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Minnie Riperton - Perfect Angel (1974)

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 Ad una domanda, "cosa ti fa pensare l'estate?", una delle mie migliori amiche mi ha detto "al gelato!". Pensando che non mi ricordavo, al momento, nessun disco con un gelato in copertina, mi sono messo all'opera per scovarne una serie che comporranno i dischi di Agosto della rubrica. Iniziamo da un gelato che si sta sciogliendo tra le dita di una giovane e talentuosissima cantante, dalla storia tanto bella quanto drammatica, che ha avuto una delle voci più incredibili della musica (e  come spesso accade, colpevolmente dimenticata). Minnie Riperton nasce a Chicago nel 1947 da una umilissima famiglia, ultima di 8 fratelli. Il padre e la madre, due facchini, si accorgono della sua predisposizione alla musica e tra mille sacrifici la mandano a studiare al prestigioso Chicago's Abraham Lincoln Center, dove studia persino canto lirico. Minnie stupisce tutti per la sua predisposizione naturale al canto, tanto che inizia a cantare nei cori delle Chiese battiste...

Antonello Venditti

 Nato a Roma l'8 marzo del 1949, Antonello Venditti si fa le ossa frequentando la scena del Folkstudio, lo storico locale capitolino di Giancarlo Cesaroni. Qui stringe amicizia con un altro giovane cantautore, Francesco De Gregori. Insieme, i due realizzano nel 1972 "Theorius Campus", per entrambi il disco di debutto, nel quale incidono una canzone a testa e duettano su Dolce signora che bruci . Discografia e Wikipedia

Who Do You Love - Bo Diddley (1956)

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 Famoso figlio del Mississippi, anche se adottato dalle strade di Chicago, Bo Diddley si è autoproclamato da sempre inventore del rock 'n' roll, con toni che paiono tratti di peso dai dialoghi di The Blues Brothers: «C'era una missione da compiere e a qualcuno toccava il privilegio di iniziare. Dio l'ha dato a me, io sono stato il primo. Tutto il resto è venuto dopo».Vero o non vero, Bo è stato uno straordinario anello di passaggio tra blues e rock 'n' roll, pietra angolare di un suono che farà storia.Who Do You Love ne è la prova. La lista di artisti che si sono cimentati in una rilettura (in alcuni casi anche riscrittura), o che l'hanno presa come base per nuove composizioni, è praticamente infinita: Doors, Santana, Quicksilver Messenger Service, George Thorogood, Patti Smith, Bruce Springsteen (che dal vivo era solito legarla a She's the One, perché il groove era identico), Rolling Stones, Jesus and Mary Chain, Hoodoo Gurus, Yardbirds, Tim Buckley, Gr...

Donald Fagen - The Nightfly (1982)

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 La stanzetta di una stazione radio. Lo speaker che parla, raccontando storie di musica in un microfono RCA,  con tra le dita una Chesterfield King. Di fianco un giradischi, presumibilmente pronto a suonare Sonny Rollins And The Contemporary Leaders, capolavoro del 1958, la cui copertina è sul tavolo. Alla parete, un orologio gigante indica le 4:09, di mattina (e vi dirò presto perchè).  La foto di James Hamilton (scattata nell'appartamento di Manhattan dell'autore di oggi) ferma un istante che diviene una delle copertine più belle della storia della musica, dell'ultimo disco di questo mese di giugno dedicato al lavori solisti di artisti formidabili in una band. E Donald Fagen per tutto il decennio precedente è stata la metà di quel sogno iconico musicale, insieme a Walter Becker, che furono i formidabili Steely Dan: il loro suono amalgama magica di jazz, pop, rock, soul creò un marchio musicale, una musica che travalica lo spazio tempo e che sembra, ogni volta, qualcosa ...

Elephant Micah - Where In Our Woods (2015)

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di Lorenzo Righetto Attesissimo nella scena folk indipendente (sospetto più dagli addetti ai lavori che dagli ascoltatori), il nuovo disco di Joe O’Connell, “Where In Our Woods”, arriva quasi in sordina agli inizi ancora infreddoliti e letargici di questo 2015. E, di conseguenza, si presenta in punta di piedi, rinunciando all’intensità del precedente, forse insuperabile “Louder Than Thou”, vero “vangelo” del cantautorato americano di pochi anni fa. “Where In Our Woods” rappresenta invece un lavoro molto più sedimentato, una liturgia intima che ricorda un po’ l’isolazionismo sonoro del recente omonimo di Oldham, qui presente fra l’altro a fornire le seconde voci al disco. La scrittura di O’Connell si fa quasi ascetica nelle sue ostinate ripetizioni (le note calcate su due corde di “Slow Time Vultures”), ma senza evocare gli scenari di ricerca interiore in paesaggi desolati dello scorso album. Il disco è improntato a una religiosità naturalistica (“By The Canal”), declinata in ...

