ma un po’ derivativi, a causa della mancanza in Australia di una vera e propria scena garage, in un fenomeno come quello del “new rock” che si fonda proprio sulla tradizione musicale.
Fenomeno destinato ad essere affiancato, proprio quando il continuo recupero di Stooges e Sonics comincia ad essere inflazionato, da un altro revival, questa volta incentrato principalmente sulla new wave americana ed inglese, degli anni ’80: se ne parlerà tra poco…
Commenti