Jimi Hendrix a 50 anni dalla scomparsa

di Roberto Zadik 

Mezzo secolo fa morivano Jimi Hendrix e Janis Joplin e sull’Isola di Wight finiva l’era hippie.

Cosa abbiamo perso, 50 anni fa, il 18 settembre 1970 con la scomparsa del geniale e tormentato James Marshall Hendrix, noto internazionalmente con il suo sfizioso nomignolo di Jimi? Come mai è stato così importante e speciale e chi si sarebbe mai aspettato che tre star come Hendrix, Joplin e Morrison se ne andassero quasi in fila, uno dopo l’altro e alla stessa età, quei 27 anni che segnarono la fine di altri grandi da Kurt Cobain a Amy Winehouse e che il delirante Festival dell’Isola di Wight, “fotocopia britannica” del ben più solenne Festival di Woodstock avvenuto sempre ad agosto ma l’anno prima sarebbe stata una delle ultime esibizioni sia di Hendrix che di Morrison, ormai stremati dai loro eccessi e dalle loro fragilità?

Ora concentrandoci su Hendrix, ne avevo già scritto a febbraio in contemporanea con l’inizio dell’”incubo Covid 19” ma su questi geni non se ne scrive mai abbastanza appropriatamente e quintali di retorica e banalizzazione sono sempre dietro l’angolo. Così ho deciso di tornarci, segnalando alcuni aspetti importanti e selezionandone le migliori canzoni e rinviando a prossimi articoli, due importanti approfondimenti su Janis Joplin e su Jim Morrison.

In quel Festival di Wight si vedevano già i segni della fine della sognante, emotiva, utopistica era hippie, una generazione di giovani forse pretenziosa ma sicuramente fertile che si illudeva di cambiare il mondo, prima di sprofondare nella violenza degli anni ’70 caratterizzati da un drastico cambio di musiche e sonorità fra canzoni impegnate alla Leonard Cohen, anche lui presente nel cartellone di Wight e ritmi secchi e intensi che caratterizzarono il Glam Rock di David Bowie che dal 1969 stava per riportare in Inghilterra un primato rock che era diventato americano. E gli Stati Uniti musicalmente con la scomparsa di queste tre icone, Hendrix, Joplin e Morrison, subirono un durissimo colpo.

A proposito di Hendrix, non solo un leggendario chitarrista ma molto di più: In soli 4 anni di carriera, dal 1966 al 1970, ha cambiato tutto. Ha suonato il genere rock psichedelico dell’epoca fondendolo col blues delle sue radici afroamericane., ha inaugurato una figura centrale di chitarrista-cantautore, quando chi cantava “aveva sempre ragione” e gli altri membri restavano in ombra, ha sovvertito le regole sceniche suonando non solo con le lunghe dita della sua mano sinistra, da bravo mancino, ma coi denti, dietro la schiena, sotto la gamba e bruciando la chitarra a fine concerto come in una delle sue migliori esibizioni al Festival di Monterey del 1967 in una spettacolare cover di un classico dei Troggs come Wild Thing. Non ci sono mai stati e non ci saranno più altri Jimi Hendrix. E’ inutile.

Accompagnato da musicisti di eccezionale livello, non si parla mai di un batterista fantastico come Mitch Mitchell che col suo fraseggio batteristico unico ed estremamente variegato, dalla lenta malinconia di pezzi blues grandiosi come Red House all’aggressività elettrizzante di brani come Fire o Spanish Castle Magic o Purple Haze, contribuì enormemente a un sound decisamente inconfondibile. Inquieto e vivace, timido e gentile, apparentemente calmo, Hendrix nascondeva vari demoni interiori.