Neville Brothers - Yellow Moon (1989)

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di Silvano Bottaro Assieme a Brothers Keeper è senz'altro Yellow Moon il disco più importante della produzione musicale dei Neville Brothers. Seguendo coerentemente una linea di sviluppo artistico che dall'iniziale influenza del cajun e della tradizione creola di New Orleans li ha portati man mano ad una miscela sempre più veriegata di stili, i Neville Brothers arrivano alla tappa più importante del loro lunghissimo cammino discografico iniziato negli anni sessanta come Meters . Aaron, Ivan e compagnia decidono di estendere lo spettro di interessi e di indirizzi musicali con un prezioso lavoro di ripescaggi colti tra rock, gospel, musica etnica ed altri ricordi. E' un clima magico in uno swingante caleidoscopio di cori e controcanti fatti ad incastri che si muovono nella corrente più nobile della black music e del pop adulto. Yellow Moon è musica che scorre via corposa, ricca di contrasti tematici e sonori tra nero e bianco, dosata fino all'ultima nota dalla...

Van Morrison - His Band and His Street Choir (1970)

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His Band and His Street Choir è sicuramente un album minore nella grande produzione dell'irlandese, ma non è certo un album infimo come molti critici hanno voluto dipingerlo; vi si respira un'aria festaiola, e più che una "jam" musicale pare una riunione organizzata da amici per amici (ricorda un po' le fotografie dei gruppi di famiglia che vengono inviate a Natale ai parenti lontani...). Siamo distanti dal coinvolgimento emotivo, dallo "stream of consciousness" di Astral Weeks , e dal blues "malato" di T. B. Sheet , e come ricorda Janet Planet nella breve prefazione al disco (un tempo i dischi si facevano così: molte fioto, copertine cartonate apribili, molte note sui componenti, e a volte anche i testi...), l'artista sorridente raffigurato nella foro è sempre quello che anni fa rappresentava il giovane rabbuiato o l'ipersensibile visionario. L'album - lo ripetiamo - merita diversi ascolti, e lo strumentale elementarismo non ...

Annie Lennox - Diva (1992)

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Annie Lennox, scozzese, cantava in anonimi locali quando incontra Dave Steward, londinese, con cui nasce prima una collaborazione musicale, chiamata Tourists e nei tre anni con cui incidono a questo nome (tre dischi niente di che, due per la Logo e uno per la RCA) sono anche coppia nella vita. Ma si lasciano sentimentalmente, e mettono su un duo che otterrà un grande successo nel successivo decennio: gli Eurythmics, dal nome di una delle tre fasi, la Euritmica appunto, del metodo Dalcroze per imparare la musica. Come duo, scrivono alcuni dei brani simbolo del decennio: Sweet Dreams (Are Made Of This), 1983, Here Come The Rain Again, (da Touch, 1983), There Must Be An Angel (Playing With My Heart) (da Be Yourself Tonight, 1985, il loro disco più bello e pieno di duetti stupendi), When Tomorrow Comes (Revenge, 1986). Si sciolgono verso la fine del 1989, di comune accordo.  Annie Lennox passa un periodo di relativa tranquillità, stando lontana dal mondo musicale. Fu l'incontro con Ste...

Roberto Vecchioni

 Milanese classe 1943, laureato in Lettere antiche, Roberto Vecchioni ha sempre alternato l'attività musicale all'insegnamento, prima di Latino e Greco nei licei classici, poi di Forme di poesia in musica presso l'Università di Torino. Dopo essere stato autore negli anni '60 di brani per Ornella Vanoni, Mina, Iva Zanicchi e Gigliola Cinquetti, esordisce a proprio nome nel 1971 con Parobola.

Kozmic Blues - Janis Joplin (1969)

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 Una canzone nata all'improvviso, una delle poche scritte da Janis Joplin, bravissima nel fare suoi brani altrui, ma che raramente si è cimentata nella composizione. Viene alla luce in studio, durante una pausa. Il produttore Gabriel Mekler si mette al pianoforte e comincia a suonare. Janis intravede una luce e si butta dal terzo piano per trovarla ancora accesa. Fuor di metafora, comincia a improvvisare parole, a raccontarsi. Alla fine, quello che viene fuori è un testo bellissimo e autobiografico («ho 25 anni, adesso...»), un riassunto del dolore attraversato e delle fatiche superate, con la consapevolezza che il peggio non è passato, ma che vale comunque la pena tentare. È la musica a dare la direzione, è la musica a fare da bussola: potente, energica, con un ritornello che pare esplodere. Quando Janis attacca il primo verso del chorus è come se tutto il dolore esplodesse e cambiasse segno, per trasformarsi nel suo contrario. Kozmic Blues (Janis volle la «K» per attutire il sens...

E T I C H E T T E

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