Emma Tricca – St. Peter (2018)

di Nicola Gervasini

Mentre ascoltavo St. Peter di Emma Tricca immaginavo la sua label discografica impegnata in un divertente scherzo da primo di aprile, e cioè far uscire il disco spacciandolo per il lost-record di qualche oscura chanteuse folk inglese dei primi anni settanta, qualcosa come una attesissima ristampa di un disco noto solo ai collezionisti di vinile, con conseguente operazione di riscoperta sulla falsa riga di Vashti Bunyan, Linda Perhacs o Anne Briggs. Sono sicuro che in questo caso oggi non saremmo qui a dovervi convincere che una ragazza italiana possa davvero essere in grado di maneggiare una materia nobile quanto antica come il brit-folk con così tanta sicurezza, affrontando i vostri sguardi scettici (e li vedo anche al di qua dello schermo).

La biografia di Emma Tricca narra di incontri rivelatori con John Renbourn e Odetta e di un volontario esilio a Londra cercando un ambiente più consono alla sua musica, storie usuali quarant'anni fa, ma stavolta il tutto si è svolto negli anni duemila. Narra anche di una gavetta (incredibile, ma qualcuno la fa ancora!) fatta di concerti nei pub e prime esperienze discografiche in costante crescita (l'esordio con Minor White è del 2009, Relic del 2014), e di continui riconoscimenti nel mondo folk britannico. Nessun cervello in fuga quindi, solo una ragazza che ha deciso di abbracciare uno stile e studiarlo fino in fondo sul luogo di origine. E oggi arriva St. Peter, quello che ai tempi avremmo definito l'album della maturità, dove il suo canto impostato e decisamente debitore della già citate Odetta e Vashti Bunyan (ma soprattutto, secondo me, di Karen Dalton), trova humus ideale in un pugno di brani davvero ben scritti e realizzati con musicisti certo non di primo pelo.

Fa abbastanza impressione, infatti, vedere coinvolto nel progetto Steve Shelley, storico batterista dei Sonic Youth, in libera uscita da una band che speriamo sempre di non dover ritenere definitivamente sciolta, ma anche alle prese con un genere non certo abituale per lui. Così come si calano perfettamente nella parte di modernizzatori della tradizione (in puro stile Renbourn o Richard Thompson) il Dream Syndicate Jason Victor o l'Howie Gelb che passa a dare un suo contributo in Fire Ghost. Il disco tra l'altro, dopo una partenza melodica e tradizionale con Winter, My Dear, assume anche una vena di folk sperimentale davvero interessante, che a volte richiama certi passaggi degli Espers o di Ryley Walker, e se spesso è la melodia ad essere in primo piano (Julian's Wings), altrove Emma lancia i suoi collaboratori in piccole jam anche elettriche come Buildings In Millions. Ma la sua maturità emerge anche nella capacità di saper alternare i sapori, come il giro un po' alla Neil Young di Salt, l'assolo acido di Green Box o la bellissima ballata Mars is Asleep.

Nel finale arriva lo zenith del disco, con una impressionante (per quanto è bene arrangiata) The Servant's Room e i tesi sette minuti e passa di Solomon Said, in cui fa capolino un ipnotico spoken di Judy Collins che recita la propria Albatross. Chiude con dolcezza solo apparente So Here It Goes, ballata acustica che si trasforma in un'altra esplosione di strumenti in libertà. L'ascolto di questo album. più che consigliato, è caldamente sollecitato.

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