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Visualizzazione dei post da gennaio, 2026

Pancho and Lefty - Townes Van Zandt (1972)

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Per numi tutelari aveva Lightnin' Hopkins, Bob Dylan e Hank Williams, per compagnia una chitarra e un cappellaccio da texano, per stile un modo secco di raccontare la volubilità dell'amore. Aveva anche il diavolo sulle sue tracce, Townes Van Zandt, senza aver mai commesso nulla di grave, senza aver mai venduto la sua anima. Dopo cinque anni di carriera e sei dischi, idolatrati dalla stampa, arrivò l'episodio che cambiò per sempre la sua vita. «Mia moglie stava facendo l'autostop per tornare a casa, sulla strada tra Los Angeles e San Diego. Voleva raccogliere le sue cose e raggiungermi al più presto. Ancora un giorno e avrei finito di registrare il mio nuovo album. Mancava un solo brano. L'automobilista che caricò mia moglie la accoltellò quattordici volte prima di scaraventarla in strada. Mi telefonarono che erano le quattro del mattino. Guidai fin dal mio amico Guy Clark, restai con lui cinque ore e poi dissi: "Vado sulle montagne". Mi rispose: "Amic...

Lucinda Williams - World's Gone Wrong (2026)

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di Silvano Bottaro World’s Gone Wrong è un album che respira allerta e impegno, quasi una moderna sinfonia di protesta. Fin dal titolo – che potrebbe tradursi con “Il mondo è andato storto” – Lucinda Williams disegna un paesaggio sonoro segnato da tensioni sociali, difficoltà quotidiane e smarrimento collettivo, ma anche da una ferma volontà di resistenza e di empatia.  La sua voce, graffiata e vissuta, resta al centro della narrazione: non è solo espressiva, ma porta con sé la storia, le ferite e la saggezza di una vita trascorsa tra musica e realtà politica. Anche dopo un ictus che ne ha rallentato i movimenti, Williams ha ripreso a incidere e a performare con intensità, e questa esperienza di lotta personale si riflette nel tono dell’album, segnato da resilienza e autenticità. Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.

Courtney Marie Andrews – Valentine (2026)

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 di Silvano Bottaro Fin dalla prima nota, la voce di Courtney è ciò che ti cattura: intima, limpida ed emotivamente precisa. Gli arrangiamenti di Valentine privilegiano trame acustiche e raffinate sfumature elettroniche; nulla è troppo elaborato, e questa sobrietà lascia respirare le canzoni. Questo non è un disco da festa. È un album da camera da letto, da ascoltare a tarda notte – tranquillo, introspettivo e ricco di dettagli – il tipo di disco che rivela nuove linee e piccole scelte di produzione a ogni ascolto. C’è una tenerezza intrecciata al rimpianto in tutto l’album, e una manciata di versi sono così chiari da rimanere impressi.  Courtney si muove in bilico tra alt-folk, country e indie, e il risultato è un album che sembra allo stesso tempo senza tempo e contemporaneo: una scrittura colta, una voce che sembra una conversazione serrata e una produzione che si pone al servizio delle canzoni anziché competere con esse. Valentine di Courtney Marie Andrews è un album auten...

John Lee Hooker - The Healer (1989)

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di Silvano Bottaro "L'album blues più venduto in assoluto per uno dei più grandi bluesman ancor oggi in circolazione" , recitava la pubblicità del disco a fine anni novanta, poco prima della morte avvenuta nel 2001 a ottantaquattro anni. Il termine "blues" è probabilmente più abusato che usato in questo disco che, sinceramente ho ascoltato fino alla nausea, per la sua immediatezza, per la sua ascoltabilità ma non certamente per la sua sonorità marcatamente blues. Con questo disco , la chitarra più corteggiata del rock insieme a Muddy Waters e anche l'unico a uscire e imporsi dal ghetto di Detroit, ritorna con un album sensazionale che riassume e condensa tutte le indicazioni e i significati della sua arte e del suo modo di intendere il blues. Premiato con molti Grammy Awards, il primo brano omonimo del disco è " il miglior singolo del 1989 ", il canto caldo e profondo di Hooker accompagnato dalla chitarra di Carlos Santana e dal suo gru...

