Talk Talk - The Colour Of Spring (1986)

Simbolicamente la primavera è tempo di rinascita. È una rinascita vera e propria quella che visse, con questo disco, una delle formazioni più interessanti degli anni '80 in Gran Bretagna, che ha lasciato un segno negli appassionati di musica. Tutto inizia a metà anni '70, quando spinto dal fratello maggiore Ed, che faceva il talent scount e il manager per emergenti e spesso improbabili gruppi punk, Mark Hollis fonda a Londra The Reaction, che incideranno un unico singolo in studio nel 1978, I Can't Resist, pubblicato dalla Island di Chris Blackwell. Nel 1981 incontra il bassista Paul Webb, il tastierista Simon Brenner e il batterista Lee Harris, formando con loro una nuova band, a cui dà il nome di Talk Talk. Sono gli anni della new wave e del cosiddetto new romantic, di grande successo: si affidano ad uno dei produttori del momento, Colin Thurston, che guidava alla consolle i Duran Duran, e pubblicano The Party's Over, nel 1982: un synth pop senza infamia e senza lode, che comunque non gli impedisce di riprovarci. Ed è subito diverso: It's My Life, prodotto da Tim Friese-Greene che inizierà con loro una grande collaborazione, esce nel 1984. È un grande successo, trascinato dai singoli It's My Life (che sarà una cover mondiale fatta dai No Doubt di Gwen Stefani nel 1995) e Such A Shame, impongono il loro stile e le melodrammatiche esibizioni di Hollis all'attenzione del pubblico (farà epoca il videoclip di Such A Shame, dove Hollis indossa un cappellino di lana ed è vestito da moderno teddy boy). 

Nel frattempo Brenner si chiama fuori, e la band attraversa un periodo di profondo ripensamento dello stile e della direzione da prendere. La band si prese un anno di pausa per registrare l'album successivo e fu reclutata una miriade di turnisti di eccellenza, come Steve Winwood, il chitarrista Robbie McIntosh, il bassista Danny Thompson e l'armonicista Mark Feltham. Il risultato sarebbe stato un suono molto più organico, con una direzione sonora che avrebbe dominato la loro musica da quel momento in poi e che farà scuola, fino a diventare manifesto, con i lavori più tardi, del cosiddetto post-rock. Tutto è scritto da Hollis e da Friese-Greene che trascorsero i primi quattro mesi del 1985 a scrivere i brani, e la band li raggiunse poi in studio per iniziare a registrare le parti." All'inizio, passavamo 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana in studio", dichiarò Hollis al Glasgow Evening Times nel febbraio del 1986, "poi verso la fine ci siamo presi i weekend liberi. Cercare di rimanere freschi è la cosa più difficile in un progetto così lungo". Durante la registrazione, Hollis ascoltava musica di compositori classici impressionisti come Satie, Debussy e Milhaud. Bartók in particolare ebbe una profonda influenza sull'album. Ma non tutto viene abbandonato, è piuttosto un uso più consapevole delle nuove tecnologie musicali: useranno  strumenti meno noti, come il Variophon, uno strumento elettronico inventato nel 1975 dai ricercatori dell'Università di Colonia, ma anche il Mellotron e la melodica (che è quella piccola tastiera che ha un aerofono collegato, presente in molti videoclip dell'epoca).

The Colour Of Spring esce nel 1986: in copertina, una delle meravigliose illustrazioni di James March, che richiama le farfalle, motivo che sarà ripreso anche nelle successive copertine dei loro dischi. 8 brani che suonavano, e in parte suonano ancora oggi, differenti, tra movimenti delicati e una attenzione importante alle atmosfere, che emanano una certa serenità spirituale. Si inizia con la batteria di Happines Is Easy, quasi funk, che si espande per i successivi 6 minuti e mezzo, con l'apparizione graduale di tutti gli strumenti, tra cui anche un sassofono. In I Don't Believe In You c'è il riconoscibile organo di Winwood, a dare un suono alla Traffic ad un altro brano davvero bello,  altro singolo estratto dal disco. Life's What You Make It, con il suo riff di pianoforte incalzante, divenne una hit internazionale, espandendo la fanbase globale della band e facendo guadagnare ai Talk Talk il loro terzo singolo di successo negli Stati Uniti. Meraviglioso è il trittico finale: Give It Up è un synthpop fluido, quasi jazzato, con ganci groovy, linee di batteria e un impressionante lavoro di tastiere a creare un'aura di fredde giornate primaverili. Chameleon Day è molto più tranquillo, desolato e riflessivo, spesso malinconico e cupo. È qui che la voce di Mark assume un ruolo più centrale, creando un'opera d'arte splendida e malinconica, facendola diventare un'icona come quelle di Kate Bush, Peter Gabriel ed Elizabeth Fraser per restare agli stessi anni. Time It's Time, il più lungo dell'album, con i suoi oltre 8 minuti sembra una sorta di combinazione degli ultimi due, con atmosfere dream pop e un bel ritmo di synth e batteria. Si snoda attraverso una serie di diverse sfumature pop che si alternano a emozioni di pace, riflessione e, presto, felicità. Una canzone che cresce ed emoziona, un gioiello in un disco che non lascia indifferenti.

Se ne accorse sia la critica internazionale che il pubblico, che lo fece diventare il disco di maggior successo della band:  un disco autentico e epocale, etereo ed enigmatico, con una malinconia latente e fragile. Ritmi potenti e ampi si combinavano con ricche tessiture strumentali, il tutto sormontato dalla voce sofferente e profondamente commovente di Hollis. Sarà il trampolino per ulteriori e ancora più immateriali sperimentazioni, di cui ho già parlato in questo spazio. Una grande band da riscoprire.

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