Waxahatchee – Saint Cloud (2020)

di Matteo Maioli

Katie Crutchfield ha varcato da poco la soglia dei trent’anni, ma è da quindici che si esibisce davanti ad un pubblico con la chitarra a tracolla. Nata in un sobborgo di Birmingham (Alabama) dove non sono arrivati nè il punk nè internet, condivide con la gemella Allison (batterista poi reinventatasi chitarrista nei Swearin’) tutti i propri segreti, l’amore per i musical teatrali e la militanza in tre band di ispirazione grunge e orgogliosamente femministe. Ma dall’esordio con il nuovo progetto Waxahatchee nel 2012 arriva la fama, e con essa una vita in giro per l’America, condita di rapporti autodistruttivi con gli uomini e di dipendenza dall’alcool.

Il quinto album “Saint Cloud” uscito per Merge è un ritorno alla purezza delle sue origini, a quando a casa i genitori le facevano ascoltare i dischi country e il pop dei Beatles e dei Kinks, dopo la lotta ai demoni interiori ed esteriori narrati nei capitoli precedenti – brani quali “Recite Remorse”, “Misery Over Dispute” e “The Dirt” dicevano tutto già dal titolo. Come la quiete dopo la tempesta, Katie vuole conquistarsi un posto nel mondo in cui non è necessario essere sbronzi e conosciuti, si legga il testo di uno dei refrain forti del disco, in “Hell”: I hover above like a deity, but you don’t worship me/ You strip the illusion, you did it well/ I’ll put you through hell“. Equilibrio che passa anche dall’autoanalisi, come nell’energico beat jangle, tra Tom Petty e R.E.M., di “War” dove rivela “I mostly keep to myself/What I’m going through/I’m in a war with myself/It’s got nothing to do with you“. O dalla fiducia in chi ti sta accanto in questo momento, per Katie è il cantautore Kevin Morby; in “The Eye” sembra raccontarci questo legame, con un romanticismo venato di soul: “One of these days you’ll call up/You’ll give me something beautiful to think and sing and follow/Our feet don’t ever touch the ground/Run ourselves ragged town to town/Chasing uncertainty around“.

La prima parte di lavoro getta le coordinate della metamorfosi, detto ampiamente della qualità dei singoli estratti si nota una vena pop nel cantato che in “Oxbow” possiamo raffrontare a Lorde o FKA Twigs. Nell’amalgama di folk e r’n’b che contraddistingue “Fire” c’è invece tutta la crescita in scrittura di Waxahatchee, si cerca rimedio ai propri errori (“I could iron out the edges of the darkest sky“) con un magnifico chorus-bridge come non se ne sentivano da tempo. Qualche nesso con il rock degli anni novanta rimane – “Lilacs” la vedrei bene in un “Jagged Little Pill” – ma le emozioni che offrono il pianoforte soffuso e la chitarra acustica impercettibile di “Saint Cloud” o l’impeto corale di “Witches” (da manuale del sound americana) le sento autentiche e quasi inedite per una personalità spesso cinica e turbolenta. Di conseguenza in una discografia di livello come quella della Crutchfield “Saint Cloud” è un nuovo capolavoro alla pari di “Ivy Tripp” del 2015, l’altra faccia della medaglia forse, eppure provando ad ascoltare di fila “Can’t Do Much” dal primo e “Summer Of Love” dal secondo non avverto così tanta distanza.

Registrato al Sonic Ranch Studio da Brad Cook (Bon Iver, Hiss Golden Messenger) con Bobby Colombo e Bill Lennox dei Bonny Doon, Josh Kaufman dei Bonny Light Horseman e il batterista Nick Kinsey, “Saint Cloud” di Waxahatchee è un diario di viaggio che parte dalla città in Florida dove è cresciuto il padre per andare alle cascate di Ruby Falls a Chattanooga, Tennessee e poi nella Memphis che ha ispirato “Fire” come in un sogno a occhi aperti; “Arkadelphia” collega simbolicamente il viale principale di Birmingham (che linea melodica incredibile in questo brano) con la città del suo Kevin, Philadelphia, dove fare la spola con Kansas City in cui risiede tuttora. Un’istantanea raffigurata nella copertina del disco: la nuova Katie è un’artista matura che ha tradotto l’insegnamento di Bob Dylan e Lucinda Williams in nuova, magnifica bellezza.

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