Bob Dylan - Blood On The Tracks (1975)

 

Un altro dei pilastri della Rubrica è l'annuale omaggio a Bob Dylan, che è uno dei miei miti musicali. Quello di oggi è particolarmente emozionante perchè è uno dei miei dischi preferiti e uno dei più belli della storia della musica. La sua genesi è tormentata e io la faccio partire da un momento particolare. Dylan nel 1966, a luglio, ha uno spaventoso incidente motociclistico presso Woodstock, dove aveva una villa in campagna. La vicenda è abbastanza oscura per scatenare le leggende più strane, dal fatto che sia morto, che sia morto e resuscitato, fino alla banale “è una scusa” per riposarsi a corto di idee, tossico e pieno di crisi personali. Durante la convalescenza insieme alla The Band suona nel seminterrato della sua villa e di quella che Danko comprerà a pochi metri, The Big Pink (come vi ho raccontato qualche storia di musica fa), scrivendo e suonando un oceano di cose, che in parte finiranno ad artisti amici, in parte verranno pubblicate nel bootleg più famoso della storia, The Great White Wonder, e in parte verranno pubblicate ufficialmente nei Basement Tapes (1975). 

Dylan ritorna ufficialmente con John Wesley Harding (1968) dove in risposta ai primi vagiti dell’hard rock suona tutto acustico, e addirittura si avvicina al country in Nashville Skyline (1969), dove duetta con Johnny Cash in Girl From The North Country. Inizia con il cambio di decennio un profondo ripensamento artistico, che spiazza i fan con le cover scelte per Self-Portrait (1970) a cui cercherà di riparare con New Morning, registrato e pubblicato qualche mese dopo. Poi altri due anni non compare nemmeno più in pubblico, tranne per lo storico Concerto per il Bangladesh di George Harrison. Con un colpo dei suoi, prima lascia la Columbia che lo aveva scoperto per la Asylum di David Geffen (la Columbia in tutta risposta pubblica un disco, dal titolo semplice di Dylan, fatto di scarti delle registrazioni passate, 1973) e nel ‘73 fa l’attore nello storico film di Sam Peckinpah Pat Garrett & Billy The Kid, per la cui colonna sonora scrive l’iconica Knockin’ On Heaven’s Door. Per la Asylum pubblica con la Band Planet Waves, e il successivo grandioso tour con il gruppo canadese regala Before The Flood, straordinaria testimonianza della loto intesa live. Dylan ritorna alla Columbia, ma è devastato dalla crisi del suo matrimonio, che durava da 10 anni, con Sara Lowndes. Secondo i suoi biografi, Dylan si innamora di una dirigente della Columbia, Ellen Bernstein, e in uno stato creativo e febbrile (dove dà il meglio), cambiando almeno tre volte musicisti per le sessioni di registrazioni, nel Novembre del 1974 con Tony Brown al basso, Paul Griffin all'organo Hammond (con cui aveva già lavorato per il mitico Highway 61 Revisited) e Buddy Cage alla chitarra slide, in dieci giorni registra e mixa tutto, forte del fatto che il nuovo contratto con la Columbia gli garantisce maggiore controllo sul prodotto finale.

Sentendo Blood On The Tracks, che esce nel 1975, altro non si può pensare che le struggenti, meravigliose e dolorose canzoni che lo compongono altro non siano che una straziante antologia di un amore che sta finendo, tanto che il loro figlio Jakob dirà “ogni volta che sento quelle canzoni è come sentire i miei genitori litigare”. Dylan da sempre invece dice che non è un disco autobiografico e di essersi ispirato ai racconti di Anton Čechov. Sia come sia il disco è uno dei suoi più grandi capolavori, uno dei dischi più vibranti, profondi e memorabili della sua leggendaria carriera. I testi sono focalizzati sull’illusione e sull’amore: dall’epopea lunghissima di Lily, Rosemary And The Jack of Hearts (dal testo infinito, 9 minuti di racconto musicale epico), alla magnificenza di Simple Twist Of Fate, la poesia assoluta di Shelter From The Storm (Ora c'è un muro tra di noi, qualcosa è andato perso \io ho dato troppo per scontato, tutto mi si è complicato \Se solo penso che tutto cominciò in un mattino da tempo dimenticato \"Entra" - disse lei - "Ti darò riparo dalla tempesta"… altro che Čechov) alle storiche You’re A Big Girl Now e la toccante You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go. La tempesta perfetta, tutta acustica, con lievi tocchi di basso elettrico e qualche guizzo di pedal steel guitar, è completata da due canzoni che esprimono il massimo artistico dylaniano: Tangled Up In Blue, famosa anche perchè dal vivo non l’ha mai cantata uguale nella struttura musicale e la potentissima Idiot Wind, la canzone definitiva sulla fine di un amore. 

Sebbene all'inizio, come per tutti i lavori del Dylan degli anni '70, la critica è spiazzata all'inizio, ma non il pubblico che ama sin da subito questo disco eccezionale: arriverà numero uno nella classifica di Billboard. E con il passare del tempo, verrà profondamente amato, nonostante il tenore malinconico e straziante di molte canzoni, alcune delle quali tra i massimi dylaniani di sempre. Il quale su questo disco ebbe sempre un cruccio: con tanta pace del grande scrittore russo, quando Dylan si accorgerà che l’album sarà il suo più grande successo commerciale degli anni’70 e uno dei suoi album più amati in assoluto, si chiederà in una intervista: ”Ma davvero piace quel tipo di dolore?”. Evidentemente raccontato così è stato irresistibile, a 50 anni di distanza.

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