Mary Chapin Carpenter – The Dirt And The Stars (2020)

di Bruno Conti

Credo che la nostra amica non potrebbe fare un disco brutto neanche volendo: forse solo Songs From The Movie, un album del 2014 dove rivisitava il suo vecchio repertorio con una orchestra di 63 elementi ed un coro di 15, era troppo ridondante, mentre la stessa operazione di rivedere una dozzina di perle del suo repertorio nell’eccellente disco del 2018 Sometimes Just The Sky, grazie forse ad un approccio più meditato e su una scala sonora più scarna e meno lussureggiante, anche per merito della produzione di Ethan Johns, era risultato tra i migliori degli ultimi anni. Per questo nuovo The Dirt And The Stars, il quindicesimo album della sua splendida carriera, Mary Chapin Carpenter si affida nuovamente a Ethan Johns, per l’occasione presentando undici nuove composizioni, che confermano che la sua vena compositiva non si è certo inaridita, anzi, e che la sua voce è una delle più limpide ed espressive dell’attuale panorama cantautorale, magari lontana dagli accenti più country del passato, in favore di una musicalità più ricca e complessa, anche di un certo eclettismo sonoro, dove la forma classica della ballata rimane il suo tratto distintivo principale, ma Mary è sempre in in grado di inserire delle piccole ma decisive variazioni sul tema, in modo che il menu rimanga ricco e variegato.

Prendiamo la title track, una canzone ispirata da una sorta di epifania provata all’età di 17 anni, ascoltando alla radio durante una corsa in macchina Wild Horses, in effetti il brano ha un che di stonesiano, grazie all’organo avvolgente del grande Matt Rollins e ad un ficcante e complesso assolo della 6 corde di Duke Levine, entrambi abituali compagni di avventura della Carpenter, che canta poi la canzone con una ricchezza di timbri vocali che affascinano l’ascoltatore, mentre l’arrangiamento architettato da Johns, in un lento ma inesorabile crescendo sonoro rendono questo pezzo semplicemente splendido, quasi otto minuti di pura magia sonora. Anche nel blues-rock incalzante di American Stooge il lavoro della solista di Levine è superbo, sottolineato dalla sezione ritmica di Nick Pini al basso e Jeremy Stacey alla batteria e dal piano di Rollins, mentre la Chapin Carpenter racconta con voce partecipe e vibrante la vicenda del senatore americano Lindsey Graham, un “fantoccio” come lo definisce senza mezzi termini nel titolo; e per concludere il trittico più rockista dell’album anche Secret Keepers ha una grinta più accentuata rispetto al suo solito mood sonoro, con un Duke Levine ancora una volta veramente ispirato alla chitarra.

Ovviamente non mancano gli episodi più raccolti, come il leggero jingle jangle del delizioso folk-rock della iniziale Farther Along And Further, dove si percepiscono anche dei mandolini, malinconica e riflessiva come ci ha abituati spesso nel suo songbook, ancora più evidente, sin dal titolo, in It’s Ok To Feel Sad, tra accenti Pettyani e scandite derive spirituali quasi gospel, sempre con la sua magnifica band che crea sfondi sonori ideali per quella voce così unica e particolare. Splendida anche All Broken Hearts Breaks Differently, bellissimo titolo, che mi ha ricordato certe elegiache canzoni del miglior Jackson Browne anni ‘70, con il suono della California più ispirata di quei tempi, anche se lei è una “nordista” di Princeton e il disco è stato registrato in Inghilterra a Bath negli studi Real World di Peter Gabriel, comunque di nuovo attualizzato in questa visione al femminile di una cantautrice che è in grado di infondere rinnovata struggente bellezza e nostalgia per tematiche amorose sempre attuali e ricorrenti. Old D-35, dal nome della sua vecchia chitarra acustica Martin, ci riporta al classico sound elettroacustico delle sue pagine migliori, che illustrano il suo lato più intimistico, grazie anche ai tocchi quasi timidi del piano di Rollins.

Suono ribadito anche nella soffusa Where The Beauty Is, e poi ancor più per sottrazione nella raffinata e rarefatta Nocturne, dove chitarre acustiche, pianoforte e la voce calda della Carpenter tengono avvinto l’ascoltatore in un tenue ambiente sonoro che poi si anima leggermente con l’ingresso di percussioni e una chitarra elettrica appena accennata, e con un testo compassionevole e reale “We’re all trying to live up to some oath to ourselves… No king has the power, no mortal the skill/But still you keep trying to see/What’s waiting for you at the end of your days”. E pure in Asking For A Friend Mary pone con discrezione domande che forse non hanno risposte, sempre coadiuvata dal finissimo lavoro di Rollins al piano e Levine alla chitarra, dal contrabbasso con archetto di Pini e dalla sua sensibilità di interprete sempre partecipe, sublime e mai sopra le righe, che si manifesta ancora nelle delicate volute della dolce Everybody Got Something, mandolini pizzicati, chitarre acustiche e piano, la voce porta con un leggero vibrato, tutti ancora decisivi in un’altra canzone che aggiunge ulteriore spessore ad un album che la conferma cantautrice senza tempo e con pochi raffronti nel panorama musicale attuale. Poca polvere sotto i tappeti e tante stelle luccicanti a scaldare i nostri cuori.

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