Bright Eyes – Down In The Weeds (2020)

di Silvia Cinti

Il 2020 si sta rivelando nonostante tutto un anno pieno di uscite discografiche e questo è un bene. La musica non deve arrestarsi. Il 21 agosto è uscito, per la label Dead Oceans, il nuovo album dei Bright Eyes intitolato “Down in the Weeds, Where the World Once Was”. Nel 2011 era uscito il nono lavoro “The People’s Key” poi una lunga pausa. Dopo una fase complicata in cui ha dovuto affrontare diversi problemi personali il leader Conor Oberst ha ricaricato le batterie per poi riunirsi ai suoi fedeli amici e colleghi musicisti Mike Mogis e Nathaniel Walcott.

Dopo One And Done, Persona Non Grata e Forced Convalescence, Mariana Trench è stato il quarto singolo che ha anticipato la pubblicazione di questo atteso disco che presenta un sound più maturo, ambizioso e creativo rispetto ai precedenti lavori della band statunitense.

Dopo l’intro insolita Pageturner’s Rag è con il brano Dance And Sing che l’ascoltatore riesce subito a cogliere l’impronta compositiva di “Down in the Weeds, Where the World Once Was” in cui sono impiegati molteplici strumenti musicali e, poco dopo, in Just Once In The World Oberst è pronto ad esplorare le intime catastrofi del suo animo umano. In Mariana Trench emerge un’atmosfera di ansia e l’espansione di questo stato di emotività esplode attraverso l’uso degli ottoni a tutto volume. Il video animato del singolo è stato realizzato dal collettivo Art Camp che ha affermato: “La produzione del video è iniziata duranta la quarantena e finita con l’inizio della fase 2. L’animazione del video è composta da 2,200 illustrazioni realizzate a mano e animazione 3D”.

In One and Done, davvero bella, colpisce la sezione strumentale oscura in cui spunta il basso melodico di Flea dei Red Hot Chili Peppers. È poi il turno di Pan and Broom in cui spunta il seguente verso: “If it’s not all that important then why make a fuss at all?”/“Se non è poi così importante, allora perché fare tante storie?”. Eppure questo è un album di quattordici canzoni. A metà del disco si posiziona Stairwell Song un pezzo tanto incantevole quanto Comet Song a cui sarà affidata la chiusura di “Down in the Weeds, Where the World Once Was”. In Persona Non Grata risuona una sorta di nostalgia funebre forse derivata dal suono improvviso delle cornamuse e, dopo Tilt-a-Whirl (“Life’s a solitary song”/“La vita è una canzone solitaria”) segue Forced Convalescence in cui ritorna di nuovo Flea (RHCP) al basso insieme a Jon Theodore (The Mars Volta, Queens of the Stone Age) alla batteria e Kip Skitteralle percussioni. Hot Car In The Sun è decisamente il brano più triste finora. Verso la fine l’energia non tende a disperdersi e, con To Death’s Heart (In Three Parts) seguita da Calais To Dover, il lavoro si può dire più che completo.

Nelle quattordici tracce racchiuse in “Down in the Weeds, Where the World Once Was” c’è un equilibrio tra il delicato songwriting e la volontà di cogliere un sound più ricercato che colora e illumina il talento dei Bright Eyes una band che in realtà non ha mai detto addio.

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