Bon Iver – Sable, Fable (2025)

di Chiara Crisci 

Che colori insoliti hanno questi Bon Iver!? In quale inedita stagione della vita ci trasportano? Justin Vernon parla di “SABLE, fABLE” come di un momento di svolta, della fine di un capitolo della mitologia dei Bon Iver e dell’inizio di un altro, il prossimo, forse l’ultimo.

Questi nuovi Bon Iver, in effetti, sanno del tenue tepore in una mattina assolata di Aprile, il mese di uscita del loro quinto album in studio, edito da Jagjaguwar e coprodotto da Vernon e Jim-E Stack, che giunge dopo un silenzio discografico di 6 anni. E “SABLE, fABLE” è, in effetti, un disco strano, complesso e composito, difficile da inquadrare e descrivere, simbolico e quasi “fonosimbolico” in ogni dettagliatissima scelta artistica ed estetica, diviso tra polarità e dicotomie, ombre e luci, colori e suoni che tracciano un processo di espiazione e elevazione fino al nirvana, all’estasi, lasciando il peso sulla strada per abbandonarsi alla leggerezza.

Tutto è costruito sulla dualità di tonalità emotive e introspettive. Il titolo stesso è una paronomasia di parole ossimoriche e antitetiche dalla sonorità allitterante: se, infatti, “SABLE”, sinesteticamente allude ad una variante di colore nero profondo che richiama una cupa oscurità, il termine “fABLE” è traducibile come “favola”, storia breve e immaginosa, lieve, che già evoca un lieto fine. 

Si tratta di un album bipartito: ingloba l’EP “SABLE”, venuto alla luce, dopo una tortuosa gestazione, nello scorso Autunno, alla maniera di prologo della narrazione vera e propria, una nuova saga, quella di  “fABLE”, composta di nove canzoni che disegnano una storia d’amore pop e soul con intrusioni di elettronica, in cui l’oscurità più luttuosa si trasforma in luce, la malinconia diventa gioia pura e incontenibile. Così, “SABLE” rappresenta una resa dei conti rispetto al dolore del passato, mentre “fABLE” guarda verso un futuro vibrante pieno di luce e di  possibilità.

A segnare in maniera decisiva la programmatica svolta rispetto al passato, come in una ideale circolarità delle stagioni, “SABLE” ha il suono, l’odore e i colori delle foglie che cadono al vento autunnale nelle ottobrate sul Lungotevere, mentre la sua prosecuzione si tinge di inedite pennellate dai colori caldi e lussureggianti (come il color rosa salmone dell’artwork optical minimalista del disco, al centro del quale campeggia un quadrato nero, simile a una botola che crea illusoriamente profondità, speculare inversione della copertina di “SABLE”!), persino caleidoscopici e suona di rinascita primaverile, di risveglio di una natura assopita a lungo per tutto l’inverno. Il trittico di apertura degli inediti di Ottobre – nell’immaginario di Vernon “sembrano un triangolo equidistante […]. Spaziano dall’accettazione dell’ansia all’accettazione del senso di colpa all’accettazione della speranza. Queste tre cose di fila. Non c’è spazio per un prologo o un epilogo a quel punto. Perché questo è tutto – questo è tutto.”- si compone di brani di grande urgenza espressiva.

THINGS BEHIND THINGS BEHIND THINGS gioca con sonorità folk e  un uso vocale sapiente che modula falsetto e toni baritonali profondi a cui Justin Vernon ci ha abituati. Un metronomo di sottofondo e le ripetizioni anaforiche segnalano la necessità di scrollarsi di dosso una sensazione oppressiva di inquietudine legata al passato (“I would like the feeling gone”). Stessa familiarità con i primi dischi della band, si avverte con S P E Y S I D E, con le sue melodie appalachiane, falsetto e chitarra acustica, che l’avrebbero vista perfetta nella tracklist di “For Emma, ​​Forever Ago” (2007), osannato esordio fiorito da un cuore spezzato perso nei boschi innevati del Wisconsin. Venuta fuori di getto ormai nel lontano 2021, esterna il senso di colpa e di espiazione per qualcosa che non è andato secondo i piani e il dolore arrecato a chi si ama, (“Nothing’s really happened how I thought it would”), attingendo a tutte le sfumature del rimpianto. “But I’m a sable / And honey, us the fable”: AWARDS SEASON segna una rottura sul piano tematico e vocale, evidenziando la dialettica tra oscurità e luce che attraversa l’intero album, aprendo alla storia luminosa di innamoramento di “fABLE”, mentre l’arrangiamento si fa scarno e la voce più chiara e diretta, priva di effetti, fino al silenzio.

Lasciate cadere le ombre, Vernon si abbandona all’estasi della contemplazione della luce, al romanticismo e ad una metamorfosi impossibile anche solo pochi mesi fa, nella seconda parte del disco, risultato sorprendente di anni alla ricerca di nuove modalità espressive. Ciò è chiaro fin da Short story gioca con la folktronica di “22, A Million” (2017), con i falsetti e il vocoder, con melodie ariose e radiose e con liriche che preannunciano la fine dell’inverno e che ricordano il potere curativo del tempo che passa: “Time heals and then it repeats / You have not yet gone too deep.” Everything Is Peaceful Love, primo singolo estratto, dai tratti un po’ soul con qualche sfumatura gospel, sospeso tra chitarre, tastiere e drum machine, è un euforico inno celebrativo dell’amore e alla speranza. Le distorsioni vocali si riverberano ancora in Walk Home, invito a vivere l’amore nella dimensione calda e accogliente della pace e della sicurezza della casa. L’apertura gioiosa ai sentimenti, accompagnata da stupore e incredulità, pervade tutta la narrazione che segue, come in un crescendo di desiderio di scoprire dove la resa all’amore possa condurre. Questa euforia trasuda tutta dai cori gospel di Day One (in cui fanno la loro apparizione Dijon e Flock of Dimes) o in From e I’ll Be There. La propensione alla collaborazione  di Venon, molto spiccata negli ultimi anni, anche nell’incontro con mondo musicali più o meno distanti, si ritrova ancora in questo disco con l’intenso duetto con Danielle Haim (accreditata già in I’ll Be There) in If Only I Could Wait. Verso la fine, mentre There’s A Rhythmn  ci culla come una ninna nanna crepuscolare, Au Revoir, brano strumentale per pianoforte, chiude con un commiato sentimentale un disco che potrebbe essere anche l’ultimo album dei Bon Iver.

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