David Byrne – Who Is the Sky? (2025)

di Gianfranco Marmoro

Dopo le immagini che hanno visto di nuovo insieme i Talking Heads per promuovere la riedizione del film "Stop Making Sense" e il deciso no al ritorno in scena della band, la pubblicazione di "Who Is The Sky?" cala come un pietra tombale sulle speranze dei fan di un nuovo album, o quantomeno di un tour celebrativo per le "teste parlanti".

I propositi del nuovo album di David Byrne sono palesi. Le dodici tracce di "Who Is The Sky?" sono miniature pop estroverse e godibili, a tale scopo il musicista di origine scozzese ha assoldato un produttore esperto, Tom Hull alias Kid Harpoon (già alla corte di Harry Styles e Florence + The Machine), e ha coinvolto la Ghost Train Orchestra per avere a disposizione una sezione archi e una di fiati, al fine di consolidare il taglio chamber-pop e quasi yacht-rock dell'album, lasciando scivolare in sottofondo le familiari influenze esotiche e funky del passato.

La pubblicazione del nuovo disco ha provocato reazioni contrastanti, tutte imperniate sull'eccessiva spensieratezza dell'intero progetto, ma l'anticonformismo stravagante di Byrne non è una novità, né qualcosa che possa creare sgomento e perplessità. Dopotutto, per un musicista che ha assimilato la cultura no wave e le pagine più visionarie della musica brasiliana, il pop è materia malleabile e aliena, ed è questa la ragione d'essere di un disco alquanto sghembo e a volte troppo ricco di colori e luci, a partire dalla copertina. Anche i pochi ospiti restano funzionali a questa identità volutamente frivola: Tom Skinner degli Smile, Mauro Refosco, Hayley Williams dei Paramore e St. Vincent.

Due superflui progetti con Fatboy Slim e un singolare ma tiepido album in duetto con la stessa St. Vincent hanno coperto il vuoto di sette anni passati da "American Utopia" a oggi. Nell'immaginario l'ex-Talking Heads è tuttora sinonimo di spessore e genialità, ma "Who Is The Sky?" è un disco che elogia la spensieratezza, con tutti i rischi del caso.

Le canzoni divertenti non sono necessariamente stupide, ma nel repertorio di un artista come Byrne queste possono rappresentare al massimo una porzione dell'insieme: il dilemma è che questa volta sono in eccesso. In verità, data la dichiarata natura del disco, anche questo aspetto non è un problema, ma l'ultimo ostacolo insuperabile è che alcune delle canzoni sono alquanto insipide.

Non è racchiuso nell'elevato tasso glicemico di "A Door Called No" o nel ricco tenore di euforia e solarità di "Everybody Laughs", il tallone d'Achille dell'album, anzi, i due brani sopracitati insieme alla più ambiziosa "The Avant-Garde" restano tra i più rimarchevoli.

Sono gli svolazzi alla Van Dyke Parks di "Moisturizing Thing", lo stanco tentativo di abbracciare l'indie-pop nella fastidiosa "When We Are Singing" (David, perché miagolare?), l'autocitazione ironica della pur carina "My Apartment Is My Friend", la stanchezza armonica che sembra avvolgere quasi tutto il disco ("What Is The Reason For It?", "I Met The Buddha At A Downtown Party", "Don't Be Like That") i veri ostacoli da superare per potere apprezzare in pieno l'album.

Per quanto i riferimenti restino lodevoli (il teatro e le colonne sonore dei film anni 60 e 70), per quanto David Byrne non abbia dismesso la propria inclinazione al surrealismo simbolico ("I Met The Buddha At A Downtown"), e pur apprezzando il pregevole coming out sulla propria condizione di persona affetta da autismo ("She Explains Things To Me"), "Who Is The Sky?" è un disco che non convince, e non per l'eccessiva giovialità delle canzoni, quanto per l'approssimazione delle composizioni, graziate da una produzione eccelsa ma prive dell'estrosa genialità dell'ex-Talking Heads.

David Byrne non è mai stato abile nel dare soluzioni, quanto nel porre domande. Qualità come svogliatezza e ironia sono già note, ma la sensazione è che questa volta non siano sufficienti, anche se un personaggio poliedrico come lui possiede molteplici risorse, non ultima quella di poter trasformare un album innocuo come "Who Is The Sky?" in un imponente spettacolo di sentimenti e banalità quotidiana. In quel caso non mancheremo di applaudirne la vitalità, ma nel frattempo questo disco scivola in un aulico oblio.

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