The Baseball Project - Grand Salami Time! (2023)

 di Fabio Cerbone 

È una questione tutta americana quella che tiene in vita The Baseball Project, raduno di icone dell’underground rock che riversa la propria passione per uno sport, anzi di più, per una vera e propria cultura fatta di leggende, personaggi e storie da tramandare, dentro una manciata di canzoni spedite come cartoline della memoria. Partendo da qui si può forse cogliere una parte del fascino di Grand Salami Time!, titolo buffo che tende fortunatamente a non prendersi troppo sul serio (il gioco di parole è con il grand slam, che nel baseball indica un fuoricampo realizzato con tutte le basi piene), ma non per questo rinuncia all’emozione di raccontare una mitologia che a noi suonerà sempre un po’ distante.

E se le figure di Jose Fernandez o Jim Bouton ci appariranno sfocate, quando non del tutto sconosciute, così come alcuni omaggi alle voci dei commentatori (The Voice of Baseball), alle tecniche di lancio (Screwball) o alle manie compulsive dei tifosi (Fantasy Baseball Widow), resta la musica a fare da collante, trasmettendo magicamente l’entusiasmo dei partecipanti, anche di fronte alla scarsa conoscenza della materia per il pubblico medio italiano. Eppure il risultato non era affatto scontato, anche alla luce dei nove anni di assenza dei Baseball Project, tanto è passato dal loro terzo lavoro pubblicato nel 2014 per la Yep Roc.

Il cambio di casacca, alla Omnivore recordings, serra i ranghi del gruppo, ritrova l’ispirazione migliore degli esordi e dà ragione alla band: valeva la pena un altro giro sulla giostra, se il frutto sono questi quindici brani (sì, qualcuno di troppo, ma che volete che siano un paio di cadute di tono nella scaletta), dove sussulti garage rock e carezze power pop vanno a braccetto di quelle chitarre che riscoprono gioie da Paisley Underground e palpiti da jangle pop. Facile, viene da pensare, se la formazione è ancora nelle mani di Scott McCaughey (The Minus 5/Young Fresh Fellows) e Steve Wynn (The Dream Syndicate), principali voci e songwgriter della situazione, con le chitarre di Peter Buck e il basso di Mike Mills (R.E.M.), mentre Linda Pitmon siede dietro la batteria. Il suono è presto detto e racconta di una generazione intera, basterebbero le scintille dell’attacco con Grand Salami Time e il sussultare elettrico di The Yips, ma è tutto l’album a corteggiare un intero immaginario di rock’n’roll dai bassifondi americani.

Se alla ricetta aggiungiamo la produzione in presa diretta di Mitch Easter (altro nome che echeggia un’epoca, oltre che gli esordi degli stessi R.E.M.) nei suoi studi in North Carolina e le comparse di Stephen McCarthy (The Long Ryders) e Steve Berlin (Los Lobos), allora non ci si può proprio sbagliare sul senso di marcia di Grand Salami Time!: in Uncle Charlie c’è il miglior Steve Wynn che rincorre le tracce di Bob Dylan, mentre in Journeyman e Fantasy Baseball Widow sfodera spumeggianti folk rock degni delle sue sortite soliste più ispirate; Erasable Man è garage soul d’assalto, sul quale la voce nervosa di Scott McCaughey va a nozze; l’uno-due di organo e chitarre acide di New Oh in Town è puro sixties sound rivisitato e The All or Nothings la sua accelerazione in chiave punk rock. Arriva persino il momento dark dei Baseball Project, con una stranezza intitolata Stuff che porta la firma (l’unica) di Mike Mills, e soprattutto quello acid-funk di una Disco Demolition che “celebra” l’infausto ritrovo degli odiatori della disco music, quando nel luglio del 1979 fu organizzato un autentico rogo di vinili nello stadio dei White Sox di Chicago.

Storie americane, certo, storie di baseball, ma la musica la conosciamo bene e le barriere incredibilmente cadono.

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