Imarhan - Essam (2026)

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di Silvano Bottaro  Essam: un'evoluzione tra tradizione e modernità. Imarhan, quintetto tuareg originario di Tamanrasset (Algeria), con Essam — che in Tamasheq significa “fulmine” — compiono un salto sonoro audace pur rimanendo profondamente radicati nelle proprie origini musicali. Il punto di forza di Essam è il bilanciamento tra il desert blues tradizionale (assouf) e elementi contemporanei, tra ambience elettronica e strumenti acustici. Questo non tradisce l’essenza del gruppo, ma lo spinge verso un territorio più vasto e contemplativo.  Il disco esplora temi universali ma radicati nella realtà nordafricana: Dislocamento e resilienza, con riferimenti alla situazione dei rifugiati e alle tensioni tra Algeria e Mali. Identità e appartenenza, attraverso testi in Tamasheq che raccontano la vita quotidiana e il legame con la propria terra. Comunità e celebrazione della cultura, con contributi vocali di musicisti locali e sezioni ritmiche corali che evocano l’energia collettiva d...

Pink Floyd - Ummagumma (1969)

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 Quando la Emi, che li aveva sotto contratto, decise che sarebbe stato pubblicato come uno dei dischi di punta della neonata etichetta Harvest, quella che era una delle band più promettenti del panorama rock britannico sapeva bene che era necessario un album “serio”, cioè una musica che si slegava dalla fruizione dei locali, dove si andava a ballare, ma che invece era diretta ad un nuovo pubblico, in espansione, che sentiva tutto rapito a gambe incrociate sulla pista da ballo, immerso nella musica. Quella band erano i Pink Floyd, che iniziarono a pensare al loro quarto disco negli studi di Abbey Road. Lo chiamarono Ummagumma, che nel gergo di uno dei groupie del gruppo, Ian "Imo" Moore, voleva dire “fare sesso”. Stavolta fu proposto un metodo nuovo per la sua ideazione. Ognuno dei componenti infatti lavorò autonomamente ad un proprio brano, nel tempo stabilito di 15 minuti ciascuno. Liberi anche dalle pressioni della casa discografica per l’uscita di un singolo, i musicisti f...

Steven Wilson - Hand. Cannot. Erase. (2015)

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di Matteo Meda e Michele Palozzo Per certi artisti è già abbastanza difficile trovare la propria voce, una forma espressiva che permetta di trasferire liberamente il proprio sentire all'altro. Non che la vena creativa di Steven Wilson fosse sacrificata all'interno dei Porcupine Tree, ma quella voce, che solo in certi sparuti episodi in studio emergeva con assoluta limpidezza, non poteva più rimanere confinata. Tra gli evocativi scenari post-seventies (ma ultimamente neanche troppo) dello storico progetto si celava un anelito molto più profondo: il desiderio di liberare quella "nostalgia factory" dagli schemi che il lavoro in gruppo inevitabilmente generava. Nell'ambizioso progetto di "The Raven That Refused To Sing" ciò si concretizzava nella direzione di un revival progressive completo e senza pari, tanto dal punto di vista narrativo quanto nel sound, tecnicamente straordinario e strabordante. Un solo episodio, la lirica "Drive Home", tra...

Coyote - Joni Mitchell (1976)

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Come l'egira è il volo di Maometto dalla Mecca verso Medina, così Hejira è un album che Joni concepisce come diario di bordo (non più diario personale di confessioni, com'era Blue) del viaggio verso la riconquista di se stessa. «Ero su una spiaggia vicino a casa di Neil Young e provavo una forte voglia di viaggiare, anche se non sapevo dove né con chi. Arrivarono due miei amici e dissero che stavano attraversando il Paese. Io dissi semplicemente che li stavo aspettando». I brani sono composti in prevalenza durante il viaggio, ed è per questo che il pianoforte non compare e gli arrangiamenti sono scarni ed essenziali. Con la presenza di Jaco Pastorius vengono abbattute le ultime barriere tra pop, rock e jazz. Coyote è il primo singolo; si dice parli di Sam Shepard, con il quale Joni avrebbe avuto una breve, ma intensa relazione. Che parli o meno di lui, Coyote parla di sicuro la lingua della grande musica. (M. Cotto - da Rock Therapy)  

The Allman Brothers Band - Eat A Peach (1972)