Come Janis Joplin e Jim Morrison. Preciso e al tempo stesso selvaggio, improvvisatore ma anche pianificatore, sempre vulcanico e con qualche nuova idea in testa, aveva una fantasia traboccante e un carattere fragile ma estremamente espressivo e lunatico che attirò una serie di donne, come la sua compagna tedesca Monica Dannemann che ne vide la misteriosa e brutale fine. Soffocato da un “beverone” di alcol e droghe, Hendrix morì all’apice della sua maturazione artistica in quella tragica notte del 18 settembre in un Hotel londinese con le solite cospirazioni molto di moda negli anni ’70 che confondevano gli eventi oscurando le ricostruzioni realistiche delle morti di tante celebrità trasformate in mitologie complottiste.

Ma quali sono state le sue migliori canzoni e cosa avevano di tanto speciale? Completamente diverso dal suo grande amico inglese Eric Clapton, che era molto più elegante e regolare nonostante le sue sregolatezze sia nel modo di fare che di concepire e di eseguire le canzoni, lontano anni luce da tutti i suoi colleghi virtuosi e forsennati bluesman, da Peter Green, appena scomparso un mese fa, a BB King, da Jimmy Page a Steve Ray Vaughan, Hendrix influenzò tutti senza copiare da nessuno. Egli sapeva maneggiare la chitarra come una potente arma ipnotica estraendo emozioni sommerse e inconsce. Modellava le corde dello strumento alternando sapientemente melodia e innovazione, gusto sperimentale e impianto blues classico come dimostrano splendidi rifacimenti di classici di Muddy Waters come Mannish Boy o Killing floor di Howlin Wolf altro guru del Blues assieme a Robert Johnson. Ma quali le sue canzoni più riuscite?

Sicuramente Are You experienced? Fulminante esordio del 1967 sembra un greatest hits, dove non ne scarterei nemmeno una. Conosciuto solo per quelle tre hit, Hey Joe che poi era una cover di un certo Billy Roberts, Foxy Lady molto ritmata ma c’è di meglio nella sua produzione o Star Sprangled Banner, versione allucinata e allucinante dell’inno americano, Hendrix compose diverse meraviglie.

Ad esempio dal primo album, la dolce The Wind Cries Mary, la strumentale e splendida Third Stone from the sun, o la vivace Fire, ottima la parte batteristica del fuoriclasse Mitch Mitchell o la già citata Red House e decisamente sconvolgente anche per l’originalità del riavvolgimento del nastro durante il cantato Are You Experienced brano che da il titolo a questo splendido disco. Dei suoi tre album molto interessante anche se non ai livelli del primo, Axis Bold As Love.

Qui segnalerei la fantastica Bold As Love con un finale da brivido nel duello chitarra batteria riavvolte assieme, la sognante Castle made of sand e l’aggressiva Spanish Castle Magic. Il terzo e ultimo disco ufficiale fu Electric Lady Land del 1968 dove spicca All Along The Watchtower cover magnifica di una già bella canzone di Dylan artista che Hendrix amava molto rifacendone anche Like a Rolling stone e sicuramente la cupa e angosciante Vodoo Chile e notevole anche 1983.

Una delle parti più interessanti della sua intensa carriera sono brani usciti sparsi dopo la morte e registrati fra il 1969 e il 1970. Prova di una incredibile crescita artistica sono pezzi coinvolgenti, registrati con il suo secondo gruppo, Band of the Gispys, come l’energica Steppin Stone,la trascinante Message to love, l’esplosiva Room full of Mirrors o Ezy Rider una delle mie preferite di Hendrix per poi sfociare nel suo ultimo disco postumo A cry of Love e lasciarci con meraviglie come Freedom, che mostrava una vitalità enorme o In Front The storm altro capolavoro ma la fine già si intravedeva in melodie come Angel dedicata a sua madre e ancora di più in New Rising sun. E così ricordiamo il genio di Hendrix, la magia della sua chitarra e quella sua voce sinuosa e magnetica e quel modo di suonare e di essere misterioso e vivace che ci colpisce e ci emoziona ancora oggi, a mezzo secolo di distanza.

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