Pixies – Doggerel (2022)

 di Diego Ballani

Facciamo brevemente il punto sulla seconda vita dei Pixies. Riunitisi nel 2004 per monetizzare lo status di progenitori del moderno indie rock, Black Francis e soci arrivavano all’album dieci anni più tardi, solo per mettere in campo una sconfortante mancanza di idee. Indie Cindy e Head Carrier erano gli stanchi output di una band dalla creatività inaridita, che parodiava se stessa e chiedeva ai fan uno sforzo di sospensione dell’incredulità: solo in questo modo era possibile immaginare di avere di fronte gli autori di classici come Doolittle e Surfer Rosa.

Era andata meglio con il successivo Beneath The Eyrie: l’album del 2020 aveva fatto uscire i quattro dalla loro comfort zone e li aveva visti agire in una dimensione più folk e cantautoriale. Con un Paz Lenchantin finalmente integrata all’interno del collettivo, quei dodici brani sembravano il frutto di un serio processo di scrittura, piuttosto che pastrocchi composti con la mano sinistra il giorno prima di entrare in studio. Il singolo On Graveyard Hill era forse l’unico pezzo in grado di competere con i classici del passato, ma gli arrangiamenti cinematici di alcuni frammenti raccontavano di una band che aveva ritrovato la strada dell’ambizione.

È da qui che bisogna partire per parlare del nuovo lavoro, perché questa volta i Pixies hanno deciso di mettere quell’ambizione al servizio di un’opera che più classica (nel senso pixiesiano del termine) non si può. Lo stop forzato della pandemia ha fornito a Frank Black tutto il tempo necessario per allestire una nutrita tracklist (si parla di 40 canzoni) da cui poter scegliere i 12 frammenti che avrebbero fatto parte del nuovo album. Così, ormai lontani dai riflettori, ma con una fan base che non fa mai mancare il proprio supporto ai concerti, i quattro hanno preferito mettere fine all’idea di reimmaginare il proprio sound.

Insieme al produttore Tom Dalgety hanno cesellato i suoni della loro ottava fatica puntando direttamente a quelli di Dollittle e Bossanova, dei quali brani come l’iniziale Nomatterday e la successiva Vault Of Heaven danno un’interpretazione più matura. Spazio alle melodie solenni, a certe atmosfere sinistre da cabaret gotico, ai richiami folk e alle incursioni western.  Ma se in passato pezzi come Dregs Of The Wine avrebbero visto la band spingere l’acceleratore e deragliare nel grottesco, oggi la messinscena resta nei confini di una misurata eccentricità.

Questo non impedisce a Joey Santiago di recuperare alcuni degli accordi più lividi, né alla band di avventurarsi in certe arie morriconiane, ben supportate dai cori della Lenchantin (che a tratti ricordano quelli sensuali e innocenti di Kim Deal). Persino i crescendo strumentali di Haunted House e la sontuosa coda di You’re Such A Seducee rimandano alla grandeur decadente di pezzi come Valouria e Monkey Gone To Heaven.

Naturalmente, tutto questo senso di déjà vu resta il limite più evidente di un album che se fosse stato pubblicato al posto di Indie Cindy avrebbe fatto gridare alla ritrovata vena creativa. L’altro è una scaletta che piazza i brani migliori all’inizio del disco e che nella parte centrale pecca di anonimia. Per il resto, quello di Doggerel è classic (indie) rock fatto per confortare i fan della band che finalmente avranno nuovi pezzi da cantare senza imbarazzo ai concerti. Il meglio che oggi i bostoniani possano fare per assomigliare a sé stessi senza risultare parodistici.

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