Sarah Shook & The Disarmers – Years (2018)

di Domenico Grio

Giunge a distanza di neppure un anno dalla pubblicazione del disco d'esordio, questo nuovo capitolo dell'avventura discografica di Sarah Shook. Ma se Sidelong ci aveva stupito per la freschezza, l'efficacia comunicativa e la capacità di rivitalizzare una scena Americana al femminile piuttosto infiacchita (tranne qualche sporadica eccezione, s'intende), Years ci coglie ancor più di sorpresa, sia perché inaspettato e "prematuro" sequel, sia perché raro e mirabile esempio di "promessa mantenuta". Se è vero, infatti, che dopo l'ascolto del primo lavoro era piuttosto difficile non dare credito a questa ragazzotta del Nord Carolina, è altrettanto vero che era tutt'altro che scontato che la stessa ci consegnasse, per di più in tempi così ristretti, un altro piccolo capolavoro di garage campagnolo, tosto e genuino.

Così, piuttosto che dover tristemente attuare un cambio di prospettiva, dovendo affrontare un dibattito sull'ennesimo giovane di grandi speranze da impacchettare e rispedire impietosamente al mittente per manifesta sopravvenuta inabilità creativa, ci troviamo a riaccendere i riflettori su un'artista che da next big thing, passa di diritto allo status di autentica e tangibile icona dell'alt-country. Years in realtà più che una conferma, rappresenta un ulteriore notevole step, migliorando la formula già utilizzata per la realizzazione del precedente disco e strutturando forme più compiute e solide all'interno del tessuto sonoro. Sarah sale di livello, canta meglio, più controllata e matura proprio sotto il profilo dell'espressività vocale. I brani, pur perdendo probabilmente qualcosa in istintività ed immediatezza, si sviluppano in maniera più articolata, mentre il sound continua ad essere vigoroso, ruvido ma adeguatamente bilanciato, frutto del grande affiatamento dei Disarmers (si segnalano la pedal steel di Phil Sullivan e le chitarre di Eric Peterson) e di un sempre efficace lavoro di messa a punto, elaborato in fase di registrazione e mixaggio.

Good as Gold è la splendida ballad che apre l'album, accompagnata da un video realizzato con spezzoni estrapolati da ultraclassici del cinema romantico hollywoodiano che conferiscono al brano una patina retrò e un elegante leggerezza, distogliendo con discrezione lo sguardo dai tormenti d'amore dell'autrice. Tutto il disco si muove comunque lungo il filo della tradizione, è solo l'approccio di Sarah a marcare la differenza, a conferire quell'originale mood eccentrico ed anticonformista, a volte più ligio alle regole (Over You - Damned if I Do, Damned if I Don't - Heartache in Hell), a volte sbilanciato verso una sorta di cowpunk a giri ridotti (What it Takes) o più canonicamente dirottato in ambito roots-rock (Lesson), a volte ancora intriso dalla calda sabbia del deserto (The Bottle Never Lets Me Down e Parting Words). Il disco nel suo complesso ed in ogni singolo episodio, qualora non si fosse ancora capito, impressiona per qualità compositiva e valenza estetica, la band ha consapevolezza, idee ben chiare ed è in un evidente percorso di crescita.

Il risultato ovvio è che ci troviamo per le mani una tra le migliori uscite discografiche di questo 2018 ma, soprattutto, abbiamo intercettato una musicista in viaggio che si è imposta mete ambiziose e che può facilmente rappresentare uno dei primi tasselli utili ad avviare quel ricambio generazionale che, presto o tardi (God Bless Lucinda!) si renderà indispensabile.

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