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 L'epopea di questa band è degna di un grande romanzo, direi americano vista la loro provenienza. La Allman Brothers Band è un pilastro della musica non solo a stelle strisce, capace di scrivere alcune delle pagine più intense della storia del rock, condite da molti tragici avvenimenti nel corso della loro ultra decennale attività. Nel 1972 erano all'apice del successo: la formazione aveva appena pubblicato uno dei dischi fondamentali del rock, il live At Fillmore East, registrato durante le due sere del 12 e 13 marzo 1973 nel noto locale di Bill Graham a New York. Fu determinante nel rivoluzionare gli standard del blues e a far nascere il suono torrido e sconvolgente del Souther Rock. Ma dopo tre mesi, Duane Allman, che con il fratello Greg, Dickey Betts, Berry Oakley e la sezione ritmica di Jai Johanny Johanson e Butch Trucks componevano la band, muore in un incidente motociclistico a Macon, in Georgia, mentre ritornava a casa. Fu uno shock non solo per la band, ma per l'...

Two Gallants - We Are Undone (2015)

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di Tommaso Meazza Nascere negli Stati Uniti è croce e delizia per chiunque voglia fare musica; nascere in California, in particolar modo a San Francisco, lo è ancor di più. Dalla tua hai la tradizione, hai i mezzi, hai l’ispirazione, hai un DNA ricchissimo di rock&roll, di hard rock, di blues, di folk, di country, di tutto ciò di bello e di orrendo che nell’arco dell’ultimo secolo è stato sfornato nella patria dei blue jeans. Ma hey, sei comunque nato nel paese più competitivo del mondo, e non ti basterà di certo imitare i tuoi idoli per fare la storia. I Two Gallants si presentano al loro quinto album con la stessa formazione: due ragazzi che vanno avanti da 13 anni, camminando fianco a fianco come i protagonisti del racconto di Joyce da cui prendono in prestito il nome. Due ragazzi evidentemente cresciuti a pane e blues, abituati a sognare con una chitarra ed un’armonica a bocca, con qualità né troppo evidenti ma neanche troppo scadenti. I Two Gallants sono l’emblema della mu...

R.E.M. - Out Of Time (1991)

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di Silvano Bottaro Rapidi Movimenti Oculari, l'indice fisiologico che rivela lo svolgersi del sogno all'interno del sonno. La musica rock per i R.E.M. è appunto uno stato ipnotico da sogno, dove i musicisti analizzano le varie visioni musicali, quelle che hanno mosso la loro sensibilità creativa (Doors, Byrds, Velvet), sovrapponendole poi con innovazioni e ulteriori appendici. Abbandonata la neo-psichedelia del giro californiano, i R.E.M. realizzano l'opera più alta del nuovo sound metropolitano, dove la band vive queste composizioni in prima persona con una formula che si rivelerà imbattibile. Questi quattro protagonisti da Athens, Georgia, fanno il "salto" grazie a un album che parla d'amore. Ne parla alla maniera loro, senza nulla concedere al luogo comune e senza spiegare: più che di un'analisi o un racconto, si tratta di un'evocazione di sentimenti e stati d'animo, dalla solitudine all'euforia, senza dimenticare l'ossessione...

Public Service Broadcasting - The Race For Space (2015)

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Grazie all'accesso straordinario all'archivio degli importanti filmati storici del BFI, Public Service Broadcasting viaggia indietro nel tempo ed esplora gli anni in cui Stati Uniti e URSS si batterono per avere la meglio su una nuova frontiera – lo spazio. Il nuovo album segue l'acclamato disco di debutto Inform – Educate – Entertain, che nel 2013 ha conquistato il #21 posto nella classifica UK degli album, è stato nominato Best Independent Album agli AIM Awards ed incluso nella Top 10 Albums of the Year di BBC 6Music. L'album è stato presentato al pubblico di tutto il mondo in 18 mesi di tour, per un totale di oltre 200 concerti. Tra gli spettacoli di maggiore successo si ricorda lo showcase a The British Music Embassy per SXSW, quando il pubblico arrivò a fare la coda per tutto l'isolato. La band è salita sui palchi di tutti i festival più importanti del Regno Unito, tra cui Glastonbury, Bestival, Green Man, e registrato il tutto esaurito per un infinito num...

