Bill Callahan – My Days of 58 (2026)
di Alberto Campo Bill Callahan continua a fare dischi e noi insistiamo a occuparcene. Come mai? Perché le qualità che esprime in termini narrativi e musicali lo rendono autore raro nel panorama contemporaneo. Alla soglia dei sessant’anni, nel nono album a suo nome, dopo quelli marchiati Smog, racconta – dichiara il titolo – i suoi giorni da 58enne in una dozzina di brani appena oltre l’ora di durata complessiva. In “Pathol O.G.”, descrivendo la “creatività come patologia”, confida con rassicurante voce baritonale: “Sapete, scrivo canzoni e le canto da quasi trent’anni, mi piace!”. E nell’iniziale “Why Do Men Sing” ne indaga il movente, fra un avvertimento rivolto a Van Gogh (“Occhio all’orecchio!”) e l’immagine di un incubo notturno nell’aldilà: “Lou Reed mi stava aspettando, tutto vestito di bianco” (del resto, intervistato da “Uncut”, ha detto di lui: “Mi ha mostrato la via, per me è come Gesù”). Il pensiero della fine affiora nitidamente in “The Man I’m Supposed to Be”, ombrosa...