Lambchop – This (Is What I Wanted To Tell You) (2019)

di Gianni Gardon

Kurt Wagner con i suoi Lambchop continua sulla strada impervia tracciata dal precedente “Flotus” e ci consegna a distanza di tre anni “This (Is What I Wanted to Tell You)”, un disco quanto mai lontano dalle atmosfere soft country degli inizi.

Tuttavia, se l’ascoltatore era uscito indenne dall’esperimento di “Flotus”, invero oltremodo spiazzante, adesso se non altro si ha la consapevolezza che quello fu tutt’altro che un bisogno di evasione dalla confort zone in cui il gruppo si era ritrovato, ma l’inizio di un “Piano B”, dove poter trasmettere con nuove vesti il proprio mondo interiore.

Rimane intatto il senso di intimità profondo che Wagner riesce a elargire a ogni singolo brano; il calore che ne viene emanato risulta quasi in antitesi, teoricamente parlando, con la “freddezza” di basi sintetiche, drum machine e lenti beat ad accompagnare melodie intermittenti.

Eppure va da sè che basta lasciarsi trasportare dal ritmo ondivago di “The New Isn’t so You Anymore” per entrare nel mood del disco: la canzone d’apertura in poco più di 5 minuti è emblematica della nuova direzione, nemmeno l’armonica della leggenda country Charlie Mc Coy, che fa capolino qua e là non ci distoglie dal senso di fluttuazione generale, come se si fosse in una bolla spazio-temporale. Anche la voce filtrata dall’autotune, come sarà in pratica per tutti gli episodi del disco ad eccezione dell’ultima traccia, fa assumere al Nostro una condizione semi-robotica, non tralasciando però il fattore umano.

Le stesse componenti si ripetono nella seconda canzone “Crosswords, or What This Says About You”, nel complesso più elettronica e spaziale della precedente, mentre più vivace e dinamica è “Everything for You”.

Crepuscolare e raffinata è “The Lasting Last of You”, con i suoi suggestivi inserti pianistici e una batteria simil jazz; della stessa fattura è la successiva “The Air Is Heavy and I Should Be Listening To You” ma ormai a metà percorso l’ascoltatore è pienamente assorbito in un’opera in cui l’autore gioca a scomparire e riapparire, puntando più che sulla struttura piena del suono, sull’atmosfera infine evocata.

Era già stato in questo senso un ottimo biglietto da visita il singolo “The December-ish You”, con i suoi echi e i tappeti sonori intessuti di sample e di un ciondolante basso ma con la traccia numero 7, eponima, anche se a differenza del titolo dell’album, qui non ci sono parentesi, la sperimentazione assume contorni più ampi. Il testo è fatto di pochi sofferti versi che sfumano poi in una struttura alquanto liquida e dilatata, dove si sposano il suono in lontananza di una tromba con vari rumori ed effetti elettronici.

Non siamo in fondo lontani da atmosfere puramente ambient, ma in generale giunti quasi alla fine del disco è evidente come i Lambchop si siano smarcati da qualsiasi etichetta, finendo per riassumere al loro interno istanze soul, elettroniche, chill out, trip hop, senza comprimere inevitabilmente la melodia. A conti fatti è questo che lo distingue e che me lo fa preferire al pur eccelso “Flotus”.

L’inatteso colpo di coda del disco è dato dalla conclusiva “Flower”, unica canzone sotto i 3 minuti, che con la sua lineare melodia imperniata sulla chitarra acustica, la voce di Wagner stavolta piena e in primo piano, e l’armonica a definirne l’arrangiamento, richiama irrimediabilmente a qualcosa di simile al sound degli esordi.

Non dico sia una forzatura ma forse un tentativo in extremis di correre ai ripari, come a ricordarci che i Lambchop sono sempre loro, anche se evoluti. Beh, a mio avviso non ce n’era bisogno, perchè il disco sta in piedi comunque in modo eccellente e mostra un gruppo vivo, che si è saputo modernizzare nel modo giusto, senza perdere la sua identità.

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