Bruce Springsteen – Letter To You (2020)

di Marco Verdi

Il titolo del post odierno necessita di una spiegazione, dal momento che nelle ultime due decadi non è che Bruce Springsteen di dischi con la E Street Band non ne abbia fatti. Per l’esattezza, da quando il Boss ha rimesso insieme il suo storico gruppo nel 1999 per il Reunion Tour gli album pubblicati con esso alle spalle sono stati cinque, due eccellenti (The Rising e Wrecking Ball), uno buono (Magic), uno deludente (Working On A Dream) ed uno, visto di chi stiamo parlando, inqualificabile (High Hopes). Il problema comune di tutti questi lavori era però un suono esageratamente gonfio e bombastico, figlio di una produzione troppo moderna e poco in linea con il famoso signature sound degli E Streeters (ad opera prima di Brendan O’Brien e poi di Ron Aniello): in pratica per risentire il suono tipico dei nostri su un disco in studio bisognava ritornare a Born In The U.S.A., dato che Tunnel Of Love era suonato all’80% dal solo Springsteen ed i vari membri del gruppo apparivano in una o due canzoni ciascuno. Anzi, qualche purista giudicherebbe anche il suono di Born In The U.S.A. troppo “rotondo” (non a torto), e quindi bisognerebbe andare ancora più indietro fino a The River.

Lo scorso anno però il Boss ha fatto qualcosa che non aveva mai fatto prima, e cioè riunire il gruppo al completo (quindi gli storici Max Weinberg, Roy Bittan, Little Steven, Nils Lofgren e Garry Tallent ed i “nuovi” Charlie Giordano e Jake Clemons, oltre alla moglie Patti Scialfa – manca quindi la violinista Soozie Tyrell) per cinque giorni a novembre nel suo studio casalingo al fine di registrare un intero album in presa diretta, senza sovraincisioni, selezionando nove canzoni scritte di recente e tre risalenti a prima del suo esordio del 1973. Il risultato è Letter To You (che uscirà in tutto il mondo il 23 ottobre, stranamente senza edizioni deluxe), un album che fin dal primo ascolto si rivela davvero splendido, ed in cui finalmente riusciamo a sentire il vero suono della E Street Band, il pianismo liquido del formidabile Bittan, il drumming secco e preciso di Weinberg, il suono ruspante delle chitarre di Bruce, Lofgren e Van Zandt, nonché il vecchio ed amato suono del sassofono. Il disco è prodotto da Springsteen ancora con Aniello, ma stavolta non ci sono artifici sonori di sorta, tutto fila liscio e con i suoni giusti, come ancora oggi è possibile ascoltare duranti i concerti dei nostri.

Ma non sarei qui a parlare di un gran disco se oltre al suono non ci fossero anche le canzoni, ed in effetti Letter To You (che ha una copertina “natalizia”, una bellissima foto di Bruce scattata a New York davanti a Central Park) di brani splendidi ne contiene più d’uno: i testi sono intimi, personali, anche autobiografici, e si passa dalle classiche ballate lunghe e scorrevoli dominate dal piano e dalle chitarre ai pezzi rock più coinvolgenti, perfetti per essere suonati dal vivo quando i nostri potranno riprendere l’attività live in sicurezza (pare non prima del 2022). Insomma, il disco che i fan del Boss della prima ora aspettavano da anni, e che secondo me ritroveremo fra un paio di mesi nelle classifiche dei migliori dell’anno a lottare probabilmente per i primissimi posti.

Il CD comincia in maniera delicata, quasi come se Bruce volesse entrare in punta di piedi: One Minute You’re Here è una ballata acustica che inizia per voce e chitarra e poi viene raggiunta da un synth discreto, mentre il nostro tesse una melodia profonda e toccante, poi nel finale arriva il pianoforte ed una leggera percussione. Sembra quasi un brano che funge da link con Western Stars dello scorso anno, ma senza l’orchestra. La title track, che gira da un mesetto online, è una classica rock song alla moda dei nostri, con un intro potente, il piano di Bittan che si fa sentire, le chitarre e l’organo che non si tirano indietro e Bruce che esegue un breve ma incisivo assolo in stile twang. Ah, dimenticavo: la canzone è bella.