Blur - The Magic Whip (2015)

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 Il 2025 verrà ricordato anche per il tour della reunion degli Oasis dei fratelli Gallagher. Siccome io nella famigerata e spesso artefatta diatriba tra i paladini del britpop mi sono espresso a favore dei loro rivali, l'ultima copertina con un gelato, tema comune alle storie di musica agostane, oggi vede protagonista i Blur. In un articolo di qualche anno fa, credo su Rolling Stone Italia, una delle similitudini più oscene mai lette diceva, più o meno così "I Blur erano l'amore e gli Oasis la scopata e, nelle sbronze, i primi il singhiozzo, i secondi il rutto". A me sono piaciuti sempre per la loro aria scanzonata e per un approccio musicale multivariegato, che se non si è espresso nei Blur lo ha poi fatto nei tanti progetti solisti che soprattutto Albarn e Coxon hanno avuto nel corso della loro carriera. La quale si interruppe nel 2003, dopo l'uscita di Think Tank: disco sofferto come non mai, con aperture musicali al jazz, alla musica africana, all'hip hop,...

Classifica 2025

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Van Morrison - Remembering Now - Leggi Olafur Arnalds & Talos - A Dawning - Leggi Matt Berninger - Get Sunk - Leggi M.C. Carpenter, J. Fowlis, K. Polwart – Looking for the Thread - Leggi The Weather Station - Humanhood - Leggi Kathleen Edwards - Billionaire - Leggi Anna B Savage - You And I Are Earth - Leggi Valerie June – Owls, Omens, And Oracles - Leggi The Third Mind - Right Now! - Leggi Bob Mould - Here We Go Crazy - Leggi Robert Plant - Saving Grace - Leggi Sam Amidon - Salt River - Leggi Brunori Sas – L’albero delle noci - Leggi Mary Chapin Carpenter – Personal History - Leggi Big Thief – Double Infinity - Leggi Cate Le Bon - Michelangelo Dying - Leggi Tedeschi Trucks Band and Leon Russell - Leggi Ben Nichols - In The Heart of The Mountain - Leggi Joan Shelley - Real Warmth - Leggi Charlie Musselwhite - Look Out Highway - Leggi Mdou Moctar – Tears of Injustice - Leggi Kevin Connolly and Mule Variations - Alive and Kicking - Leggi Bright Eyes - Kids Table (2025) - Leggi Ginevr...

Lucinda Williams - Car Wheels on a Gravel Road (1998)

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La rottura definitiva col partner di vecchia data Gurf Morlix, una sfilza di controversie coi produttori (prima il citato Morlix, poi un seccato Steve Earle, in tandem con Ray Kennedy nel cosiddetto Twangtrust, e infine un provvidenziale Roy Bittan), sei anni di registrazioni ininterrotte tra Austin e Nashville, vari esaurimenti nervosi: questo, in sintesi, il prezzo pagato da Lucinda Williams per incidere il suo quinto album. Tanto che viene da domandarsi se le aspre recriminazioni tra garage e roots-rock di Joy ("Hai rubato la mia gioia / La voglio indietro / Non avevi alcun diritto di prendere la mia gioia / La rivoglio indietro") non siano in effetti indirizzate allo stesso Car Wheels On A Gravel Road. Considerato il capitolo cruciale della carriera dell'artista, Car Wheels, nondimeno, non risulta il più elegante né il più rockista, non il più suggestivo né il più pestato (titoli che spettano, rispettivamente, a West [2007], Blessed ['11], Essence ['01] e...

Pink Houses - John Cougar Mellencamp (1983)

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 Non aveva le idee chiare. Un giorno voleva diventare un centromediano di football, un altro giorno un pugile come Sonny Liston e solo il terzo valutava l'ipotesi di essere il nuovo Elvis Presley. «Ero strano già a sei anni. Mi strappavo la maglietta e correvo da mia madre, urlando che le ragazze mi adoravano e avevano cercato di spogliarmi. La sera, invece infilavo i guantoni da boxe e andavo alla ricerca di avversari». La carriera di centromediano fu bruciata anzitempo da un pacchetto di sigarette che sbucava gaglioffamen-te dalla tasca posteriore dei pantaloni e che provocò la rabbia dell'allenatore; quella di pugile scoraggiata dalle cicatrici che John temeva di accumulare. Rimaneva solo Elvis. In questo procedere per tentativi, «Cougar», terribile nome d'arte da cui poi si vorrà liberare una volta ottenuto il successo, ha sempre portato sulla schiena la sua brava gobba di contraddizioni. Da un lato cercava la canzone rock 'n' roll perfetta, quella che tutti vol...

