Black Crowes - Happiness Bastards (2024)

 di Massimo Quarti

L’intenzione dell’album è già interamente nel titolo: “Happiness Bastards”. Infatti, come anticipato nel loro comunicato stampa, “I Black Crowes si lasciano tutte le stronzate alle spalle”, ed è esattamente l’umore che respiriamo appena attaccano le prime note; i ragazzi di Atlanta tornano a 15 anni dall’ultimo album di inediti “Before the Frost… Until the Freeze”, esce oggi “Happiness Bastards” e i fratelli Robinson piantano la bandiera che conferma la riconciliazione già anticipata dalle tournée degli anni appena passati.

La carica infuocata di un tradizionale rock ‘n’ roll / rhythm & blues crea la totale identità di questo nuovo lavoro e non si smentisce neanche per un attimo. Ancora una volta, questo è ciò che volevano, questo è ciò che han fatto: scuotere e innalzare anima e corpo dell’ascoltatore tramite qualcosa che, oggi, difficilmente arriva alle nostre orecchie: non c’è da stupirsi, non c’è da aspettarsi la sorpresa dietro l’angolo, c’è solo da alzarsi e ballare. 

“Happiness Bastards” porta in sé una consapevolezza che i fratelli Robinson hanno raggiunto con gli anni che si portano sulle spalle, spalle che avevano voglia di alleggerirsi e di riprendere lo strepitoso rock ‘n’ roll da dove avevano lasciato. Come a rendersi conto che i Black Crowes non erano completamente sostituibili dalla (seppur ottima) formazione della Chris Robinson Brotherhood. Perché molti artisti, per fortuna, capiscono ad un certo punto che il tempo a disposizione non è infinito, quindi, se vuoi fare quello che ti riesce meglio e lo vuoi fare il più possibile, forse è meglio lasciar perdere le divergenze economiche e, per citare un pezzo, l’atmosfera live di Bleed it Dry ma direi di tutto l’album, conferma l’intenzione dei fratelli di continuare dopo quella che sembrava una conclusione, anzi, farci intendere che “Happiness Bastards” è una nuova partenza, che il rhythm & blues non ha fine e non ha inizio.

Ho spesso sentito parlare, ogni volta che esce un album di questa portata, di qualcosa che dovrebbe “salvare” il rock n roll, come se ci fosse bisogno di una mano salvatrice per uscire da qualche buco nero in cui la musica è finita. Ma in realtà il rock ‘n’ roll non ha bisogno di essere salvato poiché deriva dall’anima e, come essa, è eterno. Immortale come il blues, il jazz; generi che hanno sempre portato un forte grado spirituale.

Il rock ‘n’ roll è, come sempre, qui per salvare anime con le sue connotazioni stilistico-strumentali, stilistico- vocali, le sue metriche, le sue ritmiche, la sua linguistica e la sua melodia in quanto non derivante da musiche popolari, non ha un’origine folkloristica, come non ce l’ha il blues: il suo messaggio è connotato da una marcata individualità, in cui l’ascoltatore si può identificare oppure no ma le tematiche espresse sono ciò che conta di più per l’individuo, ciò che è veramente indispensabile: il cuore, il fuoco, la mancanza, la lontananza di un amore, temi legati all’origine della musica nera, legati al downhome blues e a loro volta ai sistemi musicali essenzialmente ritmici delle antiche tribù animiste.

Questo è “Happiness Bastards”: anima, semplicemente anima e, una volta che lo metterete su, lo ascolterete d’un fiato. Un album senza età, fortemente legato a quello che siamo.

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