Frank Zappa - The Best Band You Never Heard In Your Life (1995)

Basta un esempio, a mio avviso, per spiegare la creatività senza limiti di Frank Zappa. Nel 1983 sfogliando il New Grove Dictionary Of Music And Musicians si accorse che il suo nome non c’era, ma esisteva un Francesco Zappa (nessuna parentela), musicista barocco di musica da camera, nato a Milano e attivo tra il 1763 e il 1788. Zappa trovò alcuni spartiti presso la Biblioteca di Stato dello Utah, di proprietà della comunità Mormone, e li pubblicò egli stesso come spartiti da suonare. Non contento, ne scelse un paio da suonare alla sua ultima diavoleria, un sintetizzatore chiamato Synclavier, con risultati a tratti spettrali ma che di fatto fanno di FZ un esperto anche di musica barocca (l’album si chiama Francesco Zappa ed esce nel 1984). Questo era il grande genio siculo-americano (i genitori erano nati a Partinico). Nella sua trentennale carriera, terminata anzitempo per via di un cancro nel 1993, Zappa ha sondato ogni ambito non solo musicale, ma culturale e sociale, con lo sguardo bizzarro e creativo di chi non ha peli sulla lingua. Tra cavalcate leggendarie di assoli chitarristici (Zappa è unanimemente considerato tra i più grandi chitarristi di tutti i tempi), spesso affidati con il nome di “impossible guitar parts”, per la loro difficoltà, a veri funamboli dello strumento (uno su tutti, Steve Vai), il gusto ironico per la musica da cabaret, per il raccontare le storie più bizzarre, per le contaminazioni musicali, con passione viscerale per la musica classica, la discografia zappiana è un unicum variegato e variopinto con pochissimi epigoni, e continua ancora oggi, a distanza di vent’anni, dove dagli archivi spuntano esibizioni, live, progetti, film, ad ulteriore conferma della sua voglia di esprimersi in ogni modo. Il disco di oggi è tra i fan uno dei più amati, e testimonia il tour mondiale che nel 1988 intraprese con la sua band; in realtà da quel tour furono ricavati tre dischi: Broadway The Hard Way (1988) concentrato su nuovi brani, Make a Jazz Noise Here (1991) quasi tutto strumentale e che riprende classici del suo repertorio, e questo The Best Band You Never Heard In Your Life (1991) che mixa i primi due con una dose spettacolare di cover, momenti cabaret e pazzie zappiane, e dei tre è il disco più memorabile. Nel titolo alla storia di oggi ho scritto come anno di riferimento 1995 perchè questo disco ha una storia particolare che riguarda la sua copertina: la prima che scelse Zappa nel 1991 ritraeva la band mentre suonava incastonata in una cornice blu, a ricordare una luce al neon. La foto però fu usata senza il permesso di chi la fece, ma Zappa decise soltanto di coprire la foto con un fondo nero. Nel 1995, quando l’intero catalogo di Zappa fu remasterizzato, Cal Schenkel, uno dei suoi disegnatori di fiducia e già autore delle copertine dei suoi dischi più famosi (da Hot Rats a We’re Only It For The Money, da The Grand Wazoo a Uncle Meat) disegna questa versione, il cui kanji giapponese dell’insegna propriamente non significa nulla, ma foneticamente ha il suono di fu-ran-ku-za-pa, una nipponizzazione del nome del nostro. Sia come sia il doppio disco è un portento, contenendo davvero di tutto: da riprese dei temi di Bonanza a I Left My Heart In San Francisco, a sentiti omaggi a Ravel, con il suo Bolero, e a Nino Rota, con un accenno al tema de Il Padrino Parte II. Tra i capolavori propri, versioni favolose di Inca Roads (dalla metrica musicale vertiginosa, proprio come se si salisse una vetta andina), Sofa No.1, gli assoli sanguinanti di The Tortune Never Stops o della stupenda Heavy Duty Judy che apre il disco, e una ripresa della geniale Cosmik Debris, che racconta di un fantomatico guru, The Mystery Man, alla ricerca di un Nervanna (scritto proprio così), con assolo formidabile. Ma non finisce qui: la vicenda del pastore pentecostale Jimmy Swaggart, famoso per le sue invettive sulla moralità degli americani ma beccato con una prostituta, è un richiamo troppo forte per Zappa e i suoi, che modificano il testo di tre canzoni, Lonesome Cowboy Burt, More Trouble Every Day e Penguin In Bondage in tre Swaggart Version, dove vengono campionate parti della confessione televisiva del nostro (l’ossessiva ripetizione del suo I have sinned). I tesori non finiscono certo qui, e sono favolose cover: Purple Haze di Jimi Hendrix, Sunshine Of Your Love dei Cream, Ring Of Fire di Johnny Cash e, prima di un sentito e delicato omaggio al free jazz di Eric Dolphy (The Eric Dolphy Memorial Barbecue) si finisce con la più comica, esilarante e favolosa cover di Stairway To Heaven, con effetti sonori che seguono il leggendario testo zeppeliano e che nell’assolo finale di chitarra aggiunge una sezione fiati da urlo. Per dirla con il grande maestro, questo è un perfetto modo di muovere le molecole d’aria, che è il compito fondamentale della musica: una musica che in Zappa rompe i confini dei generi, e rimane uno degli esempi più liberi e geniali di passione per l’argomento.

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