Jeff Healey - Heal My Soul (2016)

di Blackswan

Sono ormai sette anni che Jeff Healy ci manca, da quando, il 2 marzo del 2008, a soli quarantun anni, se ne andò per quel feroce retinoblastoma che lo afflisse tutta la vita, rendendolo cieco fin dall'infanzia. Precocissimo musicista, dotato di una pertinacia fuori dal comune, che gli consentì, nonostante la menomazione, di coltivare una tecnica sopraffina e uno stile unico (la Stratocaster appoggiata sulle ginocchia e la mano sinistra a ricamare migliaia di bend notes), Healey arrivò al successo con la foto di Hendrix nel taschino della giacca e la benedizione urbi et orbi di Stevie Ray Vaughn, uno dei primi a comprendere lo smisurato talento del giovane canadese. A ventidue anni, quando esce il suo primo disco, See The Light (1988), Healey è già una star acclamata della scena rock blues, anche se poi, le successive uscite discografiche non furono mai all'altezza del brillante esordio che lo consacrò. Healey, infatti, pur essendo un ottimo interprete di canzoni altrui e un chitarrista funambolico e micidiale, non fu mai un grande compositore: il meglio lo dava quando saliva sul palco, dove, nonostante i movimenti resi impacciati dalla cecità, riusciva a trasmettere una travolgente energia (guardatevi il suo duetto con SRV in Look A Little Sister).

Per celebrare quello che, il 25 marzo scorso, sarebbe stato il suo cinquantesimo compleanno, esce, sotto l'etichetta Provogue, Heal My Soul, disco di inediti, contenente materiale scritto e suonato fra il 1996 e il 1998, e già pronto, da quanto si legge sulle note di copertina, da una ventina d'anni. A differenza di quanto dicemmo nelle settimane scorse a proposito di You And I di Jeff Buckley, qui siamo di fronte a un disco fatto e finito che, seppur rimasterizzato e completato, suona esattamente, difetti e pregi inclusi, come uno qualsiasi dei dischi usciti quando Healey era in vita. Alcune cover e alcuni brani originali, rock blues vigorosi che si alternano a morbide ballate radiofoniche, per una scaletta di dodici canzoni che, se da un lato palesano una scrittura convenzionale e una voce francamente anonima, dall'altro dimostrano una volta di più l'estro chitarristico e la velocità adrenalinica di quello che fu un autentico fenomeno della sei corde. Come in tutti i dischi in studio di Healey, dispiace dirlo, manca però l'audacia della sperimentazione e quell'anima blues, che poi il canadese ritrovava, per incanto, quando saliva sul palco. Heal My Soul è, pertanto, un disco che mi sento di consigliare solo a chi, come il sottoscritto, è un fan della prima ora; chi avesse intenzione di approcciarsi per la prima volta al chitarrista o di approfondire quel che già sa, consiglio, invece, un live postumo (Live At Grossman's 1994), uscito nel 2011, che coglie l'artista al top della forma, nella sua dimensione preferita. Perchè dal vivo, Healey, aveva davvero pochi, pochissimi, eguali. (Mia valutazione: Buono)

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