Sam Amidon - Salt River (2025)

di Gianfranco Marmoro

Sam Amidon è un cantautore che nella sua lunga carriera ha sempre sottolineato il proprio legame con la tradizione, senza restare avulso da quella contaminazione che offre alla musica folk l'opportunità di rinnovarsi. Per lui reinventare e rileggere il passato è l'unico modo per onorare una tradizione che da orale è ormai diventata fisica, tangibile. Il violinista prodigio, nato e cresciuto nel Vermont e ora di stanza a Londra, con il nuovo album "Salt River" sfida ulteriormente canoni e dettami, rivolgendosi al produttore e jazzista Sam Gendel e a Philippe Melanson (autentici comprimari del progetto), per mettere a punto un album eclettico e avventuroso.

Il cambio di etichetta - dalla Nonesuch alla River Lea, ovvero la sezione folk della Rough Trade - corrisponde all'opera più stravagante dell'artista americano, che attraversa ben quattro secoli di musica (dal 1700 al 2000) con una scelta di brani alquanto diversi tra loro.

Ornette Coleman, Lou Reed, Yoko Ono, sono alcuni degli autori coinvolti in quest'opera iconoclasta e non facile da comprendere con un ascolto fugace e distratto, dopotutto Sam Amidon si è in passato cimentato con Mariah Carey, Tim McGraw e perfino i Tears for Fears.

Il primo tassello del puzzle è "I'm On My Journey Home", brano risalente al 1700 che nelle mani del trio diventa un ipnotico groove folk-blues-noir, dove antico e moderno sfumano verso una magia senza tempo che il finale a cappella rende ancor più mistico. Tratta dall'album "Ecstasy", "Big Sky" di Lou Reed è un'altra delle pagine più riuscite, irriconoscibile nella sua deriva verso placide strategie elettroniche e folk che sembrano non giungere mai a un compromesso.

Addomesticata "Ask The Elephant" di Yoko Ono a surreale nenia spirituale, Amidon cede il passo nella leggermente disinvolta rilettura di "Friends And Neighbors" di Ornette Coleman, ma è proprio in questa non del tutto definita identità sonora che "Salt River" trova linfa vitale, dopotutto anche la più tradizionale "Golden Willow Tree" è eseguita in maniera aliena e dissonante, al punto da confondere ancor più le acque.

In questa straniante oscillazione tra tradizione e contaminazione, Amidon mette a segno delle interessante alterazioni concettuali: in "Three Five" amplia la gamma delle sonorità cristalline della chitarra per un ibrido new age/weird-folk, per lo strumentale "Tavern" crea una surreale orchestrina country con ritmiche sintetiche, violini, tastiere e sax, spostando l'asse sonoro da festose atmosfere bluegrass a rozzi accenni da night-club jazz.

"Salt River" conferma Sam Amidon come artista indomito e poco incline al ruolo di semplice archivista della tradizione folk e pop, privo in parte di quella profondità che caratterizza l'operato di Jake Xerxes Fussell, il musicista statunitense resta un ottimo esegeta del passato ("I'm On My Journey Home" sembra uscire da un disco dei Lankum), ma anche un esperto di strategie sonore sperimentali (la splendida "Cusseta"). Annoiarsi con i suoi dischi è impresa impossibile.

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