The Deviants - The Deviants #3 (1969)

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 La storia di musica odierna parte da una cosa che, lo raccontai già per Trout Mask Replica di Captain Beefheart, mi è capitata spesso all’inizio della mia passione musicale: fidarmi delle recensioni delle enciclopedie del rock. In verità a distanza di anni, le delusioni si contano sulle dita di due mani, ma sono così cocenti che il pensiero mi scuote ancora un pochino. I Deviants sono stati un gruppo di pochissimo successo a fine anni ’60 in Gran Bretagna, ma sono probabilmente uno dei più idolatrati dalla critica. Nascono nel 1966, quando Mick Farren decide di fare protesta con la musica: quelle formazioni che facevano concerti a nome The Social Deviants in posti importanti come il club UFO in Tottenham Court o all’Alexandra Palace Love-In Festival cambiavano di continuo (tra l’altro, per mia curiosità, nemmeno Wikipedia mi sa dire il cognome del primo batterista ufficiale, dal nome Benny, ma dal cognome sconosciuto). Farren è un tipo interessante, e con caparbietà mette in music...

Steve Earle & The Dukes - Terraplane (2015)

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di Gianfranco Callieri Casomai qualcuno se lo chiedesse (ma il dato possiede anche un suo senso “narrativo”), la Terraplane, fino al 1934 EssexTerraplane, era un modello di automobile prodotto da una casa di Detroit, la Hudson Motor Company, e molto diffuso negli Stati Uniti ai tempi della Grande Depressione. La vettura, assai simile a quelle che potete vedere in una qualsiasi puntata di Boardwalk Empire, divenne, in virtù del costo accessibile, una delle più comprate, anche in tempo di crisi, e contribuì a fare della Hudson (sopravvissuta per altri vent’anni) una delle poche aziende davvero floride del paese. La Terraplane ispirò persino il primo successo di Robert Johnson, la Terraplane Blues uscita su 78 giri (etichetta Vocalion) nel 1937, con Kind Hearted Woman sul lato-b, e registrata l’anno prima in quel di San Antonio, Texas. Il brano di Johnson era in pratica un riassunto, più sfacciato di qualsiasi altra cosa pubblicata fino a quel momento, della capacità, tipica dei blues...

Janis Joplin - Pearl (1971)

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di Silvano Bottaro Atto finale della più grande cantante blues bianco mai esistita poco prima della sua morte, avvenuta il 4 ottobre del 1970, a causa di un miscuglio di alcol e droga. Pearl è il canto del cigno di una donna sola, infelice, che canta la sua tristezza con rabbiosa determinazione. A due passi dall'autodistruzione Janis Joplin realizza a Los Angels il sogno di emulare la sua antica maestra nera, Bessie Smith . Ogni brano è un gemito, un pianto disperato dove il sesso e l'anima si uniscono per diventare emozione sconvolgente, viva, esplosiva. Non ci sono più le certezze di essere l'unica star di un gruppo di dilettanti come i Big Brothers  nè il dilemma e la paura del fallimento con la degenerazione sonora di Kozmic Blues, ma c'è un'artista che sente la fine un attimo prima e vuole dare il meglio di sè per esser ricordata. Uscito postumo, Pearl è un epitaffio alla Spoon River. Si possono rintracciare canzone dopo canzone, nascita, splendore, miseria...

José González - Vestiges & Claws (2015)

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di Enrico Stradi La densità mediatica dei nostri anni, durante i quali qualsiasi cosa deve uscire dall’ordinario per ottenere spazio attentivo, visibilità e approvazione, sta mostrando già da tempo i suoi lati negativi: dal mio punto di vista personale, in cima alle nefaste conseguenze della bulimia musicale, c’è che non badiamo più a tutti quei dischi che rifiutano già a priori il meccanismo dell’esaltazione e della gara a chi ci appiccica sopra il numero più alto di punti esclamativi. Dischi che in maniera più sintetica potremmo definire come “normali”, se l’aggettivo, per i motivi scritti sopra, non avesse un’accezione ormai irrimediabilmente negativa. L’ultimo disco di José González è uno di quei dischi. Il che d’altronde non è nemmeno una novità: già le cover degli esordi (Joy Division, The Knife, Massive Attack tra le meglio riuscite), il primo disco solista “Our Nature” e i successivi due album con i Junip (“Fields” del 2010 e “Junip” del 2013) erano prodotti di indisc...

