Calexico – El Mirador (2022)

 di Lorenzo Montefreddo

I confini non sono che simboli. Invece che pensarli come dei limiti, mi piace immaginarli come una finestra aperta su qualcosa
(Joey Burns)

Benché nell’attuale fase storica la parola confine evochi suggestioni meno poetiche, per Joey Burns, co-leader dei Calexico insieme al batterista John Converino, quella citata sopra è la definizione di frontiera: un luogo che vive solo sulle mappe ma è, nella visione di Burns, un’occasione per sviluppare ibridi culturali e un’opportunità per creare nuovi immaginari.

Un concetto chiaro su cui, da 25 anni, la band di Tucson ha costruito tutta la sua poetica, dall’esordio “Spoke” passando per il disco rivelazione “The Black Light” del 1998 fino all’uscita  del 2020 "Seasonal Shift". Nell’ultima produzione la finestra a cui fa riferimento Joey Burns sembra però più rivolta a Sud, aprendosi sia sul Messico, come sempre, che sul limitrofo Centro America.

“El Mirador” è stato registrato a Tucson in casa del tastierista Sergio Mendoza durante la stagione dei monsoni, quando la pioggia stravolge il paesaggio desertico e dalla terra si sprigionano aromi nascosti dalla siccità, in una fase di stop forzato dal lockdown in cui la voglia di tornare sul palco ha mosso la band verso sonorità più ballabili e melodie più immediate.

Già la title track che apre l’album, “El Mirador”, un mambo psichedelico che rimanda alle atmosfere solfuree de “L'infernale Quinlan”, contiene gli elementi ricorrenti in tutta l’opera: cadenze quasi caraibiche, l’alternanza delle lingue spagnola e inglese, abbondanti cori femminili, curatissimi arrangiamenti di fiati, violini incalzanti e stilettate di chitarre acide.

Tanti i titoli in lingua spagnola con ben due cumbie: “Cumbia Penisola” e “Cumbia del Polvo” dove anche se i ritmi scaldano le canzoni, la malinconia è così presente nei testi da assumere il ruolo di vera protagonista: "Blur and sand/ Oh infinity/ But helpless and hopelessNever suited me".

Ma come sempre è il deserto a tracciare il fil rouge che unisce la narrazione: con la indomita aspirazione di rivalsa che anima i cuori dei suoi abitanti nella ticchettante "Then You Might See"”, nell’inno alle rigeneranti piogge monsoniche sugli orizzonti bruciati dalla polvere della “Cumbia del Polvo”, nelle slide guitar che sfilano tra le sue dune buie e tra le parole della poetessa/cantautrice Pieta Brown nella notturna “El Paso”, nella scintillante passeggiata sotto i suoi cieli stellati con passo felpato alla Chris Isaak di “Constellation”.

“Liberada” risente di influenze cubane e delle trattenute rabbie militanti, ma non mancano i rimandi al passato nella tromba in sordina che svolazza tra arpeggi sospesi molto “The Black Light” dell’unico strumentale “Turquoise” o nella cavalcata country-punk “Rancho Azul”, dove si ritrova qualcosa dello spirito dei Giant Sand.

La fiesta arriva puntuale nella trascinante “The El Burro Song”, con tanto di trombe arrembanti, violini, fisarmoniche, nitriti, urletti e guitarron, ma si sente già lo smarrimento post-sbronza tra fidanzate svenute e mascelle fratturate. Bisogna riconoscere che gli affiancamenti al pop in salsa chili vivono sempre in equilibrio precario e rischiano lo sconfinamento in territori un po' troppo svenevoli e sdolcinati, come nel caso di uno dei due singoli apripista, "Harness The Wind“.

Durante tutti questi anni, la band ha fuso gli elementi sonori che già vivono nel suo nome, contrazione tra California e Messico: la tradizione country-folk con le suggestioni della musica della frontiera ispanica, elementi aggiuntivi come il post-rock, il jazz, rimandi cinematografici Morricone-iani e le collaborazioni con tanti musicisti sparsi per il mondo. Lavorando a piccole ricalibrature di tutti questi elementi, la band è riuscita a costituire la sua lunga carriera.

Difficile aspettarsi svolte epocali nel suono, ma “El Mirador” è un album che si distacca dalla produzione precedente, soprattutto da quella degli esordi. Quindi è a suo modo coraggioso e anche ispirato. Per stabilire il vostro grado di penetrazione nel suo universo, sarà sufficiente misurare la quantità di polvere che vi scrollerete dai vestiti dopo il lento svanire della scia di suono che si perde tra le dune del deserto alla fine del brano conclusivo “Caldera”.

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