Kurt Vile – Bottle It In (2018)

di Riccardo Zagaglia

«Sotto la maschera di una placida o bonaria indifferenza nasconde un’astuzia vigile e sottile». La definizione di sornione è il modo migliore per descrivere la personalità che traspare dalla musica, dalle parole, dalle interviste e dai videoclip di Kurt Vile. Impossibile non immaginarlo sulle strade di Philadelphia con il ghigno stampato in faccia mentre osserva, divertito, le amenità della vita. Padre di famiglia (lo vedete mentre fa le facce buffe alle figlie, vero?), a quasi 39 anni Kurt è un uomo arrivato, immerso nelle proprie passioni in modo genuino e incredibilmente umano. Eppure è sempre presente una sorta di irrequietudine di fondo, perché – pur mirando costantemente al relax cosmico – la mente dell’americano sembra non riuscire a fare a meno di raccogliere ogni minimo input esterno per dare linfa ad un perenne stream of consciousness confuso e tentacolare. In questo senso il passaggio «I was on the moon but more so, I was in the grass. So I was chilling out but with a very drifting mind» contenuto in Bassackwardss sembra condensare perfettamente il personaggio.

Bassackwards è uno dei tre brani pubblicati in anteprima per lanciare Bottle It In, il settimo album di una carriera che vede in Smoke Ring for My Halo il disco della consacrazione, in Wakin on a Pretty Daze il capolavoro senza tempo da tramandare ai posteri e in b’lieve i’m goin down… il più classico (e, per molti versi, riuscito) dei tentativi di proporre una versione 2.0 del masterpiece precedente, con quella dose in meno di magia che, per forza di cose, fa la differenza. Tra l’album di Pretty Pimpin (che probabilmente rimarrà il suo brano di maggior successo, nonché quello dalla grana maggiormente pop) e Bottle It In, il Nostro lo scorso anno ha avuto anche il tempo di pubblicare il buon Lotta Sea Lice insieme a Courtney Barnett.

In Bottle It In ritroviamo tutto il Kurt Vile che abbiamo imparato ad apprezzare in questi anni. Riecco quindi i brani dalla struttura imprevedibile, o meglio, quasi prevedibile nell’ormai conclamata forma-canzone vileiana che tende a premiare ampi passaggi chitarristici e diramazioni melodiche vagamente scomposte. Ancora una volta l’autore di Peeping Tomboy si rivela un maestro nel rendere scorrevoli macigni di dieci minuti, che potrebbero durarne anche venti o trenta senza risultare pesanti. Lievemente meno elettrico rispetto ai due album precedenti, Bottle It In fa propri sia i sentori bucolici della tradizione folk americana ad altezza 70s, sia gli affreschi onirici della grande periferia americana. In tutto questo – e in modo talvolta quasi caricaturale – emerge l’attitudine easygoing sorretta da grandi “whatever” stampati in fronte («There was no format because well, we like it like that» in Bassackwards e «That’s the way I live my life. I park for free» in Loading Zones).

Un altro merito del Kurt Vile del 2018 è quello di rendere cool (o almeno, apprezzabile) anche le scelte sulla carta più ridicole e desuete. Oggi c’è qualcosa di meno cool di farsi fotografare orgogliosamente con la chitarra in mano come un ragazzino con ambizioni da guitar-hero? C’è qualcosa di meno cool di lunghe jam intarsiate di assoli? C’è qualcosa di meno cool di una cover di un vecchio brano di Charlie Rich (Rollin With the Flow)? Eppure, così fuori dal tempo, così fuori da tutto, Vile ne esce sempre e comunque vincitore: impossibile volergli male, anche quando l’ispirazione non è particolarmente palpabile (Check Baby) o quando si fa lentamente strada la sensazione di un grande “more of the same” (dopotutto in One Trick Ponies dice: «Cuz i’ve always had a soft spot for repetition»). Mentre i suoi ex compagni di viaggio (i War On Drugs) puntano alla perfezione da studio e al suono cristallino, al Nostro possono bastare un paio di chitarre, una drum machine (in Hysteria è veramente minimale) e poche rifiniture (ad un certo punto in Bassackwards sembra di sentire una porta che si chiude o un oggetto che cade) per raccontare le proprie storie.

Consci del fatto che possa sfornare altri dieci album uguali quasi ad occhi chiusi, non possiamo fare altro che rimarcare il posto d’onore che Kurt Vile continua ad occupare all’interno della guitar-music degli anni Dieci.

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