Ryley Walker – Deafman Glance (2018)

di Gianfranco Marmoro, Massimiliano Speri

Anima sfuggente del panorama musicale a stelle e strisce, Ryley Walker è il classico personaggio amato dalla critica perché facilita enormemente il compito del recensore: si inizia l'articolo meravigliandosi della sua giovane età e di quanto il suo approccio paia provenire "da un’altra epoca", si tirano in ballo i riferimenti sin troppo palesi che sicuramente lo hanno ispirato (a partire dalla sacra triade Morrison-Martyn-Buckley), si chiude con una banalità a effetto su quanto questa musica "metta d'accordo due o tre generazioni", e il gioco è fatto. Nessuna interpretazione, nessuna ricerca, nessun ascolto analitico: un artista trasparente e rassicurante, ideale quando il lavoro abbonda e una scrittura a stampo è provvidenziale per non ingolfare la lista delle recensioni arretrate. Il voler frettolosamente catalogarne l'essenza artistica ha fatto sì che ci si soffermasse sugli elementi più volatili della sua musica, accantonando quei piccoli segnali stilistici che indicavano un percorso creativo non del tutto sviluppato e generando un'incomprensione che ha finito con l’intrappolarlo.

Deve essersene accorto anche lui, se è vero che, già a partire da "Golden Sings That Have Been Sung", il musicista dell'Illinois ha iniziato a prendere le distanze dal folk-rock dilatato degli esordi per migrare in cieli più elettrici e psichedelici, aprendo le porte a suggestioni musicali più complesse e svincolandosi dalle ristrettezze della forma-canzone; due amabili progetti in coppia con Bill MacKay, la tournée full band del 2017 e la collaborazione con Six Organs Of Admittance non hanno infine lasciato più alcun dubbio sulle intenzioni del Nostro. In questo nuovo "Deafman Glance", com'era lecito aspettarsi, la transizione da songwriter liquido a post-rocker vintage viene proseguita con ancora più estro e spericolatezza, abbracciando soluzioni più libere se non addirittura aleatorie e compiendo qualcosa di simile a quanto hanno fatto l'anno scorso i Fleet Foxes con "Crack-Up": un duro colpo per chi aveva accusato l'autore di giocare in maniera eccessiva con gli spettri del passato, restando imbrigliato in un revisionismo privo di elementi d'originalità. La rivoluzione già in nuce nell'album precedente assume così i caratteri di una vera e propria sfida, tanto con se stesso quanto con il pubblico, e il risultato è il suo lavoro più difficile e meno immediato, sprovvisto di quei passaggi tersi che hanno fatto innamorare molti (pur non mancando momenti più lineari e fruibili) ma che riscuote un incasso più consistente in termini di profondità e personalità, penetrante come "l'occhiata del sordo" evocata dal titolo.

La ricerca di una più definita identità artistica nasce proprio dal confronto con quei riferimenti che erano rimasti in sordina, confusi tra le nuance psichedeliche che molti avevano percepito come una forma di snobismo passatista: dietro quelle inflessioni vocali tra Buckley e Drake, o nascosta tra le pieghe di arrangiamenti free form morrisoniani-martyniani, era infatti celata un'attitudine in bilico tra le sonorità prog-jazz dei Talk Talk e le aliene dolcezze di Gastr Del Sol e Tortoise (questi ultimi due, peraltro, territorialmente attigui al luogo natio di Walker); ciò non toglie che la memoria corra anche verso quegli scenari dei primi anni 70 che videro fiorire una pletora di musicisti borderline, da Roy Harper a Bruce Palmer, che pagarono con l'oblio le loro avventurose contaminazioni stilistiche, anticipando gran parte delle moderne digressioni avant-folk. Ryley amministra tutte queste intuizioni senza indulgere in abbellimenti estetici o trucchi da illusionista, impedendo alla matrice jazz di confondere le acque con inutili virtuosismi o alle melodie di perdersi in sentieri oscuri, prediligendo anzi la forza corrosiva dell'uptempo e sviscerando le canzoni in evoluzioni strumentali continue e mai ridondanti, a tratti prossime al minimalismo: ne risulta un'opera fortemente narrativa, con grande importanza riservata al comparto dinamico e un'attenta calibrazione della dialettica pieno-vuoto per creare effetti via via più imprevedibili.
Difficile, a fronte di tutto ciò, poter pensare ancora a Ryley Walker come a un tipico cantautore folk-rock. Ad emergere ulteriormente è poi la bravura dello strumentista che, dismettendo quasi del tutto l'acustica, si dimostra una volta di più chitarrista dalle sonorità morbide ed eleganti, tra accordi mai scontati ed escursioni soliste di grande gusto.

