Bob Mould – Sunshine Rock (2019)

di Diego Curcio

Ogni volta che esce un nuovo disco di Bob Mould vado in brodo di giuggiole. D'altra parte, nel corso degli ultimi vent'anni (da quando ne ho 16-17, quindi), ho letteralmente consumato gli album degli Husker Du e degli Sugar (ma anche quelli solisti del compianto Hart e dei suoi Nova Mob), quindi tutto ciò che gira intorno all'ex power trio di Minneapolis mi crea, puntualmente, un misto di agitazione e turbamento. Il fatto è che continuo a ostinarmi - sbagliando (ma è più forte di me) - a cercare in ogni canzone solista di Mould tracce de vecchi Huskers e non sempre questi miei bassi istinti vengono soddisfatti. Dopo 30 anni di carriera solista (e con in mezzo la breve ma folgorante parentesi degli Sugar) noi irriducibili fan di "Zen Arcade" e "Warehosue" forse - e dico forse - dovremmo arrenderci all'evidenza e giudicare i nuovi lavori di Bob con un metro diverso dal solito paragone con il passato. Anche perché in questi tre decenni di attività, a parte qualche disco oggettivamente brutto, il Nostro ha saputo regalarci parecchi bei momenti.

Prendete questo "Sunshine Rock" in uscita l'8 febbraio: al netto di un titolo e di una copertina particolarmente brutti, le 12 canzoni dell'album sono praticamente tutte sopra la media di qualsiasi pezzo rock che potreste ascoltare in radio. Ok, forse un accostamento del genere potrebbe suonare davvero poco allentante e assai ingeneroso nei confronti di un artista che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica e che è stato capace di sovvertire le regole della scena alternativa americana (gli Husker Du sono stati i primi, di un certo giro, a firmare per una major). Ma è anche vero che nessuno con un po' di sale in zucca può onestamente credere che Bob Mould sia nelle condizioni di sfornare, nel 2019, un capolavoro o un album epocale come ha fatto in passato (aridaje). Il Nostro, che dopo una serie di anni incasinati è riuscito finalmente a fare pace con se stesso, oggi si presenta come un artista di grande talento, che ha superato ampiamente la cinquantina e che suona soltanto per divertirsi. E scusate se è poco. Senza contare, poi, che Bob ha ancora un ottimo gusto per le melodie e soprattutto conserva sempre quella voce incredibile e tagliente che, da più di 40 anni, resta il suo più pregiato marchio di fabbrica. Tutte caratteristiche che ritroviamo, per fortuna, anche in "Sunshine Rock" e quindi, in caso foste un po' in pena per la direzione intrapresa da questo album, state tranquilli: si tratta, tutto sommato, di un buon disco. Il trittico iniziale (la title-track, "What Do You Want Me To Do" e "Sunny Love Song") ci riporta ai momenti più punk della carriera solista di Mould, con la classica chitarra a pressa lanciata a bomba su linee vocali scintillanti: un power-pop più power che pop, insomma; mentre "Thirty Dozen Roses", il quarto brano in scaletta, sembra uscito direttamente dal periodo di mezzo (diciamo "Flip Your Wig") degli Husker Du (e vabbè dai, datemi un po' tregua). Il momento della ballata, che non manca mai, è invece affidato prima a una canzone liquida e un po' incolore come "The Final Years" (Bob riprova: sarai più fortunato) e poi, per fortuna, alla ben più solida "Camp Sunshine": un brano acustico come ai bei vecchi tempi di "Workbook". E se il rock di "I Fought", la nirvaniana "Lost Faith" e il punk di "Sand Me A Postcard" tengono alto il morale del disco, gli unici veri e propri pezzi deboli dell'intera scaletta (oltre al già citato "The Final Years") sono i mediocri "Irrational Poison" e "Sin King". Chiude il disco "Western Sunset", la classica canzone alla Bob Mould, in cui vengono frullate melodie vocali irresistibili e chitarre galoppanti. Peccato solo per gli archi finali, che sanno tanto di vorrei ma non posso (per fortuna). Ma queste sono bazzecole. Pignolerie a parte "Sunshine rock" resta un disco di buon livello; uno di quegli album che, probabilmente, troveranno posto in molte classifiche di fine anno.

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