Mary Gauthier – Dark Enough to See the Stars (2022)

 

di Renzo Nelli

Mary Gauthier ritorna a quattro anni dall’ultimo LP con Dark Enough To See The Stars

Dopo quattro anni dal bellissimo Rifles And Rosary Beads Mary Gauthier esce con la sua opera ultima: Dark Enough To See The Stars. Il titolo la dice già abbastanza lunga sulle intenzioni e sull’atmosfera e quel “dark” non deve ingannare: si tratta di quella oscurità “positiva” che permette, appunto, di far risaltare per contrasto ancor più la luce delle stelle. Tuttavia pur sempre di oscurità si tratta, provocata soprattutto dalla scomparsa di persone care, colleghi e amici a cui Mary era assai legata: primi fra tutti John Prine e Nanci Griffith.

Le tematiche

How Could You Be Gone si chiede la Gauthier nel brano più malinconico del disco, non a caso l’unico ad avvalersi degli archi – violino e viola – di Michele Gazich, da anni suo compagno di avventure musicali. E proprio il dolore per la scomparsa degli amici, ormai metabolizzata in rimpianto e nostalgia, è il Leitmotiv del disco, come dimostra – e fino dal titolo – il testo di brani come Thank God For You, Where Are You Now, l’eponima Dark Enough To See The Stars e About Time, fino a terminare con Till I See You Again. Proprio il brano finale spiega in qualche modo come mai, a dispetto delle tristi vicende sottese alla concezione del disco, l’atmosfera del medesimo sia tutt’altro che drammatica, ma risulti anzi piuttosto distesa, ancorché spesso venata di più che comprensibile malinconia. Ciò è forse dovuto al fatto che l’irrequieta songwriter originaria di New Orleans sembra aver trovato – come dimostra anche il suo recente libro Saved By A Song – finalmente un suo equilibrio e una sua serenità interiore.

Dark Enough To See The Stars trova Mary Gauthier lontana dalle atmosphere del passato

Così siamo piuttosto lontani dalle tematiche “peccato – redenzione” di Mercy Now (2005) e dai tormenti esistenziali di The Foundling (2010), e anche da quello scavare con lucida pietas nel dramma di una nazione e di una generazione che l’aveva portata a concepire e a realizzare – e con quelle particolarissime modalità, coinvolgendo come veri e propri coautori alcuni veterani, spesso mutilati, delle ultime “guerre americane” – un disco come Rifles And Rosary Beads. Anche musicalmente il disco “suona” piuttosto diverso da quelli appena citati. Qui si respira un’atmosfera decisamente virata verso il country, anche se pur sempre un folk-country che sembra spesso richiamare le coordinate musicali proprio di Nanci Griffith e, soprattutto, John Prine, in una sorta di non dichiarato ma abbastanza esplicito omaggio postumo.

Abbastanza diversa anche la strumentazione, e di conseguenza gli arrangiamenti: le chitarre sono ovviamente ben presenti, ma non ci sembra di aver sentito il “solito” mandolino di Will Kimbrough e, come si è detto, in un solo brano è presente il violino del fido Michele Gazich. In compenso una parte importante se la ritagliano il piano e, con una certa frequenza, l’organo Hammond, che conferisce ad alcuni brani un certo sentore vintage. Perfino la voce di Mary, pur conservando il suo caratteristico timbro, sembra leggermente diversa: in un certo qual modo meno tormentata, più serena, spesso coadiuvata da un limpido e squillante backing vocals che sembra proprio provenire dall’ugola della sua compagna di palco e di vita Jaimee Harris.

Non è il suo disco migliore ma…

Il disco conferma il talento di songwriter della Gauthier, ma forse si finisce col sentire un po’ la mancanza di quelle atmosfere, di quel particolare pathos che caratterizzava i suoi lavori precedenti: soprattutto i tre già citati, che restano – a nostro modestissimo avviso – i suoi piccoli capolavori.

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