Steve Gunn – The Unseen In Between (2019)

di Alessandro Piccin

Inizi come fan di Black Flag, Smiths e The Fall. Poi un giorno come un altro al negozio di dischi all’angolo passano “Dark Star” ed eccoti lì con le mani nella marmellata ad abbuffarti di psichedelia sixties: non solo Grateful Dead e Jimi Hendrix, ma soprattutto Pretty Things, Jefferson Airplane, Moby Grape e Quicksilver Messenger Service. Da lì a scoprire Fairport Convention e Pentangle il passo è breve. Richard Thompson e Bert Jansch accendono in te la fiamma della curiosità, della quieta, composta e rispettosa esplorazione dell’Universo musicale. Inizi così ad ampliare i tuoi orizzonti: dal folk-blues inglese di Wizz Jones e Michael Chapman al bossa nova di Bola Sete, dall’afrofuturismo di Sun Ra al free-jazz di John Coltrane. La prossima tappa? Beh, in fondo sei un giovanotto di Philadelphia ed è la fine degli anni Novanta: probabilmente una gig dei Bardo Pond.

Costantemente menzionato come “il chitarrista dei The Violators, la band di Kurt Vile” (quando in realtà deve averci suonato su per giù una settimana), Steve Gunn è decisamente un’entità a sé stante. Vero è però che Steve e Kurt sono originari della stessa cittadina, Lansdowne in Pennsylvania. Un bello scherzetto del fato, considerando che i musicisti “modern folk” più hype, quelli di visibilità internazionale, si contano sulle dita di una mano. Cosa accomuna dunque Steve Gunn al sopracitato Kurt Vile, ad Adam Granduciel (The War On Drugs) o a Kevin Morby? Aver dimostrato di possedere gli strumenti necessari per approcciare la dicotomia tra classicismo e sperimentazione: tecnica, sensibilità e spiritualità.

Prodotto da James Elkington e registrato con Tony Garnier, bassista e direttore musicale di Bob Dylan da oltre trent’anni, “The Unseen In Between” (Matador Records) suona come una piacevolissima compilation meditativa per un road trip di quelli giusti. Come da copione, molti episodi sono omaggio agli anni Sessanta, dalle riverberate del singolo New Moon (molto Harry Nilsson) ai mistici assoli senza fine di New Familiar e Lightning Field. Morning Is Mended fa pensare immediatamente a Nick Drake, mentre in Vagabond e Chance risuonano forti gli insegnamenti di Fleet Foxes e Wilco, che per primi hanno osato giocherellare con il mostro sacro del country rock. La splendida ballata Stonehurst Cowboy (in memoria del padre, deceduto nel 2016) potrebbe essere la propria “Hey Hey, My My” (Neil Young), mentre Luciano e la conclusiva Paranoid, dal piglio più orchestrale, fanno pensare a Van Morrison in Astral Weeks. Tanta bella musica, ben suonata ed evocativa. Fa piacere inoltre vedere l’artista fare finalmente dimostrazione delle sue doti canore, da sempre in secondo piano agli strumming mozzafiato che lo hanno reso celebre.

Nonostante i numerosi LP alle spalle (7 ottimi lavori solisti, 3 album con il batterista John Truscinski e l’esperienza nei Black Dirt Oak), il Nostro continua però a volare in Economy Class. Saranno i tempi che corrono. Sarà l’attitudine vagamente schiva alla possibilità di ampliare il proprio pool di ascoltatori. Sarà che i sedili in Business Class puzzano di “fake”. Poco importa, perchè la musica di Steve Gunn è destinata a restare, “out past the streets, beyond the weather, to that place no one seems to know”.

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