Lonnie Holley - Oh Me, Oh My (2023)

 di Gianfranco Marmoro

E’ difficile tenere a freno l’impeto creativo di Lonnie Holley, il visual artist, designer, scultore, pittore, fotografo e musicista, è un tornado di idee ed emozioni che travolge chiunque venga a contatto con il suo indomito spirito di artista autodidatta. Nello scorgere l’elenco dei musicisti che hanno collaborato a “Oh Me, Oh My”, si è tentati dal liquidare il nuovo album del settantatreenne dell’Alabama come il disco dell’acquiescenza espressiva.

Michael Stipe, Sharon Van Etten, Moor Mother, Justin Vernon dei Bon Iver e Rokia Koné in verità sono talmente assorbiti dalla potente poetica e dal flusso blues-sperimentale e avant-jazz di Holley, che è necessario leggere le note di copertine per scovarli all’interno dell’ennesimo piccolo gioiellino dell’artista americano. Lonnie aveva già ampliato lo scenario musicale coinvolgendo Matthew E White nel poliedrico “Broken Mirror: A Selfie Reflection & Lonnie Holley”, in quest’ottica evolutiva si inserisce lo spirito collaborativo di questo nuovo album, nonché la presenza di Jacknife Lee, già produttore alla corte dei Rem, degli U2, di Taylor Swift e dei Cure.

Da quando Holley ha intrapreso l’attività di musicista (dieci anni fa il primo album “Just Before Music”), il passato di visual artist (le sue opere sono esposte in rinomati musei) ha assunto un significato ancor più profondo e completo. Il suo approccio alla musica è affine al modus operandi che lo ha visto creare nuovi artefatti con l’utilizzo di materiali riciclati. Allo stesso modo l’artista reinventa tutto quello scibile sonoro con il quale viene in contatto per donargli nuova vita, nuove identità, che sono immediatamente riconducibili a uno stile, a un’arte poetica riconoscibili al primo ascolto.

Lo stile di Holley può essere racchiuso nel termine "emotional blues", una musicalità tipica di un outsider, un distillato di parole di esortazione, riflessione e contemplazione sulle sofferenze e speranze dell’uomo, che il tremolio del piano e il minimalismo dei sintetizzatori elevano a pura poesia dello spirito.

“Oh Me, Oh My” non è il disco di un musicista in cerca di visibilità. Le voci di Michael Stipe, Sharon Van Etten e Rokia Koné non hanno il compito di stemperare l’uniforme cantato-recitato di Lonnie, sono estensioni di uno stesso sentire, di un comune approccio alla musica. Che poi sia “If We Get Lost They Will Find Us” il brano che beneficia maggiormente dell’apporto vocale aggiunto è solo effetto della collisione culturale tra due mondi lontani eppur vicini: Rokia Koné viene dal Mali, separata dall’Alabama dal mare, e da più di 8.000 chilometri.

L’irrequietudine spirituale che emanano questi undici racconti in musica ha un che di universale, qualcosa che Lonnie Holley riesce a comunicare anche quando il canto è disarmonico, a briglia sciolte (“Testing”). Jacknife Lee non interviene sull’estetica delle perfomance vocali e sonore, prediligendo un lavoro di rifinitura sulle atmosfere minimali e a volte più avventurose di alcune tracce: su tutte il mix di afro-beat, blues e avant-jazz di “I Am A Part Of The Wonder”, che beneficia dell’apporto di Moor Mother. “Oh Me, Oh My” a volte si pone a metà strada tra Sun Ra e Gil Scott-Heron (“Earth Will Be There”, “Better Get The Crop In Soon”), identità sonore che Lonnie Holley trasfigura fino a confonderne la genesi e condurle tra le braccia della materna Alabama (“Mount Meigs”).

Definire “Oh Me, Oh My” come l’album più immediato dell’artista americano è retorico, utile forse solo a diversificarne la consistenza lirica e armonica più fluida, eppur contestuale alla genesi delle composizioni, forse le più autobiografiche e intime di Holley. Ed è forse questa una delle ragioni per la quale l’intervento di Stipe nella title track ha un qualcosa di mistico e ancestrale, come se la voce dell’ex-Rem appartenesse alla memoria di Holley, un altro se stesso al quale concedere quella comprensione umana che è alla base dell’universo poetico dell’artista, la stessa empatia invocata dal duetto con Justin Vernon nella pagina più spirituale e cosmica del disco: “Kindness Will Follow Your Tears”.

I testi sono ancora una volta al centro del fascino più profondo dell’album, ma guai a pensare che l’artista statunitense abbia stemperato rabbia e dolore. Il voler porre la bellezza come chiave di svolta della vita di ognuno di noi non è un messaggio ambasciatore di mestizia e i ragazzi del futuro citati a fine album, “Future Children”, devono essere consapevoli delle condizioni in cui il mondo versa (“I Can't Hush”). Ed è solo questo il motivo che ha spinto Holley ad affidare al delizioso controcanto di Sharon Van Etten la traccia più ricca di speranza dell’album, “None Of Us Have But A Little While”, un puro concentrato di armonia e poesia che è l’ennesima dimostrazione di come questo atipico cantautore riesca a entrare in sintonia con altre realtà senza violentarle, avvolgendole piuttosto in un abbraccio cosmico.

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