Miles Davis - Bitches Brew (1970)

 

Tutti i dischi che ho raccontato fin qui sono per me importanti, nel senso che mi lega a loro ammirazione e piacere nell'ascoltarli e studiarli. Tra loro, ci sono molti che espandono a moltissimi quelle emozioni, divenendo dei classici riuscendo a raccontarsi ad una platea molto più grande. E poi ci sono dei dischi, uno sparuto gruppetto, che oltre a quell'emozione hanno un valore simbolico, storico e culturale maggiore perché sono dei momenti diversi, di spinta creativa differente. Il disco che oggi festeggia il numero 400 di questa rubrica è probabilmente l'apice di questo discorso, uno dei dischi, se non il disco, più controverso nel suo impatto culturale.

Eppure mi ha sempre stupito il fatto che per la sua realizzazione ci siano volute solo 9 ore, in tre turni "sindacali" da 3 ore, tenute il 19,20,21 Agosto 1969 presso i leggendari studi di registrazione Columbia sulla 52.ma Strada a New York, edifici che un tempo avevano ospitato le aule della prestigiosa Juliard School Of Music, costruzioni messe su dal magnate Vandelbilt ad inizio '900. Il 19 Agosto, mentre a  non tanti chilometri Jimi Hendrix chiudeva la tre giorni di Woodstock, Miles Davis chiama in quegli studi un gruppo di musicisti eccezionali, cercando il meglio possibile per ogni strumento: pianoforte e tastiere elettriche  con Joe Zawinul e Chick Corea, la chitarra elettrica di John McLaughlin, il sax di Wayne Shorter, il clarinetto di Bennie Maupin, il contrabbasso e il basso elettrico di Dave Holland e Harvey Brooks, la batteria di Jack DeJohnette (scomparso pochi giorni fa) e Lenny White e persino una sessione di percussioni con Don Alias e Jurma Santos. Davis in quel periodo è frenetico, già con In A Silent Way, capolavoro uscito nello stesso anno, aveva iniziato un processo creativo particolare, legato ai nuovi suoni che lo circondavano: il rock, il funk, la nuova musica che la sua nuova compagna, e futura seconda moglie, Betty Davis, favolosa cantante soul, gli faceva ascoltare lo stuzzicarono a varcare una soglia, a provare a mescolare, come nessuno aveva fatto, i generi ma soprattutto le modalità. Davis riunì i musicisti a semicerchio intorno a lui nel gigantesco Studio B, come sempre lasciò ai suoi musicisti delle linee guida, e iniziò prima con la sua tromba, e poi ascoltando le emozioni strumentali dei suoi musicisti a creare qualcosa. Il fido Teo Macero, il suo produttore storico, registrava paziente tutto, ed è a questo punto che arriva l'alchimia magica: Davis prenderà quella magia e la vivisezionerà, con un certosino lavoro da amanuense taglia, mixa, concerta ogni nota, ogni linea, ogni pulsazione ritmica in una partitura che non era scritta “prima” e venne modellata “poi”, sulla base di quel ch’era nato in libertà controllata.

Nasce così Bitches Brew, che uscirà pochi mesi dopo le registrazioni, nel Marzo del 1970, e segna da subito un “prima” e un “dopo” : la forza di un pensiero che organizza ogni componente verso un risultato cui l’orecchio non ha che da arrendersi. Unica differenza: il modo. Miles Davis compose la musica di quell’album doppio non scrivendo (se non temi e tracce), bensì ascoltando ciò che i dodici (Miles compreso) avevano suonato “sentendosi” l’uno con l’altro ma rimanendo se stessi. Metodo consentito dagli strumenti che la pratica e la cultura del disco avevano messo a punto. E quello che aveva creato insieme è una scaletta leggendaria e ancora oggi epocale, musica senza tempo che non accetterà mai nessuna definitiva classificazione. C'è di tutto in quelle musiche: Pharaoh’s Dance, a firma Joe Zawinul, sono 20 minuti di free form elettrica dove si stabilisce il clima, le intenzioni musicali. Un magma incandescente che permette a Miles di stagliarsi su un tappeto ritmico straordinario per inventiva e creatività, mai ascoltato prima, con la sua tromba raddoppiata in fase di postproduzione (eresia!!!!) con un lavoro incessante del basso, il seme del jazz rock (o di qualsiasi altra cosa, fate voi). Come sempre accade nei suoi dischi è palpabile la sintonia tra i musicisti: l'intro "drammatico" di Bitches Brew è da antologia, e prelude ad un altra traversata nel suono, con passaggi studiati uno ad uno. A tale riguardo è fondamentale un libro, per i più curiosi, di sue autori italiani, Enrico Merlin e Veniero Rizzardi che nel 2009  pubblicano un libro, Bitches Brew. La Musica di Miles Davis 1967-1970, edito da Il Saggiatore, che raccoglie persino le schede di registrazione di quei giorni per studiare il lavoro di "montaggio" che Davis e Macero fecero di quel calderone musicale che furono le sessioni. Un’atmosfera lisergica, ipnotica; un “trip” al quale l’ascoltatore non può che abbandonarsi, mentre lo spettrale clarinetto basso di Maupin introduce Spanish Key su cui si innesta il meraviglioso sax soprano del Maestro Wayne Shorter e la chitarra volutamente funky di John McLaughlin, autentico protagonista del brano, al quale viene dedicato il seguente, onore grandioso, eponimo episodio in cui il chitarrista si lancia in improvvisazioni libere, esprimendo tutto il suo talento (e si scoprirà poi che il brano è una sezione di assolo fatto per Bitches Brew e isolato come brano a sé stante). Tra l'altro in questo brano Davis non suona nemmeno! Miles Runs The Voodoo Down è il brano più rock (la batteria a volte suona un classico 4\4 blues) e si sente decisamente il suo omaggio a Jimi Hendrix: sul loro rapporto di amicizia girano le più favolose leggende, di ogni tipo e non solo musicali, e si parlava incessantemente di una prospettiva comune con il chitarrista di Seattle, ma il destino volle diversamente. Chiude il tutto Sanctuary di Shorter, che inizia come un brano classico, ma diviene nella sua costruzione altro. Nelle ristampe in cd c'è aggiunto un brano, Feio, che però proviene da altre sessioni, del Gennaio 1970, con parte della squadra di Agosto e altre aggiunte (tipo Billy Cobham alla batteria e Airto Moreira alle percussioni).

Non fu solo un disco di creazione musicale, lo fu anche di creazione ingegneristica musicale: spesso le due batterie o le due tastiere venivano suonate una per canale, per amplificare l'effetto di "emozione". Nei suoi 90 minuti di musica, racchiude letteralmente ogni genere della musica occidentale del '900, tanto che la sua influenza sugli artisti diventerà proverbiale, dal rap ai Radiohead, dalla musica elettronica al soul.

La copertina, meravigliosa, fu disegnata da Mati Klarwein, e quasi un po' svia, credo volutamente: le radici africane sfumano, come il fiore in copertine, in un turbine marino che minaccioso si staglia all'orizzonte. Rimane uno dei dischi più studiati (si può creare una piccola biblioteca con i titoli a lui dedicati), più amati e odiati allo stesso tempo, ma la schiera degli "odiatori", all'inizio soprattutto dei critici jazz che non consideravano questa musica "tale", si è notevolmente assottigliata. Venderà milioni di copie, cosa che nel jazz è successa pochissime volte e quasi tutte con Davis protagonista. Rimane uno dei momenti culturalmente più rilevanti della seconda metà del 1900 in qualsiasi ambito artistico.

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