Ancora meglio Burnin’ Train, una rock song potente con le chitarre in tiro, un motivo di base epico ed un refrain che prende all’istante: Weinberg picchia come sa ed il solito pianoforte di Bittan, finalmente di nuovo protagonista, scorre sullo sfondo. Janey Needs A Shooter è uno dei tre brani vintage, noi la conosciamo nella versione del 1980 di Warren Zevon ma Bruce l’aveva scritta nei primi anni settanta e poi lasciata in un cassetto: questa versione è molto diversa da quella di Zevon (anche nel testo), molto più lenta ma in definitiva di gran lunga migliore, una ballatona elettrica splendida, con una melodia di quelle che colpiscono al primo ascolto ed un accompagnamento maestoso da parte della band (e, sono stufo di dirlo, sentite il pianoforte). Posso dirlo: se non fosse per la voce più matura sembrerebbe una outtake di Darkness On The Edge Of Town, grandissima canzone, sette minuti imperdibili.

Last Man Standing è un’altra rock ballad saltellante e coinvolgente, di nuovo con “quel” suono completato da un paio di ottimi interventi del sax di Jake che finora era rimasto abbastanza nelle retrovie, The Power Of Prayer è introdotta splendidamente dal piano fino all’ingresso potente della band, per un brano ritmato, trascinante e con una linea melodica tra le più immediate del disco. Quando ho letto che fra i titoli c’era House Of A Thousand Guitars ho subito a pensato ad una cover dell’amico Willie Nile, ma invece si tratta di un pezzo scritto da Bruce, una rock ballad che forse è un filino inferiore alle precedenti come script ma è sostenuta da un suono spettacolare che la rende comunque bella, e capace di crescere ascolto dopo ascolto. Rainmaker inizia con una slide acustica doppiata dal piano ed un motivo attendista, ma dopo pochi secondi arriva il muro del suono degli E Streeters ed il brano cambia pelle all’istante, mentre If I Was The Priest è il secondo brano “antico” (fa parte addirittura di quelli del famoso provino per John Hammond Sr.), una sontuosa e suggestiva ballata elettrica di quasi sette minuti, con il songwriting tipico dello Springsteen degli esordi che si sposa alla grande con l’accompagnamento classico da parte della band (e Bittan è il solito spettacolo, una ipotetica stelletta del giudizio finale è tutta sua, forse anche due).

Ghosts è il pezzo più rock’n’roll di tutto l’album, un brano chitarristico dalla coinvolgente melodia in crescendo ed un ritornello magnifico: sono certo che farà faville dal vivo, non appena i nostri potranno ricominciare a calcare i palcoscenici. Song For Orphans è il terzo ed ultimo pezzo risalente ai primi seventies (e Bruce l’ha suonata una volta sola, a Trenton, New Jersey, durante il tour acustico di Devils And Dust, concerto documentato negli archivi live del Boss) ed è un capolavoro, una ballata cadenzata ed elettrica, abbastanza influenzata da Bob Dylan (ricorda vagamente My Back Pages), eseguita con un feeling mostruoso e con la band che è una goduria nella goduria: cosa aspettavano ad inciderla? Il finale è appannagio di I’ll See You In My Dreams, ennesima rock ballad di altissimo livello con un testo toccante in cui Bruce ricorda le persone che ha perso per strada negli anni ed una parte strumentale superba.

Sinceramente pur con tutto l’ottimismo possibile non mi aspettavo da Bruce Springsteen un album del calibro di Letter To You, e soprattutto non di ascoltare la E Street Band suonare come non si sentiva da decenni: disco dell’anno? 

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