Quando il razzismo stronca una vita: la storia di Billie Holiday

 di Luca Divelti

Può una canzone legarsi così a fondo con chi la canta e segnarne, seppur involontariamente, l’esistenza? Se mai c’è stato un brano che ha avuto un simile destino, quello è Strange Fruit e la sua interprete è Billie Holiday.

C’è un prima e un dopo Strange Fruit: se prima della pubblicazione del brano i misfatti sul razzismo venivano accuratamente evitati dagli artisti per non scontentare alcune frange dell’opinione pubblica, le stazioni radio e giornali, dopo la pubblicazione su disco dell’interpretazione di Billie Holiday il muro dell’ipocrisia cominciò a sgretolarsi.

Strange Fruit nasceva dalla penna di Abel Meeropol, professore ebreo assai dedito all’attivismo politico nella Grande Mela e per questo spesso sotto la lente dell’FBI: gli episodi quasi quotidiani riportati dalle cronache in cui gli afroamericani subivano linciaggi e impiccagioni, spesso per motivi presunti e senza neanche farsi carico di prove certe, colpì il professor Meeropol, che scrisse la cruda e scioccante Strange Fruit.

Quegli alberi del sud, che donavano “strani frutti” dai corpi neri e ondeggianti, dalle bocche storte e occhi sporgenti e che erano destinati a cibare i corvi o a marcire sotto il sole, raccontavano una storia americana che ben pochi desideravano ascoltare.

All’inizio l’autore fece ascoltare la canzone in alcuni circoli che frequentava e in cui si raccoglievano intellettuali con cui condivideva le sue idee progressiste, ma senza l’ascolto fortuito di Barney Josephson, Strange Fruit sarebbe rimasta confinata solo a quel ristretto ambito.

Josephson capì che il brano aveva un enorme potenziale e che meritava un contesto diverso da quello così limitato e circoscritto a cui si rivolgeva il professor Meeropol: per questo pensò subito al suo Cafè Society, nightclub famoso perché aperto a bianchi e neri senza alcuna distinzione razziale, che avrebbe dato sicuramente maggiore risalto al senso di Strange Fruit.

E poi al Cafè Society si esibiva una certa Billie Holiday.

Josephson era talmente innamorato del pezzo che spronò la giovane artista a farlo suo e a valorizzarlo con la sua incredibile voce: Billie rimase colpita e commossa all’ascolto del brano, non solo perché afromericana, ma anche per la sua storia personale.

La ballata le fece riaffiorare il dolore per la perdita di suo padre, morto dopo che l’ospedale a cui si era rivolto per problemi polmonari gli aveva rifiutato le cure a causa del colore della sua pelle. Le ricordò inoltre qualcosa che tutti gli afroamericani conoscevano bene: il razzismo non si limitava a far nascere strani frutti dagli alberi, ma poteva essere molto più sottilmente crudele.

La sua stessa storia era stata segnata dal razzismo: condannata da bambina al carcere per adescamento dopo che aveva denunciato uno stupro, fu costretta per anni a prostituirsi per sopravvivere, fino a quando riuscì a trovare il primo ingaggio come cantante e a tirarsi fuori da una vita di stenti.

Strange Fruit trovava così una voce che l’avrebbe interpretata con una forza e grinta impetuose.

Josephson adottò anche alcuni accorgimenti per valorizzare ed enfatizzare il significato del testo di Meeropol: durante l’esecuzione della canzone, che impose come chiusura di ogni esibizione della cantante, il personale del Cafè Society doveva fermare il servizio ai tavoli, in modo che non ci fosse nessun tipo di distrazione. Inoltre ogni illuminazione veniva spenta, lasciando solo il volto della Holiday con un riflettore puntato, che accentuava ancora di più la teatralità del momento.

E così una sera del 1939 Billie iniziò l’ultima parte del suo set, cantando quel testo così doloroso con la sua voce tormentata e intensa: alla fine del pezzo si sorprese della mancanza di reazione da parte del pubblico, che sembrò per alcuni secondi faticare a rompere il silenzio attorno a lei, ma poi pian piano gli applausi iniziarono a riversarsi nel salone del Cafè Society.

Strange Fruit diventava così, da allegorico atto d’accusa verso la “normalità” del razzismo, una formidabile fotografia sullo stato di crudeltà a cui la società americana era giunta voltandosi dall’altra parte. E tutto questo per merito di Billie Holiday.

La sua arte stava tutta nell’interpretazione personale del brano, diventando lei stessa uno strumento al servizio della musica: questo approccio innovativo poneva per la prima volta al centro della scena jazz la voce e la metteva allo stesso livello degli altri elementi dell’orchestra, che però, per forza di cose, non potevano avere un dialogo così diretto con l’ascoltatore.