Uno dei punti di forza del disco risiede senz'altro nel reggere la prova sia esaminandolo come corpo unico, sia sviscerando ogni traccia come un episodio autonomo: vale pertanto la pena soffermarci singolarmente sui nove brani. "In A Castle Dome" è una narcolettica fantasia country declinata in uno slowcore prossimo ai Rex ma memore anche degli Spirit più sognanti, impreziosita da flauto e sintetizzatore e con un pregevole intreccio tra due chitarre che evocano un utopico duetto tra Duane Allman e Jerry Garcia. "22 Days" è meno pigra e più tesa, con i suoi accordi quasi strappati e i ghirigori jazzati un po' alla Camel, subdola e magnetica nel suo inquieto evolversi tra un imprevedibile bridge dall'andatura saltellante e un solo quasi frippiano che frulla gli altri strumenti in un vortice dissonante. L'anarchica "Accomodations" è la composizione più estrema della raccolta, flirtante con Canterbury, avant-jazz e musique concrète, un po' di Faust ma anche di Califone, con bellissime parti di pianoforte. "Can’t Ask Why" si apre con un autistico scampanellare sintetico che non può non rimandare ai concittadini Wilco di "I'm Trying To Break Your Heart" per poi solidificarsi in una lunga ballata imparentata con certe cose del collega Jonathan Wilson in cui la negletta chitarra acustica torna protagonista, rimanendo pressoché immota per oltre quattro minuti prima di essere azzannata da un inatteso fuzz psichedelico.

Se gli accordi aperti di "Opposite Middle" non sfigurerebbero in una tela degli American Football, la voce è così pacata e sofferta da far invidia a Kurt Wagner, in antitesi con le acrobazie di una chitarra che tira per la manica Steve Howe e Allan Holdsworth. "Telluride Speed", primo singolo estratto, si adagia su una sontuosa apertura stile Spring, voce ancora una volta sul punto di frantumarsi nel pianto (questa volta siamo nei dintorni del Bill Callahan di "Dream River", ma anche del buon vecchio Bert Jansch) stuprata con crudeltà da turgidi chitarroni atonali, degenerando in un ponte scattante di marca Genesis prima di atterrare su una pista di flauti che deve qualcosa al Gil Scott-Heron di "Winter In America".
La piacevolmente ruffiana "Expired", con tracce sparse di Kevin Ayers, si riallaccia alle atmosfere più sospese di inizio disco, poggiando su un morbido impasto di voce, organo e chitarre schioccanti, raggiunto prima dai flauti, poi dal piano e infine dalla lap steel, con tanto di coda semi-ascetica. La brevissima "Rocks On Rainbow" è poco più che un esercizio di fingerpicking strumentale alla Davy Graham, quasi un modo simbolico per congedarsi dalle sonorità con cui si è fatto le ossa (predominanti nelle due collaborazioni con MacKay) e da cui appare già lontanissimo. Al contrario, "Spoil With The Rest" è epica e agitata tra furibondi arpeggi e stilettate thompsoniane, finale tutt'altro che pacificato o pacificante per un'opera che, sotto il pelo di un'acqua apparentemente cheta, cela tormenti ancora in via di definizione.

Intrigante nel suo rimanere frammentario e irrisolto, "Deafman Glance" è il prodotto di un estenuante tour de force emotivo e creativo, un album che è una vera e propria dichiarazione di libertà: non sarà l'approdo a una definitiva maturità autoriale, ma di sicuro apre coraggiose possibilità esplorative per questo moderno "navigatore di stelle". E se la scelta più semplice, commercialmente parlando, sarebbe stata senza dubbio quella di indugiare sugli elementi più delicati e romantici, alle gioie fasulle di un folk-rock di maniera l'autore ha preferito una full immersion nella sua anima, forse perdendo per strada molti fan della prima ora ma trovando infine se stesso.

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