Matt Berninger - Get Sunk (2025)

di Marco Denti

Pur essendo frutto di una stringente necessità di Matt Berninger e di un suo travagliato momento personale, Get Sunk è un disco dei National senza i National. A differenza di Serpentine Prison dove la differenza era molto più accentuata, il nuovo e secondo episodio solista di Matt Berninger riporta da vicino all’esperienza dei National, in particolare quelli sperimentati dal vivo nell’ultimo tour, come non potrebbe essere altrimenti visto che sono stati protagonisti di uno spettacolo davvero imponente e senza un attimo di respiro.

In modo diverso, ma con la stessa insistenza, Get Sunk ti si incolla addosso pur non contenendo niente di particolarmente memorabile. È un disco al limite, che resta a metà strada, reggendosi su un equilibrio fatto di chiaroscuri, tra riflessi pop e tensioni più vicine allo spirito di un songwriter. Rimane indefinito, un po’ come la logica sottintesa da No Love, una delle tante situazioni ambigue che trovano nella voce di Matt Berninger l’elemento espressivo più adatto. Usufruisce di fondamenta sonore minimali e rarefatte come Breaking Into Acting e Little By Little o, al contrario, di quel retrogusto pop che arriva dai National dell’ultima ora così come è chiaro in Bonnet Of Pins o in Junk, o in tentativi più o meno riusciti di ridurre distanze tra le due differenti situazioni, come succede in Inland Ocean, in Frozen Oranges o in Silver Jeep.

Gli aggiustamenti con la compagnia delle voci femminili, utili contrappunti allo stile vocale univoco di Matt Berninger, e qualche tocco innovativo qui e là rendono Get Sunk abbastanza vario da risultare scorrevole, per quanto i temi trattati siano spigolosi e legati all’altalenante fluttuare delle emozioni. La svolta avviene, a dispetto del titolo, con Nowhere Special, un talking sistematico e ossessivo che trova Matt Berninger particolarmente a suo agio nel ruolo di narratore, con un mood che riporta, sì, all’esperienza dei National, ma nello stesso tempo guarda più avanti, lasciando aperte tutte le porte.

La soluzione di Get Sunk e con ogni probabilità di un lungo momento di transizione arriva invece con Times of Difficulty, che è messa giusto alla fine, e da cui, non a caso, il disco prende il titolo pescandolo dal ritornello. È una ballata giocata su due semplici accordi della chitarra (acustica), del pianoforte e di qualche rumore orchestrato dal produttore e collaboratore Sean O’Brien (compreso lo strepitoso inciso di organo) e cantata da Matt Berninger quasi con sollievo e con tanto di grilli finali a celebrare la primavera, l’estate e, chissà, magari anche un po’ di pace.

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