Billie non si accontentava di possedere una timbrica intensa e allo stesso tempo incredibilmente elegante con cui vestiva le canzoni, ma negli anni seppe trovare con la sua voce soluzioni espressive sempre più sofisticate e in grado di tratteggiare le sfumature dei brani, quasi a piegarne il significato con la sua arte.

Il Cafè Society fece di Billie una delle star indiscusse del jazz, legando per sempre il destino della cantante a quello di Strange Fruit: questo straordinario connubio pose però la Holiday anche sotto la lente di chi non accettava di buon grado certi argomenti, soprattutto se proposti da persone di colore.

Harry Anslinger era un funzionario dell’FBN, un’agenzia governativa che si occupava di narcotici, che considerava i musicisti afroamericani come una minaccia da cui guardarsi e da controllare.

Portatori sani di anarchia e di sedizione, secondo l’agente la loro dipendenza da droghe come la marijuana e l’eroina li portava troppo spesso a sentirsi al di sopra delle costrizioni sociali che li riguardavano e a scrivere canzoni sovversive: per questo Louis Armstrong, Charlie Parker e tanti altri jazzisti dell’epoca erano nel mirino della sua agenzia.

Anslinger individuò in Strange Fruit e nella sua interprete l’esempio principe per le sue teorie: una protest song ante litteram assai controversa, cantata a un pubblico prevalentemente bianco da una donna di colore dal burrascoso passato e da un presente assai chiacchierato di tossicodipendente.

Dapprima Anslinger e i suoi uomini provarono con le buone a convincere l’artista a non eseguire più Strange Fruit, ma l’approccio non sembrò sortire particolari effetti sulla scaletta dei concerti di Billie, che continuò imperterrita a cantare il brano, decisa a non arretrare di un metro nella sua denuncia al razzismo americano: questo rifiuto portò l’azione dell’FBN a un livello superiore.

Anslinger si concentrò sulla vita privata della Holiday, facendola pedinare e spiare fino a ottenere le prove che lo aiutarono a rovinare la carriera dell’artista, che nel 1946 fu arrestata e condannata a un anno e mezzo di prigione per possesso e consumo di droga.

Quando nel 1948 fu finalmente rilasciata dopo aver scontato la sua pena, Anslinger e le autorità federali non mollarono comunque la presa, rifiutandosi di convalidarle la Cabaret Card per esibirsi nei locali. Nonostante la difficoltà di dover abbandonare i luoghi che l’avevano consacrata, Billie non si fece domare e per tutta risposta intraprese definitivamente la strada delle sale da concerto, portando con sé le note dolenti di Strange Fruit.

Per i successivi anni le strade dell’FBN e della cantante continuarono a incrociarsi, con Anslinger ben disposto a non far mai mancare alla cantante le sue particolari attenzioni. Nel 1959 Billie si scoprì malata di cirrosi epatica e gravata da evidenti problemi cardiaci: in pochi mesi la sua salute degenerò velocemente, portandola a un disperato ricovero ospedaliero, dove, tra le tante, ricevette anche la visita degli uomini dell’FBN.

Anslinger, ancora più che determinato a rovinare la cantante, approfittò della situazione e fece setacciare la sua stanza in cerca di droghe, che i suoi agenti trovarono fin troppo facilmente nascosta dietro un muro in una zona poco accessibile per chiunque, soprattutto per una degente.

Non pago di avere la Holiday in una camera di ospedale e con l’accusa di possesso di droga pendente sulla testa, la fece piantonare e ammanettare al letto, costringendo anche i medici a interrompere le cure, che sembravano sortire qualche effetto nel fisico devastato dell’artista: così, il 17 luglio del 1959 Billie Holiday, la più grande interprete del jazz e la più carismatica della sua generazione, moriva senza ricevere le cure necessarie, proprio come era accaduto a suo padre.

Strange Fruit rimane una delle canzoni più importanti della storia, capace di segnare e incendiare gli animi di chi l’ascolta: Billie Holiday, nonostante non l’avesse scritta di suo pugno, ne abbracciò la potenza viscerale del testo inquietante e ne segnò il successo, venendone segnata a sua volta.

Chi l’aveva ammanettata a un letto era convinto di aver messo fine alla sua forza dirompente e di averla finalmente sconfitta: in realtà il suo esempio e le sue scelte avevano creato un precedente e mostrato la via dell’impegno politico a molti artisti dopo di lei.

Per questo la voce inconfondibile di Billie Holiday non sarebbe mai stata spenta.

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