Storia della musica #56
Big Beat e nu-school breaks
Nei primi anni ’90 il boom dell’acid house pare già lontanissimo ed il melting pot sonoro che ha unito per qualche anno il mondo del rock e quello della dance si è ormai frammentato in una miriade di stili che tendono a passare però attraverso un inesorabile spartiacque: da una parte c’è l’ala intellettualistica dei post-ravers che sta portando le sonorità della techno hardcore nelle scure acque della drum’n’bass, trovandosi ben presto a lavorare idealmente sulle stesse frequenze di artisti come Aphex Twin e Squarepusher, nella sperimentazione di sonorità che oscillano tra gli irti spigoli della IDM e le fusioni a tutto campo con la tradizione musicale soul e jazz.
Dall’altra prendono piede nuovi suoni, orientati esclusivamente al dancefloor, come la trance e l’happy hardcore, che si vanno ad affiancare cronologicamente (e a contrapporre stilisticamente) alle raffinatezze sonore cui approda la house tradizionale, di matrice prevalentemente americana, con l’evoluzione sonora della deep house e della house garage che in quegli anni ne esaltano la vena soul e la discendenza della disco (se ne parlerà più avanti).
In questo contesto il mondo del rock alternativo inglese, se da una parte mostra un cauto interesse nei confronti delle evoluzioni più cerebrali e sofisticate dell’elettronica, dall’altra è distante anni luce dalle sonorità di house, trance ed hardcore: in parole povere, con la scomparsa dell’acid house, si ritrova orfano di una sua musica da ballo. La soluzione al problema la fornisce un duo che dal 1991 comincia ad animare il club alternativo di Manchester “Naked Under Leather” fondendo la dance balearica con oscuri campioni hip hop e rock: i due, Tom Rowlands e Ed Simons, agiscono sotto il nome di Dust Brothers in ossequio agli omonimi produttori del seminale “Paul’s Boutique” e rilasciano in edizione limitata un singolo di nome “Song to the Siren” che campiona brillantemente This Mortal Coil e Meat Beat Manifesto.
Quel pezzo lo ritroviamo anche nel seminale disco d’esordio del gruppo, che nel frattempo ha cambiato il suo nome in Chemical Brothers a seguito delle attenzioni indesiderate dei legali dei produttori americani, fatto su cui si ironizza nel titolo del disco: “Exit Planet Dust” (1995). Album che sancisce ufficialmente la nascita del big beat, fusione di breakbeats old school lanciati su bpm vicini alla techno e associati ad un’irrefrenabile attitudine per il sampling più sfrenato: la poetessa di strada Camille Yarbrough, il gruppo soul funky dei Just brothers, il produttore techno Blake Baxter e la cantante soul jazz Marlena Shaw sono solo alcuni degli oscuri artisti campionati dal gruppo; più in generale i campioni prediletti restano quelli rock e funky, in un suono che molto deve alle esperienze passate dell’hip hop cosiddetto “alternativo”: dalle sperimentazioni dei Beastie Boys a certe produzioni del collettivo Native Tongues (non a caso con i Propellerheads, future stelle del big beat, collaboreranno sia Jungle Brothers che i De La Soul).
Se “Exit Planet Dust” è la prima testimonianza su disco del big beat, quel suono nasce in realtà nelle serate londinesi dell’Heavenly Social, dove i Dj resident sono proprio i Chemical Brothers, e Monkey Mafia, altro protagonista di spicco di quel suono, autore di “Shoot The Boss” nel 1998, quando il genere è all’apice del successo. Un anno dopo l’esordio dei Chemical Brothers esce “Better Living Through Chemistry”, debutto di Fatboy Slim, alias Norman Cook, già veterano dell’acid house con lo pseudonimo di Pizzaman (e prima ancora bassista degli Smithsiani Housemartins); il disco è caldeggiato proprio dai fratelli chimici ed esce per la Skint Records, insieme alla Wall Of Sound principale attrice nella diffusione di quelle sonorità: in quello che ben presto diventa il centro dell’universo big beat, vale a dire la Big Beat Boutique di Brighton la scuderia Skint è presente al gran completo: Lo-fidelity Allstars, Bentley Rhythm Ace, Cut La Roc ed il proprietario della label, Damien Harris, sotto lo pseudonimo di Midfield General.
