The Jimi Hendrix Experience - Electric Ladyland (1968)

Parto da una cosa interessante: la copertina che Jimi Hendrix scelse per questo doppio album, uno dei più bei dischi di sempre, fu ritenuta scandalosa dalla sua casa discografica; nel 2019 l’algoritmo di controllo di Tumblr ritiene il leggendario scatto di David Montgomery, che ritrae Jimi circondato da uno stuolo di donne nude in cui si vede pochissimo, alla stessa maniera, quindi come 51 anni fa pubblico la cover alternativa, che per essere proprio precisi è altrettanto suggestiva come significati erotico (per i più curiosi una riproduzione favolosa di quello scatto sta qui). Nel 1968 Hendrix e la sua Experience sono all’apice del successo: i primi, sensazionali due dischi (Are You Experienced? e Axis: Bold As Love, entrambi del 1967) portano il trio ad una sorta di tour senza soluzioni di continuità: Hendrix è febbrile, abusa di droghe ma vuole ritagliarsi del tempo e dello spazio per sperimentare la sua idea musicale, quell’idea di musica a colori che partendo dal blues, contaminandolo con i nuovi suoni psichedelici, il jazz e la sua inventiva, diventi il “gospel elettrico” di cui parla spesso nelle interviste e negli incontri. Per farlo si rifugia nei Record Plant Studios di New York con il fido Eddie Kramer, uno dei più grandi ingegneri del suono di tutti i tempi, e inizia a provare e riprovare. I ritmi sono frenetici e la sua maniacalità estrema, tanto che il suo manager Chas Chandler, che lo scoprì, si ritirò e vendette le sue quote nella società. Il fervore di Jimi è però incontenibile e durante le sessioni di registrazioni la sera andava per locali ad ascoltare, e spesso a partecipare, a session musicali invitando avventori e curiosi negli studi di registrazione, cosa che fece imbestialire Noel Redding, il bassista della Experience, che sbatterà la porta e parteciperà solo firmando la sola Little Miss Strange (tanto Jimi sa suonare pure quello). Sebbene Jimi voglia lavoraci ancora, voglia continuare a registrare (Mitch Mitchell batterista della Experience raccontò che certi brani furono registrati anche 50 volte…) il disco esce nel novembre del 1968, come doppio album. Electric Ladyland contiene un viaggio musicale e immaginario favoloso, ricco di potenza, momenti dolci ma legati dalla sua straordinaria creatività e dalle sue incredibili capacità di interprete, non solo della chitarra ma anche del basso e di altri strumenti. …And Gods Made Love è un intro oscuro che porta al regno della Signora Elettrica, ben presentato in Have You Ever Been (To Electric Ladyland): The magic carpet waits, for you.\ So don’t you be late\ Oh, (I wanna show you), the different emotions\ (I wanna run to) the sounds and motions\ Electric woman waits for you and me. Jimi esplora il blues in una jam session incredibile, Voodoo Chile che in 15 minuti accompagnati da Jack Casady dei Jefferson Airplane al basso e all’organo da Stevie Winwood dei Traffic parte da Robert Johnson ma arriva a sognare nuove dimensioni strumentali (con applauso dei presenti alle sessioni di cui sopra). Il rock hendrixiano è psichedelico (Burning Of The Midnight Lamp), omaggia i grandi come Earl King nella incredibile Come On (Let The Good Times Roll) dove la sua maestria da chitarrista tocca apici assoluti, sceglie ritmiche e melodie nervose e quasi funk in Gypsy Eyes e nella famosa Crosstown Traffic. Jimi però sa essere etereo e delicato immergendosi nelle profondità marine per 1983 (A Mermaid I Should Turn To Me) con il flauto sognante di Chris Wood dei Traffic. Se ancora non vi basta ci sono ancora due capolavori: il disco si conclude con una ripresa del tema di Voodoo Chile in Voodoo Child (Slight Return), considerato uno dei pezzi per chitarra più eccitanti di ogni tempo (e che Hendrix in un famoso concerto al Fillmore East del 1 Gennaio 1970 designerà come l’inno nazionale delle Pantere Nere) e, appena una traccia prima, una delle più grandi intuizioni di Hendrix: prende una canzone di Bob Dylan, All Along The Watchtower, che il menestrello di Duluth nel suo John Wesley Harding che uscirà qualche settimana dopo ( sempre nel 1968), ne cambia tonalità e ne fa una delle cover più clamorose di sempre, e sentendo che il suo apocalittico e cripitico brano fosse così cambiato e accresciuto lo stesso Dylan guidicherà che per una volta l’allievo ha battuto il maestro. Rimane un’ultima succosa curiosità: sebbene il suo immaginario sia legato alle Fender Stratocaster mancine, che ama modificare e personalizzare, questo disco fu suonato quasi solo con chitarre Gibson, soprattutto una Flying V che decorerà di suo pugno e che diventerà iconica perchè presente in numerosi scatti del periodo. Questo doppio leggendario, presente ai primi posti di tutte le classifiche dei dischi più belli di tutti i tempi, racchiude la quintessenza del genio Hendrix e mi fa sempre pensare a quante altre cose avrebbe potuto dare alla musica se non fosse morto così presto.


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