Ryley Walker – Course In Fable (2021)

di Davide Cedolin

Dopo le pubblicazioni di album live (Bozo in Big Smoke), e le collaborazioni trasversali degli ultimi anni (su tutte Little Common Twist in duo con il batterista Charles Rumback), il ritorno di Ryley Walker con full band ripristina l’ordine delle cose tra l’anima e il corpo del ragazzo prodigio di Chicago, disegnando un paesaggio favolistico polimorfico in cui pennellate materiche cullano l’ascoltatore, svincolando ulteriormente Course In Fables dagli schemi di genere e costruendo una riuscita alchimia tra i diversi lati della personalità del talentuoso songwriter americano.

Il team coinvolto nella realizzazione di Course In Fable è formato da musicisti di alto livello: gli amici e collaboratori di lunga data Andrew Scott Young (basso e piano), Bill MacKay (chitarra e piano) e Ryan Jewell (batteria e percussioni), insieme alla Portland Cello Orchestra, nelle persone di Nancy Ives e Douglas Jenkins, mentre alla regia e alle tastiere c’è il noto John McEntire dei concittadini Tortoise.

L’iniziale “Striking Down Your Big Premiere” è una bordata prog: una cavalcata epica, che si spezza e si setta con arpeggi taglienti su coordinate classic rock, vagabondando agrodolce. “Rang Dizzy” sdogana sobriamente la geografia della città natale di Walker, lasciando assaporare aromi della Chicago math/post-rock di fine Novanta; aromi che bene si intrecciano con i delicati arrangiamenti degli archi. Estratto come primo singolo dell’album, questo pezzo è il sospiro di sollievo di un giovane uomo che già ha dovuto attraversare praterie buie prima di sagomarsi di luce propria: I am wise/ I am so fried/ Rang dizzy inside/ Fuck me I’m alive.”  L’urgenza di “A Lenticular Slap” conferma le cure per una continua ricerca di pattern ritmici e chitarristici alieni in grado di dare nuova veste e nuova vita melodie confidenziali. “Axis Bent” si rivela una coperta ricamata con preziosi fili che creano motivi metafisici. La successiva “Clad With Bunk” cala fumosa e quasi ferale con parole dolorose intiepidite dal sole delle pianure e dall’umorismo nero di Walker (Spare tire distilled/ Makes one eye turn grey/ Bed of lavender makes me cough/ Can any watchword bury the top… Sun gets better in the flatlands/ Man is better buried there) e scaldate da meth in lattina (An immortal shit head with soft bowel problems Finds god has smoked rock/ Iced tea cans burnt in a bonfire/ Littering is clutter is cruel kindness is bad betting), così da spingere la narrazione ad un livello superiore di intima e tagliente scrittura. Questo è il pezzo maggiormente “americano” del disco, nell’accezione più ampia del termine: il senso estetico delle flatlands dell’Idaho trova spazio – oltre che nell’immaginario – anche nel suono, veicolato dal refrain iniziale di chitarra che sfocia in quella che potrebbe sembrare la ballata del disco. Un perfetto esempio di come Walker sia in grado di prendersi per mano da solo e dirigersi nel suo passato, documentando il viaggio con urgenza e onestà, attraverso una calda oscurità fino all’ennesimo break ritmico chirurgico, ritrovando poi bagliori luminosi nel finale.

“Pond Scum Ocean” mescola nuovamente le carte, e dal mazzo sbuca una scala dissonante che introduce la composizione, dove l’ottima sezione ritmica di Jewell e Young costruisce l’architettura portante di un brano che fino al terzo minuto circa suona acido e psichedelico, a tratti dolce, ostinato, e che acquista forma-canzone nella parte successiva, quando le melodie trasognate di Ryley si nutrono di un chitarrismo lirico sommesso, in grado però di esplodere in tutta la sua efficacia. L’album si conclude con “Shiva With Dustpan” dove viene ripresa la narrazione caleidoscopica di un passato non troppo lontano che ha però trovato pace: ci sono  distacco e attenzione, non c’è giudizio, ma un flusso liberatorio.

Course In Fables è indubbiamente il disco più eterogeneo di Walker, e paradossalmente quello più di genere. Il concetto alla base della sua struttura è prog, senza soluzione di continuità. Poi ci sono il genio ed il talento genuino di un uomo sincero, in grado di mettersi in gioco in tutto e per tutto, con le parole e con le dita, senza paura, abbracciando un senso di universalità transgenere, dove le più varie forme estetiche diventano palesi a seconda della necessità espressiva. Laggiù, dove gli uomini vengono seppelliti meglio. Il disco uscirà il 3 aprile per l’etichetta personale del musicista, Husky Pants Records. Ne riparleremo a breve con un’intervista.

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