James Elkington - Nowhere Time (2020)

di Fabio Cerbone

Infinite, e brillanti aggiungerei, sono le vie del nuovo rinascimento folk americano, anche se in questo caso è un espatriato inglese, adottato dalla vicace scena musicale di Chicago, a impartire la lezione. James Elkington si è trasferito dall’altra parte dell’Atlantico da una ventina d’anni e subito si è mischiato con le migliori menti cittadine, avviando una serie di collaborazioni, anche in veste di produttore, che lo hanno reso una presenza importante e un punto di riferimento stilistico. Di lui si ricordano i trascorsi nel progetto The Zincs e le uscite in duo con Nathan Salzburg, ma soprattutto l’opera nell’ombra con Eleventh Dream Day, Tortoise, Jeff Tweedy (Wilco), fino alla regia degli album di Joan Shelley e Nap Eyes.

Un nome più di tutti l’ho lasciato volutamente per ultimo, quello dell’amico, meglio, anima gemella, Steve Gunn, con il quale Elkington condivide una visione e un suono, non a caso essendo parte attiva della band di Gunn, nonché produttore del suo recente, apprezzabilissimo The Unseen in Between. Impegnato su tali e tanti fronti, non sorprende che sia soltanto del 2017 il vero e proprio debutto solista, con un progetto più raccolto, di intimità acustica, intitolato Wintres Woma, mentre il qui presente Ever-Roving Eye si presenta subito come l’album che libera il nostro protagonista dalle catene del più stretto linguaggio folk. Infatti, sospinto da un suono full band, che vede coinvolti tra gli altri il giovane Spencer Tweedy alla batteria, Nick Macri al basso, Macie Stewart al violino e la collega di etichetta Tamara Lindeman ai cori, Elkington prova ad ampliare lo spettro sonoro dei suoi magistrali bozzetti folk alla chitarra, lasciando intendere un legame con la tradizione inglese nelle prime note introduttive di Nowhere Time, salvo poi allargare il raggio d’azione con un brano che si apre persino a un’inedita elettricità e alla incantevole sovrapposizione delle voci.

Da questo punto di vista Elkington non possiede una grande estensione, canta con un tono dimesso eppure attraente nella sua “pigrizia” da crooner folk, evocando immediatamente i fantasmi dei suoi eroi Bert Jansch e John Renbourn, ma attualizzandone l’eredità con sussurri indie folk, trame jazzate nelle ritmiche, brezze vocali e leggere pennellate degli strumenti a fiato curati da Paul Von Mertens. Lo testimonia la sequenza di Sleeping Me Awake e Leopards Lay Down, prima di immergersi nella delicata bruma inglese dell’accoppiata formata da Moon Tempering e Rendlesham Way, quest’ultimo uno strumentale in pieno fervore Pentangle, come peraltro richiamano anche i tratti più bluesy e l’incedere del contrabbasso della successiva Late Jim’s Lament.

Le liriche sono spesso criptiche, sfumate, seguono l’umbratile natura strumentale di Elkington, che sembra pricipalmente interrogarsi sugli scarti e i passaggi del tempo, ma d’altronde è la musica stessa a rapire in una sequenza un po’ sospesa: dalla pastorale veste di Go Easy on October, che occhieggia in parte alla tradizione country folk americana, fino all’uno-due conclusivo che rappresenta l’apice del disco, fra le lievi e ondeggianti volute psichedeliche della stessa Ever-Roving Eye, un mezzo capolavoro di equilibri, e la più mansueta Much Master, ballata che fluttua fra steel guitar e una distesa di legni (clarinetto, soprattutto) che potrebbe spuntare da un disco di Joe Henry.


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