Andrew Bird – My Finest Work Yet (2019)

di Gianni Gardon

Il nuovo album di Andrew Bird, intitolato “My Finest Work Yet”, ci mostra un artista davvero compiuto, maturo, e che sembra aver trovato un perfetto equilibrio tra musica e parole.

Lui, che partito dalla caotica Chicago, aveva sempre spaziato gli orizzonti con la delicata forza della sua musica, e del suo violino in particolare, disegnando al contempo acquerelli poetici ma altresì bizzarri e poco a fuoco, ora al contrario sembra ben conscio di ciò che vuole esprimere e, in un certo senso, lo fa senza mezzi termini.

Lo sguardo è all’oggi, alla società, richiamando anche le tanto attuali tematiche ambientali (ma non solo), con sguardo disincantato ma non troppo, potremmo dire, basti pensare all’intensa, magica “Bloodless”, che in scaletta segue il brano d’apertura “Sisyphus”, convincente singolo d’esordio del disco col suo irresistibile fischiettare autentico protagonista.

In “Bloodless” le istanze sociali volano alte, e vestendosi a festa, tra un arrangiamento che fa molto anni ’60, la canzone esorta le coscienze migliori a palesarsi e a mettersi in gioco per decidere i destini del nostro pianeta.

Musicalmente è una canzone che mostra il meglio dell’autore, che per un brano così di spessore, sprigiona la sua abilità da polistrumentista, inserendo al posto giusto di volta in volta violini, mandolini, pianoforte e il suo caratteristico fischio.

Ma la ricchezza degli arrangiamenti sinfonici che pervade tutti e 10 i pezzi in scaletta, non va mai a calpestare la melodia, la cui bellezza emerge chiara e limpida ad esempio nell’ariosa “Olympians”, in una “Fallorun” dal micidiale ritornello pop e soprattutto in “Manifest”, che si fa particolarmente apprezzare col suo piglio soul r’n’b.

L’autore non rinnega le esperienze passate, all’insegna di uno swing cangiante, e un brano ondivago come “Don The Struggle” è lì a testimoniarlo, affondando le radici anche nelle sue antiche passioni jazz.

In questo album ogni pezzo riesce a comunicare un messaggio, lasciando una traccia: mai prima d’ora Andrew Bird si era messo così a nudo, liberando la parte più ottimistica di sè, sia per i testi in cui è bandita ogni negatività (ricorrendo piuttosto a fini sarcasmi), preferendo principalmente mettere in risalto le situazioni positive, una rinnovata fiducia. E le musiche in tutto ciò fanno la loro parte egregiamente, trasmettendo energia e positività.

Certo, l’ironia è ben presente e lo sbeffeggio appare dietro l’angolo (a partire dalla copertina che va a parodiare la celebre opera La morte di Marat di Jacques-Louis David) ma non facciamoci in fondo troppo distrarre e lasciamoci condurre in questo accogliente villaggio bucolico con sorriso e speranza.

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