Eric Clapton - Just One Night (1980)

Due serate consecutive, il 3 e il 4 dicembre del 1979. Nello stupendo scenario del Nippon Budokan, il meraviglioso complesso costruito per le Olimpiadi del 1964 e diventato il regno delle arti marziali, anche nell’edizione di Tokyo 2020. Ma anche uno dei teatri più magici per i concerti, con decine di dischi registrati nella sala più grande del complesso, un gioiello di acustica da 14 mila posti. In quelle serate del dicembre 1979, uno dei miti del rock è in tour dopo l’uscita del suo ultimo disco, Backless, con una nuova formazione ad accompagnarlo. Quel mito è Eric Clapton. Quello è un periodo di ennesima rinascita per Slowhand (nomignolo che non ha nulla a che fare con la sua velocità di esecuzione delle note, che chiunque lo abbia mai sentito in uno dei suoi capolavori potrebbe capire al volo, ma per la maniacale cura con cui accordava le corde delle sue chitarre): dopo l’ennesimo periodo di dipendenza da alcool e droga, finalmente è disintossicato, sta bene fisicamente e ha un estro creativo niente male. Per il tour di Backless mette su una nuova formazione di accompagnamento che comprende Henry Spinetti alla batteria, Dave Markee al basso e due pezzi da novanta del rock blues: Chris Stainton alle tastiere, già con Joe Cocker nel mitico Mad Dogs & Englishmen (1970) e alla chitarra ritmica Albert Lee, uno dei più sublimi e talentuosi chitarristi del country blues a livello mondiale. La scaletta che sceglie Clapton per l’esigentissimo pubblico nipponico è molto particolare: pesca pezzi minori del suo repertorio, che raramente poi entreranno nei suoi live, e una selezione accurata e particolare dalla sua infinita cantina del blues, genere che il grande Eric conosce come pochi altri. Il disco è composto da 2 Lp per un totale di 14 canzoni. Clapton suona in maniera perfetta e rilassata, accompagnata dai suoi fidati compagni, trovando in Lee la perfetta spalla per meravigliosi duelli di assoli dove i due si scambiano i ruoli tra ritmica e solista per la gioia dei fan. Si inizia con Tulsa Time, scritta per Clapton da Danny Flowers, che passa il testimone a Early In The Morning, uno dei più famosi traditional blues, reinterpretato in maniera meravigliosa da Slowhand e compari. Il lato A del primo Lp si chiude con due autografi tra i più famosi di Clapton: Lay Down Sally, scritta con Marcy Levy e George Terry, che facevano parte della precedente band di Clapton, e la toccante Wonderful Tonight, qui in una delle sue versioni più scintillanti e riuscite. Il lato B si apre con una canzone minore di Dylan, If I Don’t Be There by Morning, un altro classico del blues, Worried Life Blues di Big Maceo Merriweather, qui in una sontuosa versione da 8 minuti, e due pezzi molto cari a Clapton, uno è All Our Past Times scritto con Rick Danko della The Band e poi After Midnight di J.J. Cale, già nel primo disco solista, Clapton (del 1970) e divenuta un classico dei suoi concerti. Il secondo Disco riprende la stessa organizzazione dei pezzi con prevalenza di cover: di Clapton c’è solo Blues Power, scritta con Leon Russell (sempre dal debutto solita del 1970) e poi meravigliose scelte, come Double Trouble di Otis Rush, Setting Me Up di Mark Knopfler cantata da Albert Lee, una fantastica Rambling On My Mind/Have You Ever Loved A Woman del suo maestro spirituale Robert Johnson e di Billy Myles per poi finire con due gioielli: una stupenda Cocaine, sempre di J.J Cale, uno dei pezzi clou del suo repertorio e una finale e coinvolgente Further On Up The Road, uno dei pezzi che segneranno la transizione tra il blues classico e il rock blues che tanto farà innamorare Clapton. Il disco sarà un successo di vendite e di critica e ancora oggi è considerato tra i migliori live del grande chitarrista britannico. E non posso non dedicare qualche parola sulla copertina: all’interno del disco c’era un poster disegno di un famoso artista giapponese, Ken Konno, mentre in copertina una bellissima fotografia ritrae Clapton con una Stratocaster nera, che non è una chitarra qualsiasi, ma la mitica Blackie: è la chitarra con cui ha scritto alcuni tra i suoi più grandi brani, tra cui la mitica Layla. Fu il frutto di vari pezzi presi da altre chitarre, comprate in stock a Nashville da Clapton durante un tour ad inizio del 1970. Alcune di quelle chitarre le regalò ai suoi amici George Harrison e Pete Townsend, e con i pezzi di due Strat del 1956 e del 1957 che scelse ne assemblò un modello unico, con l’aiuto del famoso liutaio Ted Newman Jones. Blackie verrà poi battuta all’asta nel 2004, per una delle Fondazioni supportate da Clapton per il recupero dei giovani da droghe e alcool, per la cifra record di 1 milione di dollari, divenendo all’epoca la chitarra più costosa del mondo. Ennesimo simbolo di uno degli artisti più iconici di tutti i tempi.

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