Lankum – The Livelong Day (2019)

di Ciro De Rosa

Evitiamo preamboli e giri di parole: “The Livelong Day” è uno dei top album del 2019. Se l’esperienza dei dieci minuti di una scura e allucinata The Wild Rover”, folgorante apertura del terzo album del quartetto dublinese, non vi agguantano da capo a piedi, allora qualche domanda dovete porvela. Il classicone tradizionale, passato via Dubliners e Wolfe Tones per numerosi sing-a-long da pub e fino agli stadi di football, standard folk già in parte cartavetrato dai Pogues, diventa altro, come testimoniano anche le immagini del video visionario e post-apocalittico del regista Ellius Grace che ha accompagnato la pubblicazione del singolo. La voce di Radie Peat guida la melodia, su un ritmo di valzer lento portato dalla chitarra, su cui ostinati e droni di corde e bayan tagliano la trama fino al crescendo di armonizzazioni vocali e di pieno strumentale irruvidito nel finale, in cui la band ha inserito un verso ripreso da una versione seicentesca. Seguono i sette minuti di “The Young People”, tormentata riflessione su un suicidio giovanile («Found them swinging/ Four long years ago… his tongue was tasting the morning»), cantata dai fratelli Daragh e Ian Lynch e sorretta da una melodia scarna, inizialmente di stampo alt-folk, che pure qui cresce passo dopo passo fino al coro e al muro del suono strumentale. I Lankum hanno descritto il disco come una «combinazione dell’essere al contempo disperatamente deprimenti e pieni di speranza»; il lavoro è stato registrato e prodotto da John “Spud” Murphy (sorta di quinto membro aggiunto, indicato anche come consulente metafisico della band), con il contributo di Robert ‘Scanny’ Watson e la masterizzazione curata da Harvey Birrell.
I Lankum hanno immesso nuovi attrezzi del suono al consolidato bagaglio strumentale, così Adrian Crowley (mellotron), Alex Borwick (trombone) e Katie Kim (voce) sono accanto ai quattro membri: i fratelli Lynch, Daragh (voce, chitarra, percussioni e piano) e Ian (voce, uilleann pipes, English concertina, whistle e percussioni), Radie Peat (voce, bayan, concertina, harmonium, Hammond, piano, Wurlitzer, arpa e mellotron) e Cormac McDiarmada (voce, violino, banjo, contrabbasso, vibrafono, piano e percussioni). Continuando l’ascolto, nello strumentale “Ode to Lullaby” si rimane sospesi e sembra di ritrovarsi tra i “corrieri cosmici” dei gloriosi ’70: si addensano rumori, bassi di mantice, bordoni di cornamusa fino a raggiungere la danzante “Bear Creek’, rilettura di due fiddle tunes americane con il violino che prende la guida ma sempre su un tessuto timbrico straniante e non accondiscendente. Superlativa e magnetica “Katie Cruel”, la celebre folk song americana di probabile derivazione scozzese, in cui il canto dolente di Peat dà voce al lamento di una donna che è passata atraverso avversità e ostilità ma conserva un forte senso della propria identità («If I was where I would be/ Then I’d be where I’m not/ Here I am where I must be/ Where I would be, I cannot»). Pieno vocale in “The Dark Eyed Gypsy”, messa quasi a bilanciare il tratto scuro della precedente ballata. Guidati da un whistle si entra poi nel mondo di “The Pride of Petravore”, inusitata, labirintica e arcana danza (un tempo era una hornpipe; così trattata, piacerebbe molto al nostro Capossela) prima della conclusiva “Hunting the Wren”, che contiene il verso da cui proviene il titolo del disco («Sharp is the wind / cold is the rain /harsh is the livelong day»), ispirata alla tragica vicenda delle “Wrens of the Curragh”: è il tributo alla comunità di donne emarginate e reiette che dimoravano, in abitazioni a dier poco disagevoli nella piana di Curragh, Contea di Kildare, nella cattolica Irlanda della seconda metà dell’Ottocento, cantata da Peat su una densa stratificazione sonica di organo, harmonium, corde, pipes e concertina. I Lankum sanno non essere concilianti e fanno senza compromessi, nella tradizione e oltre la tradizione: come deve essere.

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