Orange And Lemons - Love In The Land Of Rubber Shoes And Dirty Ice Cream (2003)

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 Per trovare un nuovo disco con un gelato in copertina sono arrivato fino alle Filippine. Che tra le nazione asiatiche, non è conosciuta come altre per la musica rock (per esempio il Giappone o la nascente stella sudcoreana con il K-pop) ma in verità storicamente è stato il paese dove sin dagli anni '70 gruppi di giovani musicisti locali si cimentarono in musiche di chiaro stile occidentale (tra l'altro in un periodo dove nel Paese fu instituita perfino la legge marziale dopo il primo golpe di Marcos nel 1972) che furono contenute in un termine, OPM, Original Pilipino Music, coniato da Danny Javier, leader degli Apolinario Mabini Hiking Society, band capofila del movimento, ma anche animatore culturale, star della radio e della TV. Parallelamente, nacque anche un altro filone, il Pinoy Rock, Pinoy significa Filippino, che prese a mani basse prima dal surf rock, poi dai grandi gruppi della British Invasion degli anni '60 per poi svilupparsi in forme particolari proprie. Ed è...

Zucchero

 Adelmo "Zucchero" Fornaciari nasce il 25 settembre del 1955 a Roncocesi, in provincia di Reggio Emilia, e a 13 anni si trasferisce a Forte dei Marmi. E' qui che compie le prime esperienze musicali, militando in varie band in veste di chitarrista, sassofonista e cantante. Dopodichè, affermatosi come autore di brani per altri artisti, si aggiudica come solista il concorso per voci nuove a Castrocaro 1981. Discografia e wikipedia

She Always Goes - Joe Henry (1993)

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 Ha un nome banale, ma talento e ispirazione da vendere. Uno Springsteen acustico in miniatura, un Jackson Browne più raccolto, un Dylan meno visionario e biblico (e con lo stesso registro nasale), un Randy Newman privato di cinismo. Da anni il buon Joe storna brioche salate e sorprese assortite, con un incedere a tratti waitsiano che è pura delizia. Sposato con la sorella di Madonna, Melanie Ciccone, vagabonda di città in città (nasce in North Carolina, cresce nel Michigan, inizia a suonare a New York, prima di trasferirsi a Los Angeles), ma musicalmente resta fedele a uno scenario di provincia (fors'anche solo di quartiere) che è quello del racconto alla Carver, minimalista ma denso di poesia. She Always Goes non è esplosione e nemmeno tuono, però fa sempre più rumore, ascolto dopo ascolto. (M. Cotto - da Rock Therapy)  

Pretty Girls Make Graves - Élan Vital (2007)

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 Dietro l’etichetta “punk” c’è un universo. E come molte cose indefinibili, o quantomeno con una definizione così ampia e dai così labili, racchiude cose che all’apparenza non c’entrano. Questo pensiero un po’ contorto, un po’ punk, mi è venuto perché alla ricerca di notizie sulla band della Storia di Musica di oggi c’è che sono considerati un gruppo post-punk. Devo dire che il nome che Andrea Zollo, cantante, e Derek Fudesco, bassista, si scelgono a Seattle a primi degli anni 2000 è davvero bello: Pretty Girls Make Graves è il verso di una canzone degli Smiths, omonima, dal loro primo disco del 1984, che a sua volta era un omaggio alla poesia di Kerouac, I Vagabondi Del Dharma, in cui si legge “Pretty girls make graves, was my saying, whenever I'd had to turn my head around involuntarily to stare at the incomparable pretties of Indian Mexico”. A loro si aggiungono Nick Dewitt alla batteria e alle tastiere, J. Clark alla chitarra e Nathan Thelen alla chitarra e come seconda voce. C...

E T I C H E T T E

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