Tinariwen – Amadjar (2019)

di Alberto Campo

Sarebbe inopportuno valutare le imprese discografiche dei Tinariwen come fossero quelle di una band qualsiasi: l’origine geografica, l’identità etnica e il percorso biografico definiscono non solo il contesto, bensì la natura stessa della loro attività artistica. Lo chiariscono preliminarmente sul proprio sito web, del resto: «Il migliore album dei Tinariwen non è stato ancora registrato. E forse mai lo sarà». La musica è altro, in questo caso: fierezza di popolo (Tuareg), cronaca politica (la situazione tuttora drammaticamente caotica nel Mali settentrionale), espressione di sentimenti profondi («Alla base di ciò che facciamo c’è l’assouf, una specie di lieta malinconia», ha raccontato a Les Inrockuptibles Eyadou Ag Leche, bassista e arrangiatore).

Ottavo disco della serie, cui ne va aggiunto uno dal vivo, nell’arco di 18 anni (ma il gruppo, aggregatosi nel campo profughi di Tamanrasset, in Algeria, esiste da quattro decenni), Amadjar – vocabolo che in idioma Tamashek significa “viaggiatore straniero” – ha un valore particolare. Dopo due lavori realizzati per cause di forza maggiore – ossia l’esilio coatto – negli Stati Uniti, Emmaar (2014) ed Elwan (2017), nella circostanza i sei componenti attuali della formazione sono tornati l’autunno scorso in Nordafrica per partecipare al festival delle culture nomadi Taragalte, che si tiene presso un bivacco intestato al Piccolo Principe, nel Marocco del sud, ai margini del Sahara, e da lì hanno viaggiato poi per 12 giorni attraverso il Sahel verso Nouakchott, capitale della Mauritania, per incontrare la cantante locale Noura Mint Seymali.

Strada facendo, ogni sera suonavano improvvisando intorno al fuoco, di fronte a – parole loro – «un pubblico di scorpioni».

Così hanno preso forma queste 13 tracce, registrate infine con Seymali e altri complici locali in presa diretta sotto una tenda montata fra le dune, con successiva addizione dei contributi di alcuni amici “occidentali”: Warren Ellis (violinista e orchestratore nei Bad Seeds di Nick Cave), Stephen O’Malley dei Sunn O))) e il cantautore californiano Cass McCombs, i più noti.

Sommesso e in prevalenza acustico, l’album scorre con ritmo all’apparenza indolente, da carovaniere, e riformula il canone tipico che usiamo chiamare “blues del deserto”, ad esempio nel mantra malinconico di “Zawal”.

Qui e là il compassato andamento dell’opera viene scosso da occasionali iniezioni di elettricità, in “Iklam Dglour”, o dai conturbanti vocalizzi femminili detti zaghareet, che moltiplicano l’intensità emotiva di “Kel Tinawen”.

All’ascolto si apprezza anzitutto l’affascinante complessità degli arpeggi, ammirevole nella dimensione quasi swing di “Taqkal Tarha”, dove si destreggia fra mandolino e charango Micah Nelson, figlio del Willie icona del country.

Concluso in maniera solenne da “Lalla”, ballata gravida di spleen, Amadjar è testimonianza di un modo d’intendere la musica che al nostro orecchio può sembrare ineffabile, quando in verità rispecchia semplicemente un’autenticità d’intenti cui siamo poco – o addirittura non più – abituati.

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