John Martyn - Solid Air (1973)

I dischi di Agosto, in controtendenza con l’esuberanza di questo mese, li ho pensati come un viaggio nelle meraviglie acustiche, dischi suonati e registrati in prevalenza con strumenti non elettrici. E iniziamo da una voce, fumosa ma vellutata, ammaliante, parte dolce e finisce in esplosioni di toni e “gusti” che non possono lasciare indifferenti, proprio come un whisky torbato, bevanda con la quale John Martyn condivide i natali. Scozzese di Glasgow, si appassiona alla chitarra folk grazie a studi con il revivalista Hamisch Imlach divenendo un esecutore di fingerpicking (come dimostra il suo primo disco, per la neonata etichetta Island di Chris Blackwell, London Conversation). Nel 1968 la seconda prova discografica nel più convincente The Tumbler, che ha accenti quasi proto-progressive, ma pesca anche nel blues e nel folk americano (l’album fu prodotto da Al Steward, l’autore di The Year Of The Cat). Martyn conosce una giovane cantautrice, Beverly Kutner, che sposa dopo pochi mesi di fidanzamento. Nel 1970 la Island pubblica Stormbringer, dove la coppia sciorina le passioni comuni: registrato a Woodstock negli Stati Uniti, con l’innesto di strumenti elettrici e costruzioni musicali tipiche del rock, con Levon Helm della The Band alla batteria, l’album è molto più energico e convincente. Siccome il successo è maggiore che in passato, l’esperimento si ripete con The Road To Ruin, con l’aggiunta di sax, fiati, stile r’n’b, e con questo disco inizia la collaborazione con Danny Thompson, contrabbassista dei fenomenali Pentangle e Martyn scopre le meraviglie dell’Echoplex, che regalerà alla sua chitarra quel tocco personale e che lo renderà riconoscibile. Martyn però si sente un po’ tradito dal tocco troppo americano del disco, e decide di tornare a Londra, dove registra il suo primo capolavoro. Bless The Weather (1971) disegna i contorni della sua magica musica: la chitarra come guida, innesti di bossa nova, atmosfere eteree ma tanto significative in pezzi stupendi come Bless The Weather, Head And Heart, Let The Good Things Come e le splendide Glistening Glynebourne con l’echoplex e una toccante e brevissima ripresa di Singin’ In The Rain. Martyn è autore non di successo ma di culto, ed è pronto per la pietra miliare: Solid Air esce nel 1973 e sin dalla copertina con foto strioscopica per verificare “il peso” dell’aria è un gioiello. Tutto è più focalizzato e Martyn esplora tutte le sue passioni. Con una squadra strumentale fenomenale (Richard Thompson al mandolino, Danny Thompson al contrabbasso, altri membri dei grandi gruppi folk rock inglesi del periodo) Martyn veleggia con l’ipnotica e stupenda Don’t Want To Know, la delicata May You Never, il folk di Over The Hill, la chitarra diabolica dei blues The Easy Blues e Dreams By The Sea, The Man In The Station e la ripresa rock psichedelica del classico di Skip Spence Devil Got My Woman che qui viene ribattezzata I’d Rather Be The Devil. Ma il pezzo forte è la Solid Air di apertura, una delle canzoni del secolo. Dedicata all’amico Nick Drake, e divenuta sinistramente profetica dato che il tormentato cantautore morì di depressione proprio per il peso delle sue frustrazioni (da cui la stupenda metafora dell’ ”aria pesante”), la canzone è una delizia che attrae con l’equilibrio perfetto, con il sax di Tony Coe, tocchi vellutati di vibrafono (di Tristan Fry) e la voce, sibilante, strascicata e colorata da fumo e alcool di Martyn. È il suo più grande successo, che cerca di ripetere con Inside Out, che si apre alla musica celtica, ai raga indiani e anche a qualche variazione funk. Diventa papà e scrive il solare Sunday’s Child, seguito da uno stupendo Live At Leeds (entrambi 1975). È uno dei primi a cercare le contaminazioni del reggae grazie a Lee Scrateh Perry, con il bellissimo One World, dove collabora con Eric Clapton, che riconoscerà la sua bravura ed influenza rifacendo May You Never nel suo Slowhand (1977). Poi il matrimonio fallito con Beverly lo distrugge, portandolo all’alcolismo. Lo aiuta Phil Collins, nei dischi Grace And Danger e Glorious Fool. Da qui in poi un decennio decisamente sottotono, con una ripresa in stile elettronico negli anni ‘90 che lo levano dall’ombra. Un incidente lo relega sulla sedia a rotelle, ma non gli impedisce una ottima vita concertistica, con collaborazioni particolari. Muore per una crisi respiratoria nel 2009, scoprendo quanto pesante possa essere quell’aria che quando cantava era leggiadra e sofisticata.

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