Iggy Pop - Every Loser (2023)

 di Fabio Marco Ferragatta 

Il 2016 sarebbe dovuto essere l’anno della fine di Iggy Pop: finiti gli Stooges e licenziato il per me poco riuscito “Post Pop Depression” l’Iguana stava per tenersi sì la corona ma chiudendosi alle spalle le porte del reame non prima di un dito medio ben visibile per tutti. Ma la muta di cani che ha al posto del cuore sembrava scalpitare in petto, la testa in ebollizione e l’ugola desiderosa di squagliare qualche altro microfono e ci siamo ritrovati per le mani “Free”, un disco spiazzante solo se non avete mai ascoltato “Avenue B”, ma comunque sbalorditivo ma, soprattutto, bellissimo.

Scocca il 2023, ancora qualche mese e gli anni sul groppone saranno 76 eppure al Re sembra non interessare assolutamente nulla. Si sfila la maglietta sfoggiando il suo fisico tutto nervi e sbruffonaggine, entra in studio ed è pronto per fare a brandelli tutti i wannabe punk di ogni età, che siano essi coetanei o giovani non fa differenza. La classe innata di colui che scrisse e cambiò le regole del gioco è ancora tutta lì. Non rinuncia neppure questa volta ad un compagno di viaggio di punta perché, come dice in una conversazione con un altro cane sciolto come Flea, “le cose migliori che ho fatto le ho fatte con qualche collaboratore” e questo collaboratore oggi è Andrew Watt (no, nessuna parentela con Mike, anch’esso punta di diamante della scuderia Osterberg). Il ragazzo di recente ha già seduto al fianco di un altro sovrano, ovvero Ozzy Osbourne, per il suo “Ordinary Man” ma soprattutto si è visto al fianco di gente come Post Malone, Charlie XCX e via poppeggiando.

“Every Loser” è dunque un disco pop? No, è un disco Pop e c’è una certa differenza, pure sostanziale. È un capolavoro? Anche in questo caso la risposta è negativa ma, d’altro canto, l’ora per i cosiddetti “masterpiece” è suonata da un pezzo e nessuno se li aspetta nemmeno più. Alla corte dell’Iguana, però, si stringe un nutrito numero di scalzacani di razza: Avery, Klinghoffer, Barker, Gossard, Navarro, Smith, McKagan, Chaney e il compianto Hawkins. Tutte belve di tutt’altro che primo pelo e che prestano la propria furia ai servigi di Iggy e del giovane scudiero Andrew per dare vita a uno schiaffo in pieno volto che farà la felicità di coloro cui mancava il punk più dell’aria. Se poi aggiungete che la copertina è di Raymond Pettibon il quadro squarciato a suon di bottigliate è completo in ogni sfumatura.


La temperatura è parecchio alta e la si percepisce subito sulla mefistofelica e liricamente brutale Frenzy a cui fanno eco un’altra infornata di instant classic di caratura elevata e marciume come sono le veloci rasoiate (chiaramente sul petto) di Neo Punk, Modern Day Rip Off, e All The Way Down, tutte calibrate per pogare con le braghe calate pronti a ricevere una dose letale di riff che portano inciso a fuoco il marchio di Ron Asheton e che riportano al Michigan più sozzo e laido tutto movimenti pelvici e catenate in faccia. Fa un po’ troppo retro ma è anche una doccia di chiodi di cui si sente sempre un gran bisogno.

Meno bene le ballad, alieni atterrati dove non avrebbero dovuto, intrusi ad un party dove c’è solo voglia e bisogno di furia, ma non sempre a rallentare si fa peccato e a fare la parte del leone ci pensa le stupefacenti Comments, con il suo manto questa volta sì pop, ma art e tremendamente Eighties, e Strung Out Johnny (con il vocione di James che pare rievocare Lanegan direttamente dall’Aldilà) ed ecco i gioielli che spiccano incastonati in quella corona che è il caso di cedere a nessuno anche quando sforna dischi non proprio perfetti. Quando verrà il suo momento Iggy Pop se la porterà sotto terra e tanti saluti agli altri con inciso sulla lapide:

I’m in a frenzy you fucking prick
I’m in a frenzy you goddamn dick
I’m in a frenzy you stoned douchebag
And I hate that the feel is oh, so real

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