Mdou Moctar – Ilana The Creator (2019)

di Fabrizio Zampighi

È vero, il “Tuareg rock” ha tratti caratteristici piuttosto marcati – a cominciare dalle ritmiche, forse l’elemento più pregnante tra tutti – e le nostre orecchie spesso tendono ad appiattire le varie proposte che arrivano da questo angolo di mondo musicale in un unicum piuttosto indistinto. In realtà farlo è un errore, dal momento che spesso le formazioni africane salite alle cronache negli ultimi anni hanno saputo crearsi una identità più specifica della vaga definizione di “terzomondismo blues” che di solito gli affibbiamo. Tanto per citare qualche nome, gente come Tinariwen e Imarhan si è avvicinata molto ai suoni anglo-americani (pensiamo ad esempio a certe cadenze funk-disco dei secondi in album come Temet, o al desert blues poliritmico – ma il “deserto” è quello di Joshua Tree, in California – dei primi, magari in lavori come Emmaar), uno come Bombino ha saputo diversificare e arricchire enormemente la sua scrittura musicale rispetto ai canoni “suggeriti” dalla provenienza geografica (in Azel, ad esempio, rientrano tracce come Iwaranagh che sfociano nel reggae), i Tamikrest hanno sempre dato l’idea di essere quelli con l’approccio più corale alla materia. Tutti uniti, tuttavia, in una affascinante mediazione tra mondi molto distanti tra loro.

Tra i nomi più noti di questa progenie di migranti e avventurieri delle sette note (e non solo), Mdou Moctar ci è sempre sembrato un cane sciolto. Uno talmente in fissa con la chitarra da costruirsi il suo primo strumento musicale con legno e cavi destinati ai freni delle biciclette, ma anche fautore di svolte musicale sorprendenti, tra l’autotune e la drum machine di un album come Anar, l’approccio fondamentalmente acustico e intimista dell’ultimo Sousoume Tamachek e questo Ilana (The Creator), registrato da Chris Koltay (ex Akron/Family) con la spia dell’amplificatore al massimo. Basta ascoltare il basso in un brano come l’iniziale Kamane Tarhanin per capire dove si andrà a parare: Mdou Moctar sembra un Hendrix col turbante (e conturbante) frutto della virtuosa convergenza tra la trance tribale garantita dalle poliritmie della batteria e una psichedelia elettrica che gioca con gli effetti della chitarra, mastica assolo, declama fraseggi, cavalca il groove e ipotizza voci perse nello spazio, il tutto mescolato, come avviene in tracce come Inizgam o in una Tarhatazed trascinante. Tanto che in Ilana si sfiora addirittura un hard rock circolare e ipnotico che, se non fosse per QUEL ritmo che non ha niente di anglo-americano e rimane il vero centro del discorso, potrebbe ricordare dei Black Angels meno didascalici.

Sia chiaro, nessuno stravolgimento rispetto a quanto già sappiamo di questi suoni: semplicemente, nelle nove tracce in scaletta si ascolta un mix di vitalità, ottime sensazioni frutto di una registrazione fatta con in testa un’idea ben precisa, passioni e tradizioni musicali agli antipodi, che diventa letteralmente irresistibile. Mdou Moctar e, in generale, tutto il “movimento” Tuareg, sono la dimostrazione vivente che non serve cantare in inglese per essere presi sul serio dal mondo musicale anglofono: basta la personalità.

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