Aldous Harding – Designer (2019)

di Cristiano Gruppi

Si può dire che l’incontro con John Parish sia stato decisivo per lo sviluppo della carriera di Aldous Harding. Dopo la firma dell’importante contratto con la 4AD, Hannah Harding (queste le sue generalità all’anagrafe) dovette volare a Bristol per registrare il suo secondo album, ‘Party‘ (2017), nello studio personale del musicista inglese. ‘Party‘ fu un successo, soprattutto di critica, e portò diversi estimatori dalla parte della cantautrice cresciuta a Lyttleton, un paesino di 3000 abitanti non lontano da Christchurch, Nuova Zelanda, la città teatro del recente terribile atto terroristico. Parish le mise a sua disposizione tutta la sua esperienza, maturata in anni e tanti dischi accanto a un’altra cantautrice di evidente personalità, PJ Harvey.

L’eccellente risultato ottenuto con ‘Party‘ ha convinto la Harding a tornare a Bristol da John anche per il terzo LP della sua carriera. ‘Designer‘ riprende da dove il precedente aveva terminato, ma mette in mostra ulteriori aspetti del cantautorato della 29enne neozelandese, che porta in scaletta una scrittura meno cupa, soprattutto nella prima metà del disco. Mantenendo il paragone con PJ, l’eccezionale cinquina iniziale composta da ‘Fixture Picture‘, la title-track ‘Designer‘, ‘Zoo Eyes‘, ‘Treasure‘ e ‘The Barrel‘ ricorda uno dei capolavori della cantautrice inglese, ‘Let England Shake‘ del 2011, sia per l’inedita dolcezza delle melodie che per la raffinata calibrazione degli arrangiamenti. Anche ‘Designer‘ utilizza un vasto range di strumenti, che non portano però a caricare eccessivamente le bellissime canzoni scritte da Aldous, a cui collaborano anche due piccoli super-eroi della scena gallese (geograficamente molto prossima a Bristol) come Huw Evans (H. Hawkline), Stephen Black (Sweet Baboo).

La Harding ha decisamente un talento superiore nell’assortire armonie e parole nelle proprie composizioni, e una rara personalità nell’interpretarle. La bravura di Parish, anche in questo LP, è di riuscire a mettere tutto questo estro in splendente risalto. Sebbene la seconda parte del disco si faccia maggiormente aulica e dunque risulti un po’ più fredda, permette di cogliere la versatilità vocale dell’artista proveniente dalla South Island, per esempio mettendo a confronto due tracce come ‘Damn‘ e ‘Weight Of The Planets‘, o osservando come il timbro di Aldous riesca a riempire lo spettro sonoro nonostante la sola presenza della chitarra acustica in ‘Heaven Is Empty‘, forse il brano dove emerge più chiaramente il suo carisma. Insomma, se un giorno PJ Harvey avesse necessità di una degna erede, Aldous Harding sarebbe immediatamente pronta per una rapida successione. Garantiscono John Parish in persona e questo album nella sua totalità.

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