Come si diceva, l’unica etichetta a poter competere per importanza con la Skint nel pieno del boom del genere è la Wall Of Sound, per la quale escono, tra gli altri, Wiseguys e Propellerheads, i primi con “The Antidote”(1998), i secondi con “Decks and rums and rock and roll”, probabilmente, nella sua improbabile miscela di Chemical brothers e atmosfere ’60s, John Barry e swing, uno dei migliori dischi del genere. Una categoria in cui rientra di diritto anche “You’ve Come a Long Way, Baby” di Fatboy Slim, incredibile giostra musicale che incarna comunque tutti i pregi e difetti del genere: l’immediatezza e l’effetto trascinante da una parte, la tendenza a ripetersi e stufare con un continuo riciclaggio di trucchetti sonori che alla lunga si fanno ripetitivi. Entrambi i dischi escono nel 1998 anno che se da una parte segna l’apice del genere, perlomeno sotto il profilo commerciale, con una quantità spaventosa di uscite (tra gli altri: Lo-fidelity Allstars, Wiseguys, Freestylers e Monkey Mafia), dall’altra già prelude alla sua fine secondo una dinamica cronica della storia della musica e particolarmente di quella della dance,per cui ad una fase di improvvisa isteria collettiva, ne segue quasi matematicamente una, successiva, di rigetto .
Così “Darkdancer” (1999), secondo disco di Les Rhythmes Digitales, pur uscendo per la Wall of Sound ha già poco a che vedere col big beat ed è invece profetico nella sua citazione di sonorità anni ’80, anticipando un fenomeno che di lì a poco attraverserà trasversalmente rock ed elettronica. Ancor più significativa è l’uscita nel 1999 di “Surrender”, terzo disco dei Chemical Brothers che taglia in parte i legami col big beat e si sposta verso un suono che si colloca tra l’house acida dei Klf e quella contaminata e spruzzata di vocoder in odor di anni’80 di marca Daft Punk: un cambiamento che non può stupire se si considera come i fratelli chimici, pur avendo creato il suono del big beat, son sempre rimasti al di fuori del giro più trendy e allo stesso tempo se si tiene conto di quello che sta avvenendo in quegli anni: artisti come Daft Punk, Stardust e Basement Jaxx cominciano a mettere in circolo un suono di house nuovo, più contaminato e vicino alla forma canzone e alla sensibilità dell’intransigente pubblico indie, un suono che verrà definito col generico termine di leftfield house e di cui si parlerà più avanti.
Quello che conta è il fenomeno migratorio di massa che coinvolge prima i Dj e poi il pubblico e che comporta la scomparsa dalle scene per alcuni importanti protagonisti del big beat, una brillante conversione verso sonorità più contaminate per altri, primi fra tutti, appunto Chemical Brothers e Fatboy Slim, come risulta evidente dall’ascolto di “Halfway Between the Gutter and the Stars” (2000). Un discorso a parte meritano i Prodigy: veterani della scena hardcore più contaminata col ragga (la stessa da cui si genera la jungle), inglobati nel fenomeno big beat con l’uscita di “The Fat Of The Land”, disco del 1997 che con la musica dei Chemical Brothers condivide i breakbeats, l’acidità dei suoni e la brillante fusione di techno e rock, è vero, ma più per la comune radice hardcore che per legami con la scena big beat.
Un anno dopo l’uscita di “The Fat Of The Land”, nel 1998, a Londra ha luogo un piccolo evento quando, per definire il suono che anima il club di Soho Friction viene coniato il termine nu-breaks: un suono “inventato” da produttori come Adam Freeland, Renne Pilgrem e Tayo e portato avanti da Beber e Freq Nasty cui è affidato il compito, spento il fuoco di paglia del big beat, portare avanti nel decennio successivo il suono del breakbeat. È possibile ascoltarlo per la prima volta su disco in “Coastal Breaks vol. 2” (1998), firmato da Adam Freeland: il suono è una fusione di ritmiche breakbeat, scure linee di basso drum’n’bass, sonorità e tempi della techno, una miscela sonora che si contrappone stilisticamente al sound grasso del big beat e si riallaccia idealmente a quello dell’hardcore techno più contaminata e della prima drum’n’bass. Vitale per la sua diffusione si rivela la Marine Parade, etichetta personale dello stesso Freeland, per cui escono alcuni dei dischi migliori della scena: dal suo ”Now & Them”(2003) a “Soul Trader” di Ils (2003) passando per “You Can Be Special Too” (2004) degli Evil Nine, disco che, a sorpresa, introduce qua e là, suoni hip hop e chitarre rock a dimostrazione di come anche il nu-breaks, nato per purificare il suono dopo la sbornia di Fatboy slim e compagnia, non sia del tutto immune dall’irresistibile gioia della contaminazione, fatto confermato anche dall’ascolto dei dischi che portano la firma di Freq Nasty, uno fra tutti il brillante esordio del 1999 ,”Geeks & Mutilations”.
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