Ray Lamontagne – Part Of The Light (2018)

di Fabio Cerbone

Such a Simple Thing è il brano scelto da Ray LaMontagne per annunciare il suo settimo album di studio, dichiarazione d'intenti che torna a quel folk pastorale e sussurrato, alla sognante delicatezza acustica che connotava i suoi esordi. Dopo tanto peregrinare alla ricerca di un suono diverso, affiancato e stimolato dalle produzioni con Dan Auerbach dei Black Keys e Jim James dei My Morning Jacket, presenze che avevano certamente indirizzato il percorso dei precedenti lavori, LaMontagne sceglie di prodursi da solo, riunendo una manciata di musicisti con cui interagire ad occhi chiusi (tra gli altri il chitarrista Carl Broemel, Bo Koster alle tastiere e John Stirratt dei Wilco al basso) nel suo studio casalingo, battezzato The Big Room, accasato nella splendida dimora ottocentesca acquistata ai piedi delle colline del Berkshires, Massachusetts.

Il cambio di direzione o forse meglio dire il ritorno all'ovile è evidente, anche se le velleità da concept psichedelico di Ouroboros e le sfumature pop di Supernova non sono passate indenni, ma hanno sedimentato nel suono dell'autore, che oggi si muove nella direzione di una sintesi. Part of the Light, copertina lucente e che ammicca ancora ai colori cangianti dei sixties, è un disco più pacato e in linea con la scrittura giovanile di Lamontagne, ma spesso sembra ripetere schemi già sentiti e con più efficacia, mentre in altri passaggi tenta una combinazione di vecchio e nuovo, spesso non riuscendo nell'impresa. Nonostante il tono generalmente elegiaco e intimo dei brani, il disco, a detta dello stesso Ray, raccoglie momenti di ansia personale di fronte ai cambiamenti sociali del nostro tempo, e di riflesso cerca un rifugio, afferma il songwriter, nella famiglia, nelle relazioni umane e nell'amicizia, una protezione di fronte al senso di isolamento che produce il mondo.

Verità essenziali le chiama il nostro protagonista, che introduce questa svolta di registro con il placido tono da ballata dai vaghi colori irish di To the Sea, subito inseguita dall'elevazione rock trasognata di Paper Man, canzone che pare restituire il Ray Lamontagne più classico, o quanto meno un riassunto perfetto del suo stile. E di frammenti che occhieggiano al passato e a ciò che ha reso affascinante la sua proposta artistica ce ne sono parecchi: per esempio l'intreccio di folk americano, eleganza pop dal sapore un po' beatlesiano e lirismo dell'amato Van Morrison in It's Always Been You, Let's Make It Last o nella citata Such a Simple Thing. L'impressione però è che siano un po' dei surrogati, una bella copia di quanto già espresso. Quando arriva il momento di sparigliare le carte invece la questione si fa delicata: As Black As Blood is Blue e il suo roccioso hard rock settantesco suona la carica ma appare completamente fuori contesto, comunque non eccezionale per scrittura, mentre No Aswer Arrives cerca un groove più dilatato, si tinge di psichedelia blues, eppure non emerge se non per la prova vocale dello stesso Ray. Il riparo è nel saluto finale di Goodbye Blue Sky, come se i Pink Floyd andassero in visita alla Big Pink di The Band inventandosi un country rock spaziale.

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