Walter Trout – Survivor Blues (2019)

di Paolo Baiotti

Il 2019 inizia nel migliore dei modi per gli appassionati di blues-rock con il nuovo album del chitarrista di Ocean City, New Jersey, Walter Trout, un vero sopravvissuto come recita il titolo, avendo superato indenne o quasi un trapianto di fegato nel 2014, anche grazie al concreto aiuto dei fans. Superata la lunga fase di convalescenza, Walter è tornato alla grande con il sofferto Battle Scars, una specie di diario della drammatica esperienza, seguito dall’energico Alive in Amsterdam e dal brillante We’re All In This Together nel 2017.

Survivor Blues nasce dal fastidio di ascoltare alla radio le covers di brani blues scontati, i soliti celebrati standards di Muddy Waters o Willie Dixon. Trout è andato alla ricerca di tracce minori di artisti più o meno conosciuti, ne ha estratte una cinquantina e da qui ha scelto le dodici incise a Los Angeles nello studio di Robbie Krieger, con un ristretto team comprendente Johnny Griparic (basso), Michael Leisure (batteria) e Skip Edwards (tastiere), con la produzione dell’esperto Eric Corne. Il risultato è del tutto soddisfacente, un album pieno di calore ed entusiasmo, suonato con passione, rabbia e anima da un uomo che ha piena coscienza dei significati del blues, sia per averne masticato in abbondanza, dagli inizi come collaboratore di Percy Mayfield e John Lee Hooker, proseguendo nei Canned Heat e poi nei riformati Bluesbreakers di John Mayall con Coco Montoya fino al 1989, quando ha optato per la carriera solista, sia per le vicende personali che lo hanno forgiato, dalla dipendenza verso alcool e droghe alla cirrosi che ha reso necessario il trapianto.

A partire dalla splendida opener Me, My Guitar And The Blues (Jimmy Dawkins), uno slow sofferto ed espressivo, con un assolo dal crescendo emotivo quasi insostenibile, Walter si concede un viaggio nel blues, dal classico suono di Chicago di Be Careful How You Vote (titolo opportuno in questo periodo…) di Sunnyland Slim, al funky-blues di Woman Don’t Lie, duetto con il cantante soul-blues Sugaray Rayford, dalla swingata Sadie che ritrova nell’assolo le caratteristiche del suo autore Hound Dog Taylor all’energico up-tempo Please Love Me di B.B. King. Spiccano l’omaggio al mentore John Mayall con la ripresa di Nature’s Disappearing, traccia ecologista da Usa Union del ’70, eseguita in modo quieto e scorrevole con accenti jazzati, gli esemplari slow Something Inside Of Me, cadenzato e raffinato e Out Of Bad Luck (Magic Sam), più arrabbiato e vicino al rock, Going Down To The River (Mississippi Fred McDowell), trasformato in un Chicago blues con gli inserimenti preziosi della slide di Robbie Krieger e la conclusiva God’s Word di JB Lenoir, una traccia acustica convertita in un blues-rock hendrixiano con le tastiere che si contrappongono alla chitarra nella jam strumentale.

Survivor Blues è un ottimo disco di blues elettrico, caldo e vigoroso, che conferma le doti non comuni del suo autore.

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